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Catania Book Festival e Legambiente regalano alberi a Catania

Comunicato stampa

In queste settimane la Sicilia è stata tra le zone del mondo in cui si sono raggiunte temperature mai viste prima, che hanno agevolato la diffusione di enormi incendi e creato situazioni di grave malessere per la popolazione, specie per i più anziani.

Addirittura a Siracusa si è toccata la temperatura di 48.8 gradi, “record” europeo segnalato da molti enti come “pericoloso campanello d’allarme”.

Quelli che abbiamo avvertito sono soltanto i sintomi più evidenti di politiche ambientali assenti o insufficienti, nonché della mancanza diffusa di alberi e verde pubblico che, fungendo da “condizionatori” naturali, potrebbero invece contribuire ad abbassare sensibilmente le temperature anche di 15 gradi, come dimostrano gli studi in materia.

Per questo motivo, il Catania Book Festival con l’importante supporto di Legambiente, ha deciso di donare simbolicamente due platani alla città di Catania, che verranno piantati il 25 settembregiornata di chiusura dei Catania Book Days 2021, in Piazza Cavour (anche conosciuta come Piazza Borgo).


“Dalla città di Catania abbiamo ricevuto tanto: i catanesi hanno partecipato a tutte le edizioni del Catania Book Festival con entusiasmo, riservandoci parole d’affetto anche durante il periodo più difficile del lockdown che ha causato lo slittamento dell’edizione 2020.” -spiega Simone Dei Pieri, direttore del Catania Book Festival.

“Questo è un gesto simbolico, che speriamo porti tanti a ripensare il proprio impatto ambientale e che crei un momento di riflessione su quali comportamenti virtuosi possiamo tenere ogni giorno per difendere il pianeta. Non saranno due alberi a risolvere il problema, ma è un inizio”.

Entusiasta la Presidente di Legambiente Catania, Viola Sorbello: “Con il progetto “100 alberi per Catania” avviato dal nostro circolo da sei anni a questa parte, chiediamo ai cittadini, alle aziende, agli organizzatori di eventi fondi per acquistare alberi che mettiamo a dimora con il contributo del Comune di Catania. Così facendo ne abbiamo già piantati centinaia. Gli incendi di questi giorni che hanno cancellato ettari di boschi ed aree verdi ci spingono a proseguire in questa direzione. Nel ringraziare il Catania Book Festival per il suo contributo chiediamo a tutti di collaborare con noi per piantarne tanti altri ancora. La raccolta fondi prosegue con il sito www.laboriusa.com”.

La piantumazione, che si terrà il 25 settembre prossimo, sarà aperta a tutti e chiunque potrà partecipare per dare una mano.

Librino: dalla Porta della Bellezza alla Porta delle Farfalle

Comunicato stampa

“U rispettu è misuratu. Cu u porta l’avi purtatu”. Sono passati più di quindici anni da quando la
“Porta della Bellezza”, opera monumentale donata da Antonio Presti al quartiere di Librino
(Catania), ha innescato nelle coscienze di chi vive la periferia il valore della condivisione. «Quella
stessa Porta è sempre stata rispettata da tutti gli abitanti e i bambini del quartiere, proteggendo e
custodendo la Bellezza – spiega il mecenate e presidente di Fiumara d’Arte Antonio Presti – a
questo rispetto voglio restituire rispetto, continuando e completando un’opera che oggi è diventata
simbolo d’identità e di orgoglio, rigenerando così un atto d’amore che non conosce mai
fine. Quando l’abbiamo inaugurata tutti si preoccupavano per il suo futuro, oggi la Porta è nostra:
guai a chi la tocca».

Perché la “Porta” – realizzata sul muro di cemento dell’Asse attrezzato, alto 8 metri e lungo 500,
che divide come una ferita il quartiere – non è un’opera d’Arte ma è una vera e propria agenzia
educativa del cuore. La più grande scultura in bassorilievo ceramico di arte contemporanea al
mondo, realizzata con 9mila formelle in terracotta da 15 artisti, in collaborazione con 2000 mamme
e 2000 bambini, che oggi continua a essere luce tra le ombre; riparo sicuro tra quelle strade a
scorrimento veloce che celano trappole e pericoli di questa contemporaneità; simbolo identificativo
di una vita che può cambiare Anima grazie alla Bellezza.

«Tutti i bambini che allora parteciparono al progetto – continua il presidente della Fondazione
Fiumara D’Arte – incontrandomi oggi, da ragazzi maturi, continuano a ringraziarmi per questa
grande esperienza, perché hanno percepito il valore di quel pezzo di terracotta condiviso con tutta la
comunità. La Porta, quindi, è stata una grande agenzia educativa e spirituale, oltre che
manifestazione di bellezza di chi l’ha condivisa in maniera corale. E la coralità dell’innesto creativo
ha manifestato una Bellezza estetica, ma soprattutto una Bellezza dell’anima che parla al cuore
della gente di Librino. Dopo questo grande risultato, ho voluto donare al quartiere un’altra opera
fotografica immensa e monumentale, il Cantico delle Creature – realizzata in nome delle parole di
San Francesco – con le fotografie abbiamo dato nuova luce ai volti di tutti gli abitanti, che con le
parole del Santo d’Assisi si nutrono oggi di un respiro universale».

«Io amo Librino – continua Antonio Presti – amo la gente del quartiere, mi sento amato e rispettato,
vedo la gioia negli occhi di chi partecipa ai progetti, scorgo sincerità e quella gratitudine che
riempie la mia esistenza. Io a Librino ho trovato solo cuore. E quando il cuore parla al cuore, il
cuore risponde. E allora, così come tutti gli abitanti hanno protetto la Bellezza di questa grande
opera, adesso questi stessi abitanti meritano rispetto. Il rispetto porta rispetto. E questo pensiero lo
voglio affermare completando l’Asse dei Servizi con un’Opera colossale che si chiamerà “Porta
delle Farfalle”.  Un’opera in terracotta di oltre un chilometro, per valorizzare il percorso maieutico e
spirituale iniziato nelle nove scuole di Librino quindici anni fa, che perdura nel tempo e restituisce
futuro. Sommando la nuova Porta con quella già preesistente avremo oltre 1,5 km di Bellezza, una
vera muraglia dedicata all’anima. Un’operazione che ho intrapreso non senza paure, soprattutto per
il momento che stiamo attraversando, in piena pandemia. Ma credo che il Covid non sia solo
emergenza sanitaria, ma anche e soprattutto un’emergenza culturale e spirituale, dove le prime
vittime sono i nostri figli. L’infanzia paga il prezzo più caro di questo tempo sospeso. E oggi mentre
tutto il mondo cerca un vaccino per il virus, a Librino, dentro le scuole, si sta iniziando un grande
processo di condivisione contro il pandemonio. In questo periodo io non mi sono mai fermato,
nonostante le incertezze, nonostante la mancanza di energie, nonostante il pericolo di cadere nella
depressione dell’anima. Ho sentito la necessità di continuare a innestare Bellezza, con i primi
portatori di purezza: i bambini».

LA PIÙ GRANDE SCULTURA DI ARTE CONTEMPORANEA AL MONDO

Le scuole e i Licei Artistici della Sicilia s’incontrano nuovamente a Librino per un cammino verso
un valore comune e universale: il futuro. Un futuro da costruire nel nome dell’etica.
«L’arte ritorna così al suo processo spirituale di azione e condivisione di valori, innestando una
nuova coscienza etica e civile – dice Presti – Le migliaia di persone coinvolte e il pensiero di legarle
al futuro, rappresentano di fatto un’altra risposta Politica di come l’Arte riesca a restituire una
riappropriazione del territorio, una nuova identità, attraverso la fruizione dell’opera stessa. Ancora
una volta un pezzo di muro anonimo si trasformerà̀ in una Porta nel grembo della Grande Madre
Sicilia».

Ecco i numeri della nuova Porta delle Farfalle: un chilometro di muro di cemento armato,
oltre 5.000 studenti dei Licei artistici siciliani, circa 10.000 bambini delle nove scuole di Librino e
le relative famiglie, più̀ di 50 tra artisti e architetti selezionati dalla Fondazione Fiumara d’Arte, in
collaborazione con una rete di giovani curatori.

Grazie al sostegno del Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo sono stati realizzati i laboratori
didattici, con il coinvolgimento dei ragazzi delle scuole elementari e medie del quartiere di Librino:
laboratori attraverso i quali gli studenti hanno potuto approfondire lo studio teorico e la scelta dei
valori della vita, avendo così la consapevolezza di diventare guerrieri di luce, e successivamente la
pratica della lavorazione dell’argilla. Gruppi di tutor ed esperti hanno così formato gli studenti a
creare dei manufatti di terracotta con i quali hanno potuto rappresentare i loro pensieri e il senso del
lavoro teorico svolto. «L’intervento del Fondo Beneficenza – afferma Giovanna Paladino,
Responsabile della Segreteria Tecnica di Presidenza della Banca che gestisce il Fondo – rientra
nell’attività di sostegno offerta ai bambini e ai ragazzi in condizioni di maggiore difficoltà
attraverso esperienze didattiche e formative non tradizionali, ma in grado di fornire una nuova
prospettiva di vita e di rafforzare la loro determinazione nel continuare a studiare».

In questo anno sono stati realizzati i laboratori, gli architetti e gli artisti hanno già incontrato i
ragazzi delle scuole e i licei artistici hanno iniziato a realizzare le loro opere nonostante le difficoltà
dettate dal Covid. Il progetto è attualmente in corso nelle scuole di Librino e a breve partirà la
condivisione con tutti gli abitanti, con la previsione di inaugurare l’opera monumentale i primi mesi
del 2022.

«La “Porta delle Farfalle” – continua Antonio Presti – rimanda alla visione di un bambino che può
attraversare un momento cupo, buio, proprio come il bruco. Che, però, può sempre scorgere la luce
e in un istante può trasformarsi in farfalla: vorrei trasmettere questa visione di sospensione e sogno
contro la pesantezza di questa contemporaneità, per restituire leggerezza a uno stato dell’anima che
rischia d’implodere nella sua gravità. Da una parte ci saranno tutti gli abitanti che proseguiranno il
processo di condivisione con gli artisti, dall’altra i bambini, in un percorso di crescita in cui
dovranno assumere impegni etici, politici e culturali. Perché il potere è sapere, l’ignoranza è
schiavitù. E con la Bellezza possiamo far crescere cittadini liberi, cittadini educati non più a
chiedere, ma a fare».

Il Seltz: sorsi di tradizione nei chioschi siciliani. Le “vecchie” bevande dissetanti

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Samuel Tasca

Ormai è una tradizione che si tramanda da secoli, nonostante sia difficile pensarlo. Ebbene sì, quando la calura estiva raggiunge il suo apice, sia di mattina che di sera, la prima cosa che si fa è quella di dissetarsi e reintegrare i liquidi e i minerali persi con la sudorazione. Cosa c’è di meglio che entrare in un chiosco, apparso all’improvviso proprio come il miraggio di un’ oasi nel deserto, per bere una bevanda fresca e dissetante?

Il protagonista indiscusso per lenire la nostra arsura è il Seltz con limone e sale, il cui nome deriva da un comune tedesco, Selters, in cui si trovava una sorgente di acqua ricca di anidride carbonica, prodotto base per un ottimo Seltz, ma solo nel 1979 Joseph Priestley scoprì il processo per ottenere l’acqua gassata. Un’usanza antica per i palermitani è l’acqua e zammù (il sambuco importato dagli Arabi), risalente all’800 quando l’acquaiolo girando per le strade con il suo banchetto e un piccolo contenitore con l’acqua fredda e una bottiglietta d’anice (verde, stellato e pepato) e della menta gridava: “acqua frisca, ca’ è biedda agghiaggiata… e s’unnè frisca, v’arrifirsca” ovvero “acqua fresca che è ben gelata, e se non è fresca vi rinfresca”, così l’assetato accorreva scavalcando la fila dicendo “acqua e zammù… primma io’ e duoppu tu! ”. Bevanda che si offriva anche a casa accompagnandola con un chicco di caffè.

Nei secoli quella che era un’attività ambulante si è trasformata in postazione fissa, nei chioschi siciliani, soprattutto a Palermo e a Catania, collocati agli angoli delle strade o nei punti più nevralgici, dalle forme quadrangolari, esagonali o ottogonali, altri in stile liberty oppure ospitati all’interno di locali. Quando vi fermerete al chiosco il vostro sguardo sarà catturato dalla colorazione degli agrumi, della frutta e degli sciroppi naturali resa ancora più vivace dalla luce solare o da quella artificiale dei neon e poi non avrete altro che l’imbarazzo della scelta.

Il Seltz non è altro che acqua frizzante fredda, spinata da appositi rubinetti, liberando l’effervescenza delle bollicine, sarà poi il chioscaro o cioscaro ad assecondare le vostre richieste, aggiungendo il limone, altro elemento importante, tagliato a metà e spremuto nel bicchiere con lo spremiagrumi; poi è la volta degli sciroppi nella loro esplosione di colori variopinti ed ammalianti: dal verde brillante all’arancio fluorescente dei mandarini, dal marrone del tamarindo al bruno dello sciampagnino, dal vermiglio delle amarene al giallo dell’ananas e tropical, dal verde smeraldo della classica menta, al bianco del latte di mandorla e all’anice puro. Sarà poi il chioscaro o cioscaro con le sue alchimie a miscelarli, secondo quelle che sono ormai delle vere e proprie tradizioni, rendendole attuali in base alle varie preferenze, a volte aggiungendo anche il sale, e realizzando così la vostra bevanda: dal classico Seltz, limone e sale, allo Speciale con acqua, anice e limone, dal Completo a cui viene aggiunta l’orzata al Tamarindo al limone e bicarbonato; il Mandarino (classico, arancio o mandarinetto) al limone per arrivare ai vari misti (dolce, amaro o aspro) e lì sarà il chioscaro o cioscaro, dimenandosi, a mostrare tutta la sua conoscenza, maestria e fantasia creando qualcosa di stucchevole. Il chiosco rappresenta la tradizione, un rituale, quasi una poesia. La fermata ad un chiosco è carica di significati: vuol dire dissetarsi, scoprire le abitudini di una città e dei suoi abitanti, immergersi nella filosofia di vita, in storie e ricordi, socializzare e rapportarsi con gli altri.


Nulla a che vedere con gli odierni cocktail sapientemente shakerati da abili bartender, i prestigiosi vini o birre artigianali perché ogni sorso riporta alla mente i profumi e i sapori di un territorio che ogni bevanda custodisce, facendo affiorare nei meno giovani i ricordi di un tempo remoto. Anche le bevande siciliane rappresentano un piccolo tesoro da conoscere, soprattutto per i turisti durante un viaggio in Sicilia.

Ludovica Leotta: la cantante catanese innamorata della sua città.

di Samuel Tasca

Chioma rossa come la lava dell’Etna, nata e cresciuta a Catania, carattere determinato e una grande passione per il canto e il mondo dello spettacolo: stiamo parlando della giovanissima Ludovica Leotta. Giovanissima, avete capito bene, perché Ludovica ha solo diciannove anni (a fine aprile saranno venti), eppure calca i palcoscenici da quando ne aveva sette. Molti la ricordano, ancora bambina, esibirsi nelle imitazioni di Michael Jackson, suo grande idolo insieme alla showgirl italiana Lorella Cuccarini, che da sempre la ispirano.

Da quelle primissime esibizioni Ludovica non si è mai fermata, dalla partecipazione come corista al Festival di Castrocaro su Rai 1, alla sua partecipazione come ospite al “Tango Nakts Jurmala” in Lettonia e successivamente all’interno dello spettacolo “Italian Music Festival”.

Nel 2018 arriva il suo primo inedito “Solo per me”, in collaborazione con il cantautore Fernando Alba che la vedrà classificarsi alle semifinali di Area Sanremo. L’anno successivo, invece, spinta dall’amore per la sua amata Catania, reinterpreta il brano “Catania Figghiozza D’o Patri Eternu” che le permetterà di esibirsi all’interno del concerto di fine anno in Piazza Duomo insieme a Roy Paci, Max Gazzè, i Samarcanda, Mirko Casadei, Dj Fargetta, Giuseppe Castiglia, Gino Astorina, Kunsertu e altri artisti.

Il suo ultimo successo è un brano dedicato alla patrona della città, Sant’Agata (dalla quale prende il nome anche il brano), che è stato rilasciato lo scorso cinque febbraio, scritto dalla stessa Ludovica insieme a Fernando Alba, e pubblicato da Rough Machine.

Attirati dal suo molteplice talento le facciamo qualche domanda per conoscerla meglio.

Da dove nasce la tua passione per la musica?

«La passione per la musica mi accompagna praticamente da sempre. Diciamo che sono sempre stata un’appassionata del mondo dello spettacolo, infatti, ho iniziato recitando e ballando, poco dopo, ho scoperto la passione per il canto partecipando a vari casting e concorsi».

Giovanissima, ma anche molto determinata, quali sono gli obiettivi che vorresti raggiungere e qual è il tuo sogno nel cassetto?

«Vorrei vivere facendo ciò che amo, seguendo le mie passioni per ottenere un mio successo personale».

Cantare in siciliano e dedicare una canzone a Sant’Agata, due scelte molto originali e in controtendenza, in un momento nel quale i giovani sono sempre più proiettati verso la musica straniera e sempre più distanti dalla fede. Ti va di spiegarci meglio queste scelte?

«Sono innamorata della mia città, delle mie radici. dei sapori e del calore della mia terra. Inoltre, ho da sempre una forte devozione per Sant’Agata e questa mi ha portato a trascrivere in musica la sua storia: il racconto di una giovane martire».


Salutandola, percepiamo già che sentiremo ancora parlare della voce di Ludovica Leotta e sicuramente rivedremo ancora quella chioma rossa calcare i palcoscenici. Nel frattempo, le facciamo i nostri complimenti e condividiamo con voi il videoclip del suo ultimo brano per rendervi partecipi del suo enorme talento.

La riqualificazione di San Berillo e i colori Mediterranei di Borgo Parrini

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Samuel Tasca

Per conoscere al meglio la storia di una città serve dare uno sguardo ai suoi quartieri più nascosti e agli angoli che trasudano di storie. Per Catania questo è il caso di San Berillo, storico quartiere sorto dopo il terremoto del 1693, destinato a diventare il centro direzionale della città etnea. Tuttavia, lo sventramento urbano degli anni ’50 e ’60 lo tramutò in un quartiere dedito a spaccio e prostituzione nonostante la chiusura nel 1958 delle case di tolleranza. San Berillo fu dunque considerato malfamato e “a luci rosse”. Eppure sembra oggi arrivata una rinascita, fatta di piccole conquiste. Da qualche anno a questa parte la società civile si è mossa per rendere il quartiere nuovamente vivibile e visitabile dai turisti.

La riqualificazione urbana di San Berillo è un’attenzione al suo tessuto culturale, architettonico e artistico. Il merito di quest’opera di rivalorizzazione è di tutti coloro che con grande entusiasmo ed energia si sono battuti affinché San Berillo acquisisse un nuovo volto. Di questo coraggio ne sono esempi Nicoletta Castiglione e il marito Giovanni Barone, che da 5 anni gestiscono il lounge bar “First”, immerso in un quartiere adesso frequentato da giovani che lo animano fino a tarda sera. Buona musica, luci colorate, fioriere e murales realizzati dagli artisti del collettivo Res-Pubblica Temporanea che hanno dato un tocco di vitalità agli spazi grigi e alle porte murate in seguito all’abbandono degli edifici.

Altro importante contributo proviene dall’Associazione “Trame di Quartiere”, che ha svolto un lavoro di mappatura della comunità del quartiere e mira alla sua rigenerazione attraverso un approccio fondato sulla conoscenza del vivere quotidiano delle persone che lo popolano. «Uno spazio che offre accoglienza ai vecchi e nuovi abitanti e che punta sulla componente relazionale e sociale», afferma Carla Barbanti. Tra gli obiettivi dell’Associazione c’è anche la ristrutturazione del Palazzo de Gaetani, risalente ai primi anni del ’900. Che sia un nuovo inizio per San Berillo e per l’intera città del Liotro, che pulsa di vita da raccontare.

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Articolo di Samuel Tasca   Foto di Vitalba Bellante

A far eco alla realtà di San Berillo, è il Borgo Parrini, frazione di Partinico in provincia di Palermo. A molti assidui frequentatori dei social il nome non risulterà certamente nuovo, poiché a partire da maggio 2020 il borgo si è trasformato in uno dei set fotografici prediletti dai viaggiatori provenienti da tutta l’isola e dai cinque continenti.

Anche qui si tratta di un’opera di riqualificazione urbana che parte dal basso, da una prima idea di Giuseppe Gaglio, architetto, che decise di acquistare e ristrutturare alcune case dismesse. «Il borgo risale al 1600 ed è stato costruito dai monaci gesuiti che vennero dalla Casa Professa di Palermo – ci racconta Giuseppe -. Si coltivavano qui limoni, frumento e cereali. Erano questi i prodotti principali del borgo che crebbe fino a raggiungere i cinquecento abitanti. Ma negli anni ’60 e ’70 del Novecento il borgo conobbe la decadenza e iniziò a spopolarsi finché restarono solo poche famiglie. Nessuno voleva più vivere lì, le case venivano svendute ed io, invece, credetti a questo progetto».

Così, mosso da questo entusiasmo, Giuseppe inizia la sua opera di riqualificazione architettonica caratterizzandola dalle sue due grandi passioni: l’arte e i viaggi. In poco tempo, infatti, Borgo Parrini inizia a colorarsi dei colori del Mediterraneo, di bianco, ocra e azolo (l’indaco) richiamando numerosi curiosi per la vivacità delle sue tonalità e per l’artisticità della ceramica utilizzata, che ricorda Park Guell a Barcellona.

All’azione di Giuseppe contribuiscono, infatti, artigiani come i ceramisti Giuliano e protagonisti della Street Art quali Peppe Vaccaro, Gianfranco Fiore e Loris Panzavecchia con la sua equipe di Accademici.

«Ho iniziato principalmente per me, ma quando ho visto che la gente iniziava a venire ho capito che stava succedendo qualcosa di straordinario», continua Gaglio, il quale a volte ama mescolarsi tra i turisti per sentire i loro commenti.

Il progetto è stato subito sposato e sostenuto da diverse realtà che collaborano insieme per la promozione del borgo come le Associazioni “La Via dei Mulini”, “Borgo Parrini”, “I Campanili di Borgo Parrini” e la Parrocchia di Maria SS. del Rosario.

Non perdete quindi l’occasione di visitare questo splendido borgo e fate attenzione ai dettagli: a Borgo Parrini esistono nove campanili, ciascuno dedicato a una provincia siciliana. Avrete, quindi, l’impressione di passeggiare tra una provincia e l’altra circondati dall’armonia dei colori del Mediterraneo.

La Timpa di Acireale – Un gioiello naturalistico da esplorare e salvaguardare

di Patrizia Rubino

É una scarpata lavica che si staglia sulla costa di Acireale, in provincia di Catania, creando un abbagliante contrasto visivo tra il nero della pietra vulcanica e l’azzurro intenso del mare, “la Timpa di Acireale” paesaggisticamente rappresenta una fra le più importanti e suggestive testimonianze del territorio costiero della provincia etnea, ma sono le sue stratificazioni laviche, che raccontano i diversi periodi eruttivi del vulcano, a renderla unica e custode della storia geovulcanica della nostra isola. Al suo interno si possono ammirare caverne naturali, coste a insenatura e a strapiombo sul mare e piccole spiagge ciottolose con numerose sorgenti.

Particolarmente suggestivi gli alti colonnati basaltici, formati attraverso un processo di cristallizzazione della lava a contatto con l’acqua. Nella sua fitta vegetazione trovano rifugio rapaci, piccoli mammiferi, diversi rettili e numerose specie d’invertebrati.

Nonostante il suo alto valore geologico e faunistico, la sua preziosa vegetazione, la Timpa di Acireale è stata dichiarata Riserva naturale orientata soltanto nell’aprile del 1999. Quest’area protetta si estende su circa 8 km e ricade interamente nel territorio del comune di Acireale, tra le frazioni di Capomulini e Santa Maria Ammalati, la sua gestione è affidata al Dipartimento Regionale Azienda Foreste Demaniali, ma nei fatti la promozione, valorizzazione e tutela di questa straordinaria area protetta si deve all’opera meritoria dei volontari di Legambiente Acireale. «Il nostro impegno – spiega Sarah Leonardi, presidente di Legambiente Acireale – per restituire dignità e prestigio ad un sito tanto straordinario, ma non adeguatamente tutelato e valorizzato, parte da molto lontano nel tempo. Siamo molto orgogliosi di aver realizzato il sito internet www.riservalatimpa.it con i contenuti in cinque lingue e soprattutto di aver ridato nuova vita al Centro Visite della Riserva, con l’ampliamento e l’intensificazione delle attività e dei servizi di promozione turistica».

Ci si può addentrare all’interno della Timpa attraverso i suoi incantevoli sentieri Acquegrandi, Gazzena, Vecchio tracciato ferroviario, guidati dai volontari e dai giovani del Servizio Civile impegnati in Legambiente, che appositamente formati, ne forniscono le informazioni storiche e paesaggistiche. Particolarmente suggestivo è poi il sentiero Chiazzetta, percorrendolo ci s’imbatte nella “Fortezza del Tocco”, un bastione edificato nella prima metà del XVII, durante la dominazione spagnola, dal quale si sparavano colpi di cannone al fine di avvertire la popolazione acese delle incursioni dei pirati.

Oggi la Fortezza è la sede del Centro Visite della Timpa. «Abbiamo reso La Fortezza del Tocco il cuore pulsante della Riserva – sostiene Sarah Leonardi – oltre ad essere il punto informativo per i turisti è anche sede di eventi culturali, incontri, mostre e mercatini che hanno riscosso grande interesse e partecipazione. Stiamo lavorando, inoltre, per potenziare la nostra azione, entro la prossima estate, infatti, grazie ad un progetto finanziato dal Dipartimento delle Politiche Giovanili, realizzeremo il primo Centro di Educazione Ambientale della provincia di Catania, all’interno di un’ex scuola elementare di Acireale, aperto alle scuole e a tutta la comunità. Da qui sarà possibile realizzare tutta una serie d’iniziative didattico-formative, incontri, laboratori, seminari e tutto quanto potrà essere utile per promuovere una maggiore sensibilità verso le tematiche di sostenibilità e il rispetto e la salvaguardia del territorio. La nostra Timpa è un luogo ricchissimo di vita ma estremamente fragile – sostiene Leonardi in conclusione – un’ educazione ambientale permanente potrebbe ridurre, attraverso mirate e condivise azioni di prevenzione, le cosiddette e periodiche emergenze ambientali, come gli incendi estivi o i rischi idrogeologici che ne minano fortemente la biodiversità e di conseguenza il suo straordinario patrimonio naturalistico».

Olivette di Sant’Agata, il dolce legato a una storia di fede e tradizione

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di FOTO DI Rosalba Auccello de LA CUCINA DI ROSALBA | IG

Se è vero che la cultura di un popolo si manifesta anche attraverso le sue feste secolari, i tre giorni dedicati alla Santa Patrona di Catania ne rappresentano l’esempio per eccellenza. Dopo la Settimana Santa di Siviglia e quella del Corpus Domini in Perù, la festa di Sant’Agata è la manifestazione religiosa più famosa al mondo. Dal 3 al 5 febbraio la città etnea si popola di turisti, curiosi e devoti da ogni angolo d’Italia, attratti dalla fede e dal folclore che pervade le sue piazze e vie di pietra lavica. Una ricorrenza che tiene in fibrillazione la città del “Liotro” per tutto l’anno; gli abitanti la attendono con impazienza e i preparativi iniziano già subito dopo il Natale. La Festa di Sant’Agata è un’esplosione di colori, ceri, processioni, silenzio reverenziale ma anche delle consuete invocazioni alla Patrona, al grido di “Semu tutti devoti tutti!”. Quest’anno purtroppo le usuali celebrazioni non si terranno a causa dell’attuale emergenza sanitaria, ma la storia e la tradizione restano vive nel cuore dei cittadini catanesi, in attesa di poterla festeggiare in periodi più sereni.

Come ogni siciliano sa, Agata era una giovane nata nel terzo secolo d.C. in una ricca e nobile famiglia siciliana di fede cristiana. Pura e incantevole, intorno ai 15 anni decise di consacrarsi a Dio. Il proconsole Quinziano, a Catania per far rispettare l’editto imperiale che esigeva da tutti i cristiani l’abiura pubblica della loro fede, notò Agata e intenzionato a possederla, le ordinò di adorare gli dei pagani. Al rifiuto della ragazza, iniziò una vera e propria persecuzione fatta di soprusi e torture. Fallito, infatti, ogni tentativo di corruzione, Quinziano la fece incarcerare e lì fu sottoposta all’amputazione dei seni e infine al supplizio dei carboni ardenti. Dall’anno della sua morte, il 5 febbraio 251, Agata viene venerata come vergine e protettrice di Catania e in seguito dichiarata martire e Santa dalla Chiesa cattolica.

In quest’atmosfera ricca di simboli e sacralità, anche i sapori e i profumi ne fanno da padrone. Le vie brulicano di bancarelle piene di qualunque leccornia, pasticcerie e panifici propongono le Minne e le Olivette di Sant’Agata, chiamate in siciliano Aliveddi ri Sant’Àjita. Mentre le prime sono caratterizzate dalla classica forma tondeggiante che richiama metaforicamente ai seni della Santa, le olivette sono piccoli dolcetti che ricordano appunto le olive, fatti di un morbido impasto di pasta di mandorle arricchito da liquore e aromi. Vengono rese verdi dall’aggiunta del colorante e zuccherate a volontà.

Su questi tradizionali dolci ruotano storie e leggende, che intere generazioni di catanesi tramandano con fede e immenso orgoglio. L’origine delle olivette deriva da un episodio della vita della martire; secondo la tradizione mentre la giovane veniva condotta dal proconsole, si fermò ad allacciarsi un sandalo.

Chinatasi, iniziò a sbocciare un albero di ulivo selvatico e a donare i suoi preziosi frutti. Si narra che dopo il martirio e la morte di Agata, i concittadini raccolsero le piccole olive dell’albero e, credendo nel loro grande potere legato alla Santa, vennero offerte agli ammalati, come fossero un cibo in grado di donare cura e conforto dal dolore. Un’altra versione della storia, invece, racconta che Agata, perseguitata dal suo aguzzino, si scontrò con un ulivo sterile che al suo tocco cominciò a produrre olive. Le leggende sulla figura della Santa sono in particolar modo intrecciate alla fertilità e al risveglio della natura, che già a febbraio in Sicilia sboccia timidamente.

Dal 1926, nel XIII centenario della traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli a Catania, al centro della piazza del carcere dove fu rinchiusa e martirizzata Agata, fiorisce un ulivo, lateralmente all’entrata della chiesa.

Gustare le olivette e ricordarne la storia, è uno dei modi in cui i catanesi rendono omaggio alla martire innocente, la Regina che protegge la città in cui vulcano e mare si guardano e sorridono da sempre.

Elisabetta Zito, alla guida del carcere di Piazza Lanza con fermezza e sensibilità

Articolo di Patrizia Rubino

Circa il 70 per cento degli oltre 190 istituti penitenziari presenti in Italia è guidato da una donna; ciò si deve a una particolare preparazione, determinazione e capacità di gestire situazioni difficili in un ambiente di lavoro tanto complesso. Rientra perfettamente in questo quadro Elisabetta Zito, direttore del carcere di Piazza Lanza di Catania, 55 anni sposata, mamma di una ragazza di 20 anni e di un ragazzo di 16. Una carriera quasi trentennale nell’ambito dell’amministrazione penitenziaria, sostenuta da un curriculum di primissimo livello che evidenzia una formazione professionale continua sempre al passo con i tempi.

Facendo i conti ha iniziato a lavorare prestissimo.
«Ho vinto il concorso in magistratura nel 1993 e a soli 27 anni, nel ’94, ho ricoperto l’incarico di vice direttore, prima nel carcere di massima sicurezza di Termini Imerese, successivamente all’Ucciardone di Palermo. Erano anni particolarmente difficili, ma sono stati fondamentali per la mia formazione.
A metà del 1998 sono arrivata al carcere di Piazza Lanza e per diverso tempo ho svolto la funzione di vicario, sino a quando, alla fine del 2011, ho assunto l’incarico di direttore. Attualmente qui sono presenti 272 detenuti, di cui 40 donne e 35 stranieri, che perlopiù hanno commesso reati contro il patrimonio e spaccio di sostanze stupefacenti. Dal momento del loro ingresso noi ci concentriamo sulla persona, non sul reato commesso: la dimensione umana deve restare centrale».

E arriviamo dritti al tema della funzione rieducativa della pena.
«L’obiettivo della detenzione è innanzitutto quello di cambiare il comportamento del detenuto trasmettendogli un nuovo quadro di valori, che comincia dal rispetto delle regole. Ma ho sempre pensato che fosse necessario lavorare per rendere trasparente il muro di cinta che separa il carcere dal mondo che c’è fuori, nel senso che i detenuti non possono essere considerati avulsi dalla società e la loro rieducazione non può essere solo un affare dell’amministrazione penitenziaria: le altre istituzioni e la comunità devono avere un ruolo attivo affinché possa attuarsi il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, ossia la funzione riabilitativa della pena. Oltre alla scuola dell’obbligo, abbiamo attivato anche tre classi del liceo artistico, implementato i corsi di formazione professionale, creando delle competenze che poi consentono ai detenuti di lavorare anche qui in carcere. Prezioso è, inoltre, l’apporto qualificato e costante del volontariato. Nel nostro istituto contiamo la presenza più alta, a livello regionale, di volontari e la loro partecipazione è fortemente apprezzata dai detenuti perché, oltre a rappresentare un contatto con l’esterno, è fonte di arricchimento e di conoscenza, per le innumerevoli attività proposte che fanno emergere intelligenze e talenti straordinari».

L’ emergenza sanitaria e il lockdown cosa significano per chi è costretto in carcere?
«Per chi già fa i conti con una reale restrizione della propria libertà, l’improvvisa interruzione dei pochi contatti con il mondo esterno provoca un grandissimo senso di disagio. Per ragioni di sicurezza sanitaria abbiamo dovuto sospendere gli incontri con i familiari, la scuola, che è continuata a distanza e con evidenti limiti, e tutte le attività con i volontari che costituiscono, come dicevo, un corollario fondamentale alla rieducazione e socializzazione dei detenuti».

Che Natale sarà quest’anno?
«Tutte le festività in carcere sono vissute con grande tristezza. Si ferma la routine quotidiana, non ci sono attività e la quasi totale assenza di rumori diventa per i detenuti un peso quasi insopportabile. Solitamente nei giorni precedenti o successivi a quelli delle feste cerchiamo di offrire attività di svago e condivisione, per colmare questo vuoto. Quest’anno tutto ciò non sarà possibile per le limitazioni cui dovremo sicuramente sottostare e il Natale, che è la festa in cui si sente di più la mancanza dei propri cari, temo sarà ancora più malinconico».

Una nuova vita per la storica libreria Prampolini.

Articolo di Patrizia Rubino     Foto di Luca Guarneri

A volte i sogni si realizzano, ma occorre tanta determinazione e perseveranza affinché un desiderio possa diventare realtà. Ed è proprio grazie all’intraprendenza di due donne, le giovani sorelle libraie Maria Carmela e Angelica Sciacca che a Catania la storica “Legatoria Prampolini” festeggia un anno dalla sua riapertura con una nuova linfa vitale, pur conservando tutto il fascino e le suggestioni della sua antica storia. Situata in pieno centro storico, è probabilmente una delle più antiche librerie della Sicilia. Fondata, infatti, nel 1894 da Romeo Prampolini nel tempo divenne il salotto culturale della città; da qui sono passati autori come Verga, Capuana, De Roberto, e ancora Brancati e Patti, per citarne alcuni. A causa, però, delle diverse gestioni succedutesi negli anni, questa non è riuscita a mantenere i suoi antichi fasti arrivando ai giorni nostri sull’orlo della definitiva chiusura.

«Avevamo in mente di acquisire spazi per un nuovo progetto – racconta Maria Carmela che insieme alla sorella Angelica è già proprietaria della libreria “Vicolo Stretto”, piccola ma avviatissima e di grande tendenza in città – ma quando ci fu proposta la Prampolini, pensammo fosse troppo impegnativa. Poi abbiamo cominciato ad accarezzare il sogno, e alla fine il fascino di questo luogo ci ha conquistato. Così abbiamo avviato un lungo e non semplice lavoro di recupero dei locali che versavano in pessime condizioni. Grazie alla maestria e sensibilità del nostro progettista Marco Terranova – continua Maria Carmela – gli ambienti interni sono stati restaurati, con materiali ecosostenibili, ma nel massimo rispetto della loro struttura originale». Anche all’esterno è stata mantenuta l’antica insegna, “Legatoria Prampolini”, risalente agli anni ’30. «Abbiamo aperto al pubblico circa un anno fa con grande entusiasmo, ma non c’è stato il tempo di terminare la ristrutturazione – aggiunge Angelica – a causa della chiusura forzata di tre mesi, imposta dall’emergenza sanitaria. Abbiamo dovuto rinviare numerosi progetti e sospendere i lavori per la realizzazione della sala Caffè e della sala lettura, attigue alla libreria. Non ci siamo comunque fermate, abbiamo intensificato il nostro servizio “Libro lesto” di consegna a domicilio dei libri che ha tanto ben funzionato per l’altra nostra libreria e siamo state molto presenti sui social con rubriche e presentazioni di libri. Adesso siamo finalmente tornate a pieno regime, porteremo a termine i lavori e ben presto potremo finalmente realizzare le idee e i progetti per il rilancio della libreria».

In un luogo dove il fascino del passato si fonde con una moderna funzionalità, i lettori oltre a trovare una vasta scelta di pubblicazioni potranno consultare una pregiata selezione di testi e documenti antichi, disponibili solo per la lettura. «I libri saranno sempre i principali protagonisti della nostra attività, ma è nostra intenzione renderli dinamici con eventi collaterali – spiega Angelica – avremo sempre le presentazioni con autori di fama ed emergenti e organizzeremo mostre di varie espressioni artistiche. Alla maniera delle librerie europee, dove s’incontrano arte e cultura, pensieri e riflessioni».
Ma le sorelle Sciacca sono soprattutto figlie di questi tempi, pragmatiche, attente al mondo digitale e con un certo piglio manageriale. «Amiamo i libri, ma non abbiamo una visione romantica del nostro lavoro – concordano le due libraie – nel senso che la libreria è pur sempre un’azienda che necessità competenza e massima organizzazione affinché tutto possa funzionare. Prescindere poi dal potere del web e dei social e dalla rete di relazioni con altri colleghi librai è un atteggiamento snobistico che non porta da nessuna parte. L’immagine del libraio paludato attaccato ad uno standard antico, non ci consentirebbe di esistere e resistere. Con la libreria Prampolini – affermano in conclusione – la nostra sfida sarà quella di creare legami di cultura con un occhio alla memoria e il cuore oltre all’ostacolo per il futuro».

Ritorna MIZZICA, la radio che stuzzica!

Comunicato Stampa

Dopo il successo della passata stagione che ha segnato il ritorno di MIZZICA a Radio Studio Centrale, si riparte alla grande per una nuova edizione che come sempre non mancherà di divertire, intrattenere e – perché no! – fornire qualche interessante spunto di riflessione.
«Mizzica è un talk variety che piace alla gente.» dichiara Ruggero Sardo, il conduttore storico ed ideatore del format insieme con Giovanni Di Prima «Probabilmente piace perché riusciamo ad abbracciare un pubblico molto vasto e ad essere “un po’ di tutto”: intrattenimento, divertimento, leggerezza ma anche approfondimento di temi seri ed attuali». 

La formula che piace al vastissimo pubblico radiofonico prevede una miscela esplosiva fatta di tanta attualità, tante risate, tanto intrattenimento. Le riflessioni spesso politicamente scorrette di Gianluca Barbagallo, i personaggi esilaranti di Plinio Milazzo e le “telefonate impossibili” con le voci di Ruggero garantiscono un mix ad alta comicità, senza mai scadere nel volgare o nel banale; ciliegina sulla torta le gustosissime interviste con i grandi nomi dello show biz, organizzate dalla spumeggiante Manuela Santanocita che negli anni si è ritagliata un importante spazio ironico con i suoi consigli tra il serio e il faceto.

MIZZICA la radio che stuzzica, un contenitore che ogni giorno diverte, intrattiene, fa compagnia alle numerosissime famiglie di ascoltatori che interagiscono, esprimono le loro opinioni, diventano sempre più protagoniste. In diretta dal Parco commerciale Le Zagare in San Giovanni la Punta (CT), dalla avveniristica postazione Primamusica Multimedia Project, MIZZICA è un format prodotto da Primamusica Produzioni Artistiche che ancora una volta fa centro, riuscendo a coniugare alla perfezione qualità artistica e capacità organizzativa.

«Tante le novità di quest’anno!» dichiara Giovanni Di Prima, produttore del programma «Una su tutte la nostra nuova postazione che ci permetterà ancora di più di essere tra la gente, dando anche un’importante opportunità di ascolto a tanti artisti emergenti siciliani. Sicuramente uno sforzo produttivo imponente e temporalmente lungo, ma a noi queste sfide piacciono.»

L’appuntamento quindi dal 5 ottobre su RSC dalle 12 per una nuova emozionante stagione di MIZZICA!

Raccontare la Sicilia migliore, ne ha fatto una mission Ruggero Sardo. E, nel racconto di un’isola di selvaggia bellezza e anelante di speranza, lo showman catanese racconta di sé: la veste inedita di un uomo, la cui impenetrabile riservatezza è direttamente proporzionale all’estro e al brio con cui il noto conduttore televisivo e radiofonico accompagna le sicule giornate ormai da anni.
Aplomb divertito ma elegante, mai volgare per il gusto di esserlo, da vero gentleman del palcoscenico, Ruggero Sardo ritorna con una frizzante incursione nel mondo della radio, ed è subito Mizzica, il programma giornaliero, prodotto da Primamusica, dove intrattenimento, buone notizie, curiosità e tanto divertimento fanno da contraltare a una società disillusa che cerca sempre
più di morderci il cuore. Dalle frequenze di Radio Studio Centrale, Ruggero Sardo traghetta gli ascoltatori siciliani da mezzogiorno alle quattordici, accompagnato dalla irriverente comicità di Gianluca Barbagallo e Plinio Milazzo, e dalla peperina Manuela Santanocita.

«Noi, che siamo operatori della comunicazione, strizziamo l’occhio al varietà, allo spettacolo… dobbiamo cercare di portare nelle case il buonumore, la leggerezza, la positività. Questo non vuol dire essere anacronistici, ma raccontare, soprattutto ai ragazzi, le storie di altri ragazzi che hanno coronato il proprio sogno, con lo studio, la dedizione, la competenza… credo sia il modo migliore di esportare la Sicilia migliore.»