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La residenza estiva del Re Guglielmo II: il Castello della Zisa

di Federica Gorgone

Se siete passati da Palermo vi sarà sicuramente capitato di sentir parlare dell’imponente Castello della Zisa. Esso dal 2015 fa parte dei beni Unesco Patrimonio dell’Umanità all’interno dell’itinerario “Palermo Arabo-Normanna e le Cattedrali di Cefalù e Monreale”.

Ma cosa vuol dire “Zisa”? Il termine “Zisa” deriva dall’arabo “Al-Aziza”, ossia “la splendida” e già dal nome possiamo iniziare ad immaginare quante bellezze furono associate proprio a questo palazzo.

La sua costruzione, secondo fonti storiche, risale circa al XII secolo e fu iniziata durante il regno di Guglielmo I per poi essere ultimata dal figlio Guglielmo II. È proprio quest’ultimo che la scelse come sua residenza estiva preferita. Il Castello fu costruito all’interno del “Jannat al-ar”, ossia il genoardo, uno splendido giardino immerso nel verde.

Questo delizioso palazzo è da considerarsi ad oggi come una delle maggiori testimonianze della dominazione arabo-normanna in Sicilia ed è il monumento meglio conservato della cultura islamica a Palermo.

Negli anni però, la sua struttura originaria ha subito molteplici trasformazioni come ad esempio quella fatta ad opera di Giovanni Sandoval che acquistò il palazzo subito dopo i regnanti normanni. Egli diede un tocco di barocco allo stile puramente arabo-normanno del Castello della Zisa aggiungendo i balconi ed una grande scalinata monumentale all’interno della struttura.

Nell’800 la proprietà del Castello passò nelle mani della famiglia Notarbartolo che aggiunse tramezzi e solai al palazzo per poi in fine giungere nel 1955 alla Regione Siciliana che si occupò di restaurare il palazzo e farcelo conoscere così come lo possiamo ammirare adesso.

Ma com’ è strutturato questo meraviglioso Castello? Al suo interno troviamo tre diversi piani. Nella parte centrale del palazzo ritroviamo due sale: la “Sala della Fontana” e la “Sala del Belvedere”, due imponenti sale di rappresentanza. Mentre ai lati si trovano gli appartamenti privati del Re.

La “Sala della Fontana” è sicuramente da considerarsi tra le stanze più belle del Castello. Al suo interno è possibile respirare a pieni polmoni i tratti stilistici-architettonici dell’arte islamica. Essa, infatti, ci ricorda il “Salsabil” un ambiente nobiliare al cui interno vi era un corso d’acqua che rievoca il paradiso di cui si parla nel Corano.

Se siete appassionati di storie e leggende, poi, non potete che scoprire una storia legata proprio al Castello della Zisa: la leggenda dei sette diavoli. Prima di entrare nella “Sala della Fontana” vi è un arco barocco dove vi sono degli affreschi raffiguranti delle creature della mitologia romana (probabilmente risalenti a quando il palazzo passò nelle mani dei Sandoval). Si tratta dei diavoli della Zisa che, secondo una leggenda popolare, proteggono un tesoro nascosto da due giovani innamorati all’interno del palazzo. Secondo questa storia chiunque provi a contare il numero dei diavoli raffigurati non riesce mai ad ottenerne il numero esatto perché questi sembrano muoversi fra loro generando confusione nel conteggio. Inoltre si narra anche che il 25 marzo, giorno dell’Annunziata, chi fisserà i diavoli troppo a lungo li vedrà muovere la coda o storcere la bocca con delle smorfie. Provare per credere!

 

Se vi state chiedendo cosa c’ è oggi all’interno del Castello della Zisa, possiamo dirvi che vi ha sede il Museo di Arte Islamica di Palermo che raccoglie delle opere prodotte tra il IX e il XII raccolte dai diversi paesi del Mediterraneo. Tra i più importanti reperti che possiamo trovare al suo interno vi è una lapide con delle iscrizioni in ebraico, latino, greco-bizantino e arabo simbolo della multietnicità di Palermo fin dal periodo medievale.

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Sperlinga. Il Borgo più bello d’Italia scavato nella roccia

di Irene Novello  Foto di Alfio Bottino

Sperlinga, nome di origine greca che significa grotta, spelonca appunto. È un piccolo borgo nel cuore della Sicilia centrale, tra i Nebrodi e le Madonie, in provincia di Enna, inserito nella rete dei Borghi più belli d’Italia. Un sito caratterizzato da diverse grotte scavate nell’arenaria, spelonche di origine artificiale. Nel 1282, periodo dei Vespri Siciliani, Sperlinga fu l’unica fortezza della Sicilia a non ribellarsi alla dominazione angioina.  

A testimonianza di ciò è stato inciso, sull’arco del vestibolo del castello, un motto molto famoso nell’isola: “Quod Siculis Placuit Sola Sperlinga Negavit”, che tradotto significa “la sola Sperlinga negò ciò che piacque ai Siciliani”. Il suo fascino è arricchito dalla magia delle case scavate nella roccia, dai ruderi del castello, dalle viuzze che si arrampicano nel borgo attraverso scale intagliate nella roccia, da panorami mozzafiato dove splende il caloroso sole siciliano. Il sito è frequentato sin dall’epoca dei Siculi, come si può vedere dalle numerose grotte artificiali che caratterizzano il centro abitato e il territorio limitrofo. Si tratta di grotte scavate originariamente per funzioni funerarie e poi utilizzate nei secoli successivi dai diversi popoli che hanno abitato l’isola, adattandole a usi diversi. Con il tempo ne sono state scavate tante altre e così oggi il borgo è punteggiato di spelonche di epoche diverse, abitate dai contadini fino agli anni Sessanta. Oggi alcune di queste fanno parte del patrimonio comunale e sono state adibite a museo; altre sono ancora di proprietà privata e utilizzate come magazzini.

Il cuore del borgo è il castello che svetta su un alto sperone roccioso e domina l’intero insediamento. La struttura fu realizzata sotto il periodo normanno, poi trasformato in fortezza, infatti, nel 1282 ospitò una guarnigione angioina e resistette all’assedio di Pietro d’Aragona per oltre un anno. Oltre la porta d’ingresso, appena entrati, si notano i segni di un ponte levatoio all’epoca presente. All’interno è possibile visitare diversi ambienti: magazzini, stalle, prigioni, cisterne per la raccolta delle acque piovane e i vani destinati ai feudatari. È uno dei castelli più alti della Sicilia ed è un rarissimo esempio di castello scavato nella roccia. È, infatti, noto come una fortezza inespugnabile grazie alla sua struttura morfologica e alle sue possenti mura di cinta.

Il fianco del castello che si riversa sul paese, si presenta tutto traforato di grotte artificiali, collegate tra loro da stradine ricavate anch’esse dalla roccia, dove ancora sono presenti i segni dei secoli trascorsi lì dentro e costituiscono un bellissimo e suggestivo borgo rupestre. Alcune di esse sono state adibite a museo, dove si ripercorre la vita degli abitanti di Sperlinga fino agli anni Sessanta, dediti al lavoro contadino e alla tessitura, attività molto presente nel territorio poiché all’epoca si coltivava il lino. Ma l’arte tipica in cui il borgo si è distinto è la “frassata”, un tappeto realizzato dall’intreccio di stoffe riciclate da abiti dismessi.

La storia del borgo è legata a quella delle famiglie che hanno posseduto il castello e i feudi annessi: i Rosso, i Ventimiglia, i Natoli e gli Oneto. Il paese è nato come borgo feudale ai piedi del castello e si è espanso dal 1597 in poi quando il re Filippo II concesse a Giovanni Natoli il titolo di principe di Sperlinga con l’annesso privilegio di poter espandere il borgo con altre costruzioni.

Un’altra particolarità del borgo è il dialetto gallo-italico, così chiamato perché presenta influenze dei dialetti del nord Italia, diffuso in Sicilia a partire dalla conquista normanna dell’Isola.
Sperlinga, con il suo borgo rupestre, il castello, l’antico dialetto, l’incantevole panorama e la tranquillità tipica del posto ci permette di immergerci in una Sicilia segreta dove sono ancora presenti i profumi e i rumori di un antico passato.

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Donnafugata: ma che bel castello!

di Alessia Giaquinta   Foto di Angelo Micieli

C’era una volta, tanto tempo fa, Bianca Navarra che dopo la morte del marito, capo del Regno di Sicilia, venne spietatamente corteggiata dal conte Bernardo Cabrera, aspirante al trono, che pur di averla, la imprigionò in un Castello, dal quale – si narra – lei riuscì a fuggire.
Il Castello in causa, sebbene alcuni dati siano anacronistici, si trova in territorio ragusano: Donnafugata è il suo nome.

Il nome, in effetti, fa pensare proprio alla fuga della regina ma, in realtà, pare derivare dall’arabo Ayn As-Iafaiat ossia “sorgente della salute”, presente nella parte in basso, a est del Castello. Ayn, sorgente, viene poi traslitterato in “ronna”, donna. Il toponimo Donnafugata così riassume storia e leggenda e si offre, oggi, come affascinante sintesi delle vicende di un castello, che non è castello.
Quello di Donnafugata, infatti, non è un castrum con funzione di difesa: si tratta piuttosto di una villa, probabilmente edificata su costruzioni precedenti.
Quel che possiamo dire di certo è che il primo barone di Donnafugata, nel 1628, fu Giovanni Arezzo-Propenso e che, da quel momento fu la famiglia Arezzo ad abitare la sontuosa villa.
Si fa però riferimento a Corrado Arezzo De Spuches (1824-1895) se si vuole comprendere l’estensione e l’architettura della villa. Proprio lui, infatti, volle che l’edificio fosse testimonianza della grandezza della famiglia e luogo maestoso dove ospitare personaggi illustri. Egli fece edificare una fortificazione attorno alla villa che assunse così l’aspetto di un castello.

Uomo di cultura, Corrado ebbe interesse per i viaggi, la botanica e l’esoterismo. Aveva anche uno spirito scherzoso tanto che fece costruire, nel parco, una panchina – dove si appartavano gli innamorati – collegata a un marchingegno che, se attivato, spruzzava improvvisamente acqua. Uno degli scherzi più famosi, però, era quello del monaco. Le donne ospiti al castello, passeggiando nei viali, trovavano una struttura simile a una chiesa in cui, all’ingresso, si trovava un finto monaco che procurava loro spavento. In uno dei suoi viaggi a Londra, affascinato dal labirinto di Hampton Court, volle riprodurlo nel suo giardino aggiungendovi la statua di un soldato al posto di guardia. Oltre 1500 specie di piante arricchiscono la parte esterna della villa che ospita pure un tempietto e una Coffee-House dove, si narra, gli ospiti venissero accompagnati da una banda musicale.

Dopo alcune vicende che coinvolsero varie generazioni della famiglia, il Castello fu venduto al Comune di Ragusa, nel 1982.
Incantevoli gli interni: dal mobilio alle Sale, agli affreschi, alla preziosa libreria.
Per parlare di “lieto fine” non si può non considerare l’impegno dell’architetto e museologo Giuseppe Nuccio Iacono, nominato dall’Amministrazione di Ragusa, gestore e manager culturale del Castello. Attraverso l’esposizione di mostre tematiche (di abiti e oggetti curiosi) e interessanti novità ha l’obiettivo di dare lustro al Castello, e non solo.

Quali sono le novità che introdurrà?
«Ho proposto la variazione di orari e tariffe d’ingresso, adottando il sistema di biglietto combinato e separabile (es. solo giardino, solo castello…) ma soprattutto un’agevolazione per le famiglie: i paganti sono i genitori, i bambini sotto i 14 anni entrano gratuitamente. Altra cosa importante è la musealizzazione del parco: verranno poste, infatti, delle informazioni e QR Code che rimanderanno al sito, per approfondire. Ritengo importante creare un BookShop e un’area di ristoro, una zona di assistenza e che ci siano delle sedie rotelle di cortesia. Spero, infine, di portare presto al termine la trascrizione di un manoscritto di Francesco Arezzo. Un documento importante, da pubblicare».

Qual è l’obiettivo?
«Non è solo quello di incrementare il numero dei visitatori. Ancora più è importante suscitare meraviglia e benessere a chi visita, insomma puntare alla risonanza emotiva che può dare un luogo. Questo è un utile che non si vede ma che costituisce l’essenziale da raggiungere».