Articoli

Il Carnevale dei fiori di Acireale

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Enrico Coco

Un’ esplosione di gioia per grandi e piccini, il Carnevale di Acireale è famoso in tutta la Sicilia ed oltre. L’arte di realizzare opere in cartapesta su carri che sfilano per le vie della città è antica e ad oggi è un’attrazione divenuta tradizione e impronta culturale di Acireale, nel periodo che precede la Quaresima. Ogni strada e piazza della città delle “cento campane” in quel periodo dell’anno si trasforma in un tripudio di colori e le giornate sono arricchite da spettacoli, giocolieri, allestimenti realizzati da artisti e privati. Come una sorta di sospensione dalla realtà che poi ci riporta puntualmente coi piedi per terra, il Carnevale rappresenta un momento di svago e divertimento per ognuno; e così, indossando una maschera ci si allontana per qualche istante verso mondi liberi e inesplorati, fatti di risa, coriandoli e pensieri leggeri.

Da qualche anno, inoltre, la città realizza anche il “Carnevale dei Fiori”, in onore della primavera e della rinascita che porta con sé. I consueti carri sono addobbati con fiori coloratissimi, principalmente garofani, e su di essi vengono messe in scena delle vere e proprie opere d’arte con dei significati allegorici di forte spessore, che inducono gli occhi dei visitatori alla riflessione. Per farci raccontare come avverrà la festa in un momento così particolare, abbiamo sentito Valeria Castorina, Consigliere d’Amministrazione della Fondazione “Carnevale Acireale”, l’ente preposto a programmare e realizzare entrambe le manifestazioni. Dunque abbiamo appreso che l’edizione 2021 è dedicata al mito di Dante, dal momento che quest’anno ricorrono i 700 anni dalla sua morte. I festeggiamenti si apriranno giorno 25 marzo con la lettura del “Preludio” e dei 33 canti della “Divina Commedia” sulle scalinate del Municipio, nella scenografica piazza centrale, a cura di un esperto di drammatizzazione. La festa, grazie anche al contributo del Comune e delle quattro Associazioni dei Carristi, entrerà nel vivo il 24 aprile fino al 2 maggio, con una serie di eventi dedicati al padre della lingua italiana.

«Nonostante la difficoltà del momento che stiamo vivendo, saremo sotto i riflettori – dichiara Valeria Castorina – le radio e la tv saranno presenti durante le manifestazioni e abbiamo stretto un Protocollo d’Intesa con la Società Dante Alighieri di Roma. Siamo gli unici in Sicilia a realizzare delle opere in cartapesta, e ora anche infiorate, di questa portata». L’ entusiasmo e la voglia di fare sempre meglio sono la molla trainante, così come l’aiuto di tutta la comunità, orgogliosa del Carnevale che rende nota Acireale in tutta l’isola e oltre. Ma l’aiuto più prezioso arriva indubbiamente anche dall’Associazione culturale “Coriandolata”, nata quattro anni fa. Un’associazione internazionale di Arti Effimere che ha il grande pregio di comporre opere da coriandoli e sabbia vulcanica e assemblarli con apposita tecnica. La particolarità del loro lavoro è l’utilizzo esclusivo di materiali della tradizione acese, ovvero i coriandoli monocromatici e appunto la sabbia vulcanica del territorio etneo, che insieme esaltano le sfumature dei coriandoli stessi. L’Associazione partecipa a manifestazioni nazionali e di più largo respiro internazionale e s’impegna anche nell’organizzazione di laboratori didattici allo scopo di formare nuove figure professionali che possano tramandare la loro arte in futuro.

La città di Acireale non è solo una perla che si affaccia sul cristallino Mar Mediterraneo; tra i campanili delle sue maestose chiese vi è molto di più. C’ è l’energia e il sacrificio di intere generazioni dedite a una passione che si è trasformata nella punta di diamante di uno dei luoghi siciliani di per sé già incantevoli. Vale la pena visitare Acireale e ancor di più in quei momenti dell’anno in cui si trasforma in una frenesia ricca di suoni e colori carnevaleschi. E la festa dei fiori, che questa primavera diverrà esaltazione del mito dantesco, ne rappresenta un ulteriore tassello di ricchezza culturale.

Carnevale…in mascherina

Articolo di Alessia Giaquinta

Nessuna festa in maschera, quest’anno. Il Carnevale 2021 sarà in “mascherina”, col divieto di assembramenti e gruppi mascherati. Giri di parole a parte, è fuori dubbio che anche la festa più goliardica che ci sia, quest’anno, subirà delle limitazioni a causa dell’ emergenza Covid.

Cosa potremo fare, allora, questo Carnevale?
Potremo riscoprire gli antichi passatempi, i piatti tipici, gli scherzi e gli intrattenimenti che, nei secoli scorsi, caratterizzavano questo evento tanto atteso da grandi e piccini.
Un tempo i festeggiamenti del Carnevale iniziavano le settimane successive all’Epifania per poi concludersi il mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima e del digiuno cristiano.

I giovedì del periodo carnevalesco erano così suddivisi:

  • Il primo era “Jovi di li cummari, cu unn’havi dinari si’mpigna lu falari” (Giovedì delle comari, chi non ha soldi si impegni il grembiule).
  • Il secondo giovedì era “di li parenti, cu unn’havi dinarisi munna li denti” (dei parenti, chi non ha denari per partecipare ai festeggiamenti, si ripulisce i denti).
  • Il terzo era detto “Jovi “zuppiddu”, cu unn’havi dinari, mali è pi iddu” (chi non ha soldi peggio per lui). Zuppiddu altro non era che una maschera del diavolo e stava ad indicare le passioni. Come sempre, la cosa importante era festeggiare.
  • L’ultimo, invece, è “Lu Jovi grassu, chi n’havi dinari s’arrusica l’ossu” (Chi non ha denari si rosica l’osso).
    È proprio l’opulenza del giovedì grasso che è giunta fino a noi che, in questa occasione, ci ritroviamo a mangiare i tradizionali “maccarruna nto sugu ri maiali” oppure, come è usanza nella Contea di Modica, il minestrone con verdure e lardo di maiale. Ma anche le chiacchiere, i cannoli, le frittelle, la mpagnuccata e tanti altri dolci – sfiziosi ­­ed altamente calorici – immancabili a Carnevale.

Anche quest’anno, nonostante restrizioni vigenti, possiamo continuare ad onorare la tavola e la tradizione del giovedì grasso, in famiglia ovviamente, proponendo a tutti i membri di preparare i piatti tipici del Carnevale siciliano. I primi tre giovedì, che prevedevano la condivisione della festa con altri, invece, speriamo di recuperali e reinserirli nella tradizione negli anni a venire.

Si sa, inoltre, che “A Carnevale ogni scherzo vale”, come recita un vecchio proverbio. Allora possiamo sbizzarrirci ad architettare simpatici tranelli ai componenti del nostro nucleo familiare per poi concludere “è uno scherzo, è Carnevale!”. Si può, per esempio, far credere a qualcuno di aver preso parte ad un evento, in passato, dove è stato notato per una qualità fisica e, per tale motivo, invitato a partecipare ad un format televisivo. Oppure si può far sparire dall’armadio di un congiunto uno dei capi di abbigliamento da lui più indossati per poi farglielo riapparire, ad intermittenza, nei posti più impensabili magari corredato da bigliettini del tipo “Ho bisogno di riposare. Mi indossi troppo spesso”. Ci si può, inoltre, divertire facendo qualche scherzo telefonico agli amici perché, diciamoci la verità, ci divertivamo da matti quando eravamo soliti farli, da ragazzini.

La cosa importante è non esagerare e rivelare sempre, a fine dello scherzo, la verità. Ma il Carnevale è anche tempo di “miniminagghie”, ossia simpatici indovinelli, che i nostri nonni ci hanno consegnato quale eredità immateriale di un tempo in cui si aveva la pazienza di arrivare ad una soluzione, senza la necessità di ricorrere ad internet.

Di seguito vi proporrò alcune “miniminagghie”, con annesse soluzioni. Vi invito però a ricercarne altre attingendo direttamente ai ricordi dei nonni che, indubbiamente, sono la fonte diretta più interessante che ci sia.

  1. Cientu nira, cientu ova, cientu para ri linzola. (Cento nidi, cento uova, cento paia di lenzuola).
  2. Du luciènti, du punciènti, quàttru zuòccul’ e na scùpa. (Due fari, due cose che pungono, quattro zoccoli e una scopa).
  3. I ravànzi m’accùzza, i rarrièri m’allònca. (Davanti mi si accorcia, di dietro mi si allunga).

 

 

Soluzioni
1 Melograno, 2. Mucca, 3. Strada

Arturo Barbante, e l’allegoria del Carnevale

Articolo di Salvatore Genovese   Foto di Arturo Barbante

Assiepata dietro le transenne predisposte dagli organizzatori lungo il percorso della sfilata, la gente aspetta il profilarsi del primo carro, in genere preceduto da un coloratissimo e rumorosissimo, gruppo in maschera, che fa da apripista, ballando un allegro ritmo sambero.
Poi, su un carrello trainato da un trattore, anch’essi “vestiti” a festa, fa la sua rumorosa comparsa il primo dei carri allegorici che compongono la “Sfilata”.
Man mano, tra gli applausi partecipati del pubblico, si susseguono gli altri carri, fino a quello che chiude la sfilata, generalmente il più bello e maestoso.
Sui carri, decine di animatori, acconciati secondo il tema, sempre di carattere satirico, della rappresentazione: costumi particolari, spesso arricchiti da splendide maschere, che sfoggiano adorni multicolori.
Ogni gruppo, su ogni carro, balla seguendo i ritmi diffusi da amplificatori appositamente predisposti ai quattro angoli del carro stesso: attimi di gioia che regalano sorrisi e che, a loro volta, sono sottolineati dagli entusiastici applausi degli astanti. Signori, eccoci nel bel mezzo di una “Sfilata”: il Carnevale è servito!

Ma cosa c’è dietro una simile iniziativa? Come si arriva alla realizzazione dei carri, alla preparazio­ne dei costumi, all’organizzazione dei gruppi, alla diffusione delle musiche, alla predisposizione dei mezzi per la mobilità dei carri stessi? Quali i materiali comunemente usati, quante persone e quanto tempo occorrono per predisporre tutto questo?
Lo abbiamo chiesto ad Arturo Barbante, vittoriese, docente, oggi in pensione, di Disegno e Storia dell’Arte in vari istituti medi superiori, apprezzato pittore e ideatore del “Corteo di Re Cucco”, che da anni, il 18 agosto, anima, con il suo Carnevale estivo, Scoglitti, frazione marittima di Vittoria. Barbante ha al suo attivo, inoltre, varie sfilate realizzate in occasione del Carnevale.

«Si parte – spiega Arturo Barbante – dal progetto generale, che si articolerà nei progetti dei singoli carri e gruppi che comporranno la sfilata. Primo passo, i disegni delle allegorie che si vuole rappresentare, sempre su temi di carattere locale o nazionale. Definito il progetto nella sua interezza, si procede alla ricerca dei materiali: un momento di vero e proprio riciclo di cartoni, giornali e riviste. Successivamente, occorre modellare le varie figure in argilla, per ricavarne un calco in gesso al cui interno la carta viene lavorata con la colla. Le figure così plasmate vengono dipinte di bianco, un colore unico e unificante; poi si sovrappongono i vari colori che li caratterizzeranno. Altri elementi del carro sono realizzati con polistirolo espanso e schiuma espansa modellata. Per sostenere i vari personaggi, spesso di notevoli dimensioni, si utilizzano supporti in ferro, reti metalliche e strutture in legno. Un impegno particolare richiede la scelta dei materiali per i costumi; stoffe di vario genere, dalle glitterate alle metallizzate, dalle laminate a quelle più comuni. Moltissima la gommapiuma utilizzata, sempre dipinta a spruzzo. Costumi e gommapiuma che richiedono ore e ore di lavoro minuzioso, sia per la loro realizzazione, che per le prove su ogni singolo figurante. Riguardo a questi ultimi, va evidenziata l’importanza della loro presenza: sono loro, infatti, che valorizzano il tema di ogni singolo carro, per cui è necessario prepararli adeguatamente. A tal fine, vengono chiamati animatori e maestri di ballo, che predispongono le coreografie. La scelta delle musiche richiede un accurato lavoro di regia e l’utilizzo di apparati tecnici alimentati da potenti gruppi elettrogeni, indispensabili anche per il funzionamento dei compressori e dei vari meccanismi interni che consentono i movimenti e l’animazione delle figure allegoriche».

Come è facile capire, il lavoro per la realizzazione dei carri è notevole; a volte dura anche dei mesi, per poi “bruciarsi” in poche ore in una o più sfilate.
Non importa: è il trionfo dell’effimero e della carnalità prima del lungo periodo quaresimale.

Il Carnevale, una festa antica 4000 anni

Articolo di Alessia Giaquinta

“A Carnaluvari ogni scherzu vali e cu s’affenni è un maiali”.
Così recita un motto della tradizione siciliana in merito ai festeggiamenti del Carnevale.
È il periodo più allegro che ci sia, quello in cui si può essere burloni, spiritosi e provocatori oltremodo.
Gli antichi latini dicevano “Semel in anno licet insanire”, una volta durante l’anno è lecito fare pazzie, dunque.

Ma… dove e come nasce il Carnevale?
Torniamo indietro con la macchina del tempo fino alla civiltà egizia, 4000 anni fa. Questa popolazione dedicava riti e manifestazioni alla dea Iside con canti e balli in suo onore. La Dea, secondo il mito, navigò per tutti i mari del mondo pur di trovare il corpo smembrato dell’amato fratello, Osiride, e ricomporlo. Si parla dunque del “Navigium Isidis” che pare avere legami con l’etimologia della parola Carnevale: carrum navalis, infatti, potrebbe richiamare non solo l’imbarcazione usata dalla dea per le sue ricerche ma anche la successiva rappresentazione utilizzata nel rito, diffuso poi anche tra i Romani.
Lo scrittore latino Apuleio, nelle sue Metamorfosi, racconta che si trattava di un corteo in maschera che trainava un’imbarcazione di legno decorata con fiori dove “c’era uno vestito da soldato con tanto di cinturone, un altro da cacciatore in mantellina, sandali e spiedi, un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca”.
Insomma, nessun limite alla fantasia e nessun giudizio per l’occasione: tutti, a prescindere dalla condizione sociale, persino gli schiavi, partecipavano alle lunghe processioni dietro al carro.
Anche i “Saturnali”, feste in onore del dio Saturno, erano celebrati nell’antica Roma, con manifestazioni simili all’odierno Carnevale. A loro volta, pare che queste si rifacessero alle Dionisiache greche, gare teatrali che terminavano con banchetti e feste, in cui l’eccesso di cibo, vino ed euforia potevano sfociare in momenti licenziosi.

Con l’avvento del Cristianesimo, l’etimologia della parola e il significato della festa mutò, sebbene sostanzialmente continuò a essere l’occasione per fare baldoria, usare travestimenti e costruire carri.
Il Carnevale divenne così il periodo del carnem vale ossia “addio carne”, o ancora carnem levare, cioè eliminare la carne dai pasti, come previsto dal digiuno quaresimale.
La festa, caratterizzata da divertimenti e atteggiamenti burleschi, infatti, è collegata con la Pasqua, diventando preludio dei quaranta giorni di astinenza e digiuno che iniziano il giorno successivo al Carnevale, il Mercoledì delle Ceneri insomma.

In Sicilia, il Carnevale è tempo di divertimenti, festini e di miniminagghi, indovinelli spesso caratterizzati dal doppio senso con cui ci si divertiva – e in qualche modo, ci si diverte ancora – prima del rigore quaresimale. Oggi, sicuramente, i bambini – e non solo – sono attratti più da altro: dall’impazzata ricerca del costume da sfoggiare agli accessori più innovativi agli scherzi più esilaranti.

Se diciamo “Davanti m’accurza e darrieri m’allonga”, qualcuno riuscirà a indovinare di cosa stiamo parlando? Ovviamente è “la strada” la risposta esatta.
Le miniminagghie tramandate sono veramente tantissime: chiedere a qualche anziano è il metodo giusto per conoscerle e preservarle dall’oblio.
Immancabili sono i coriandoli che sostituiscono l’antico lancio dei confetti contenenti un seme di coriandolo e dunque, per questo, così chiamati.
Le tradizionali maschere siciliane sono Peppe Nappa, Nofriu, Lisa, Nardu, ossia personaggi della farsa palermitana Vastasata. E poi ancora: picurari, l’ammuccabbadduottili (il credulone) e u dutturi che si faceva largo esclamando “fazzu lavanni i spini i rizzi!”, ossia clisteri a base di aculei di riccio marino.

Brucia Re Carnevale, entro la mezzanotte del martedì grasso. Il fantoccio di cartone e legno – che simbolicamente è costruito e rappresenta quest’antichissima festa – diventa un rogo. Tutto diventa cenere. Ed è… Quaresima.

Ma che bontà! Il dolce di Carnevale e Pasqua!

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Totò Messina

Nel vasto e ricco mondo della cucina siciliana, un posto assai notevole è occupato dai dolci.
Una peculiarità della gastronomia siciliana è sicuramente l’impiego di elementi semplici e poveri che, abbinati tra loro, danno origine a pietanze non solo gustosissime ma anche cariche di valori simbolici.
Uno dei dolci tipici del Carnevale, in Sicilia, è la pagnuccata, pignoccata o pignolata, così chiamata in base alle zone in cui viene preparata.
Si crede che l’origine di questo dolce, a base di zucchero e miele, sia araba. In seguito furono le suore a tramandarne la ricetta tradizionale che, nel tempo, è rimasta per lo più invariata.
Le religiose preparavano questo dolce in prossimità del Carnevale perché, prima del digiuno quaresimale, tutti potessero gustarlo e, in special modo, i più poveri.
Anticamente pare che venissero utilizzati i pinoli e dunque per questo fu chiamata, in alcune zone della Sicilia, pignolata. Si narra, però, che un giorno le suore, sprovviste di pinoli, abbiano inventato una nuova ricetta che prevedeva l’uso di pasta fritta tagliata a cubetti al posto degli eduli semi.
È considerata anche il “torrone dei poveri” poiché, per prepararla, s’impiegano solo uova, farina, miele e zucchero. Le classi agiate, infatti, per molto tempo non gradirono questa pietanza per via delle umili origini della ricetta.
Gli spagnoli, nel Cinquecento, aggiunsero ingredienti più ricercati, quali la glassa al cacao o quella al limone. Nacque così la pignolata messinese, così chiamata per la caratteristica forma a pigna che acquisisce nella preparazione finale.
La pigna, infatti, rappresenta l’uovo cosmico e dunque è legato alla nascita e anche all’immortalità, poiché l’albero di pino è un sempreverde. Si pensi così alla rinascita della natura in Primavera e alla Pasqua con chiaro riferimento all’immortalità di Cristo.
Nella Contea di Modica questo dolce non ebbe variazioni di ricetta. Il nome utilizzato in queste zone, però, è pagnuccata che, come scrive l’etnologo Serafino Amabile Guastella, altro non è che la “scorrezione di pinocchiata, è un dolce a forma di pinocchia, di farina impastata con gialli d’ova, poi fritto nel grasso porcino, indi cotto e ingiulebato nel miele”.

Al di là dei dilemmi linguistici e delle varianti di zona, possiamo dire che si tratta di uno dei dolci più sfiziosi della cucina siciliana. L’unica avvertenza è avere denti sani per rompere e dunque masticare la pagnuccata: si potrà scoprire così la piacevolezza del croccante e la dolcezza del miele che lo ricopre. Una vera e propria estasi per il palato!

Vi proponiamo la ricetta con la sola raccomandazione di metterla in pratica e diffonderla. Un tempo le nonne preparavano i dolci e, nel frattempo, raccontavano storie affascinanti. Facciamo sì che questa magia non venga interrotta: via i tablet e i telefonini, è l’ora di preparare la pagnuccata!

 

INGREDIENTI

3 uova medie
250 gr di farina di grano duro
300 gr di zucchero
3 cucchiai di miele
Un pizzico di sale

PROCEDIMENTO
Impastate la farina e le uova fino a ottenere un impasto morbido e omogeneo. Aggiungete un pizzico di sale.
Ricavate dall’impasto dei bastoncini larghi circa un centimetro e tagliarli a cubetti.
Mettete a friggere nell’olio (o nello strutto) i cubetti di pasta e, appena cotti, fateli asciugare nella carta assorbente e dunque raffreddare.
Preparate, in un’altra padella, il caramello amalgamando lo zucchero al miele e mescolando fino a ottenere un composto liquido.
Una volta pronto, aggiungete i cubetti fritti.
Separate, possibilmente su un piano di marmo, il risultato ottenuto in piccole porzioni e, servendovi di una bacinella d’acqua fredda (per bagnare le mani), stringete la pagnuccata così da darle forma.
Aggiungete, a piacimento, palline arcobaleno o altre decorazioni.

CURIOSITÁ
Anticamente, con il caramello che colava si ricavavano le caramelle per i bambini.
Era proprio una festa preparare e mangiare la pagnuccata!

La Cuddrireddra di Delia, la corona di Carnevale

Articolo di Titti Metrico   Foto di Samuel Tasca

Mi piace portarvi nei posti più nascosti della Sicilia, ignota per alcuni, conosciuta per altri. Siamo in provincia di Caltanissetta, esattamente a 447 m. sul livello del mare in una località adagiata su un pendio: ecco a voi Delia. Questa cittadina gode di una piacevole posizione panoramica, da un lato si affaccia verso il Salso e la piana di Gela, dall’altro verso Campobello e Naro, con l’antica fortezza che domina il paesaggio. Passeggiando per l’abitato si scoprono siti di grande fascino, edifici religiosi come le chiese di Santa Maria di Loreto, di Santa Maria dell’Itria, della Croce, di Sant’Antonio Abate e del Carmelo, sino all’imponente Castello Normanno. Mi fermo qui nel descrivere il paesaggio, perché voglio farvi conoscere quello che è il simbolo di Delia, la Cuddrireddra, nome quasi impronunciabile per chi non è siciliano, sembra uno scioglilingua, ma a Delia questo nome indica un dolce molto importante nella gastronomia siciliana e italiana, per essere elaborato originalmente nella sua fattura e negli ingredienti e gelosamente custodito, è un dolce identitario che viene tramandato di generazione in generazione, non ha eguali in nessun posto del mondo.

La denominazione della Cuddrireddra è di origine greca che significa “Kollura”, usato per definire un pane biscottato di forma rotonda, nei vocabolari dialettali indica una schiacciatina o focaccina, oppure una rotella di pasta a forma di anello o di corona. Le Cuddrireddre hanno la caratteristica di essere croccanti e profumati. Esistono anche altre zone della Sicilia, della Puglia e della Calabria, dove si producono biscotti aromatici, ognuno con un nome diverso a seconda della zona d’origine (Cuddura, Cuddhuraci, Puddhriche, ecc.) ma solo a Delia, da oltre sette secoli, sfoggiano le belle corone di biscotti, che da sempre si contraddistinguono dagli altri deliziando i palati di grandi e piccini. Si narra, infatti, che a ispirare questi biscotti gustosi fossero state le castellane durante la Guerra dei Vespri, tra il 1282 e il 1302, esse abitavano nella fortezza che domina la cittadina e a distanza di oltre 700 anni le Cuddrireddre con la stessa forma, sono ancora il tipico dolce della tradizione del Carnevale di Delia.

Ovviamente chi visita Delia può gustare la Cuddrireddra tutto l’anno, basta recarsi da un fornaio oppure in una pasticceria per acquistarla. Per evitare che la tradizione legata alla produzione di questi gustosi biscotti vada perduta la Fondazione Slow Food ha istituito un Presidio di tutela, ma soltanto per la versione fritta rigorosamente nell’olio extravergine d’oliva.

Per chi volesse prepararle a casa e farsi avvolgere dal profumo intenso tutto siciliano di cannella e arancia ecco a voi la ricetta:

500 gr. di farina di grano duro,
250 gr. di zucchero,
50 gr. di strutto,
2 uova più 1 tuorlo,
50 ml. di vino rosso,
2 cucchiai di scorzette di arancia,
5 gr. di cannella in polvere,
olio extravergine di oliva.

Preparazione
Setacciate la farina e disponetela a fontana, aggiungete lo zucchero, le scorzette di arancia sminuzzate, lo strutto tagliato a pezzetti e le uova. Lavorate l’impasto incorporando, a filo, il vino rosso fino a ottenere un composto liscio e omogeneo. Prendete dei pezzetti d’impasto e arrotolateli ricavandone dei cordoncini lunghi circa 80 cm. e del diametro di circa mezzo cm. Avvolgete a spirale i cordoncini attorno ad un bastoncino lasciando libero circa un terzo della lunghezza distribuito equamente tra le due estremità. Fate, poi, passare le parti non avvolte al di sopra e al di sotto delle spire, come a incorniciarle, premendo leggermente affinché vi aderiscano e fissando i lembi all’estremo opposto della spirale. Sfilate il bastoncino, poi unite le due estremità della spirale esercitando una lieve pressione, creando, dunque, una sorta di ciambella. Scaldate, quindi, l’olio e friggete le Cuddrireddre che farete freddare a temperatura ambiente prima di servire in tavola.

Editoriale Bianca Magazine n.15

di Emanuele Cocchiaro

Cari lettori di Bianca, come ben sapete, fra pochi giorni sarà Carnevale e mai come in questa fase della mia vita mi ritrovo coinvolto nei preparativi legati a questa festa; rivivo, infatti, attraverso l’entusiasmo della mia nipotina Bianca, il ricordo dei momenti spensierati legati a quel periodo e vissuti durante la mia gioventù. A parte tale rinvenire di ricordi, il rito carnevalesco mi offre lo spunto per una riflessione sul suo aspetto simbolico. Infatti, con il Carnevale celebriamo la grande metafora del teatro della vita posto che lo si può pensare come un momento di sperimentazione di altri possibili “io”; vestendoci in maschera possiamo almeno per una volta l’anno esternare qualche nostro lato nascosto che in un giorno di ordinaria vita sarebbe sicuramente stigmatizzato da quello che è, inevitabilmente, un grande limite nello svolgimento delle nostre vite, ovvero il giudizio impietoso di chi ci circonda. Per questo, a pensarci bene, sarebbe meglio celebrare un carnevale al mese così magari la vita si presenterebbe meno stressante e più creativa.

Alla luce di quanto detto, dunque, il mio invito è quello di prendere sul serio il carattere frivolo di questo grande rito e di vivere più carnevali all’anno indossando ogni giorno maschere meno canoniche e più fantasiose; chissà che questo non ci aiuti a vedere i lati positivi delle persone e a ridere di più sulla vita e sui noi stessi.

Un successo il Carnevale a Mazzarrone

Articolo di Valentina Frasca,   Foto di Milena Ippolito

Su la maschera! A Mazzarrone quella che è andata in scena nel mese di febbraio nella sala ricevimenti del Casale dei Consoli è stata una strepitosa seconda edizione del Gran Galà di Carnevale. Boom di ingressi, con più di 700 presenze. Un risultato quasi inaspettato, ma frutto del grande lavoro di un gruppo di imprenditori che si sono messi in gioco per regalare alla città un momento di aggregazione e divertimento nel nome di Re Burlone.

“Il principio di questa festa, che per tutti noi è stato un successo, è quello di ripristinare la tradizione dei festeggiamenti tipici del Carnevale così come venivano intesi un tempo: gioia e condivisione, all’insegna del divertimento e del costume” ha dichiarato Benì Inzirillo, uno dei promotori dell’evento reso unico dalla cura minuziosa dei dettagli: dalle maschere alla musica, tutto ispirato agli indimenticabili ‘70-‘80-‘90. “Abbiamo rivissuto quegli anni magici – ha aggiunto Inzirillo – in una serata caratterizzata da grande allegria viagra generika preis. Un appuntamento da riproporre senz’altro l’anno prossimo”.

Lo stesso clima di festa è continuato per le strade della città di Mazzarrone, da domenica sera fino a martedì grasso, grazie agli eventi promossi dal comitato costituito da 9 ragazzi tra i 17 e i 25 anni, espressione dell’Associazione Culturale Giovanile VIVALAVIDA, che ha lo scopo di ‘mettere in moto’ e rendere sempre più bella la città, coinvolgendo un numero crescente di giovani, i veri protagonisti di questo Carnevale. E loro hanno risposto con entusiasmo, calandosi in pieno nello spirito carnevalesco. Oltre 300 i partecipanti alle sfilate di lunedì e martedì. 2 i gruppi in maschera accompagnati da minicarri: i Moicani e W le Calorie. Quest’anno, inoltre, i carri allegorici sono tornati a sfilare per le vie della città grazie all’abile e costante lavoro dei partecipanti che, con impegno e senza risparmiarsi, ad essi hanno dedicato praticamente ogni sera nei due mesi precedenti il carnevale. I temi scelti per la rappresentazione sono stati la favola di Biancaneve, il Circo, il Far West e i Figli dei Fiori. 

“È stato il Carnevale che volevamo, è riuscito nel migliore dei modi e ne siamo felici – ha commentato il vicepresidente dell’associazione, Manuel Scribano – e ringrazio tutte le famiglie che hanno partecipato per il supporto dato e per aver trascinato tutta la città. Praticamente tutti hanno preso parte all’organizzazione – ha aggiunto – ed è stato un bel momento di unione e condivisione”

Nonostante il maltempo non abbia permesso di sfilare la domenica, la serata in piazza è stata un successo. Merito anche di una Notte Italiana affidata al DJ vittoriese Peppe Maugeri e all’animazione di Peppe Cilio Vox, che hanno richiamato centinaia di ragazzi da tutta la provincia e da quelle limitrofe. Il lunedì la serata è stata animata dai carri che, intervallandosi, hanno acceso la piazza con musica e balli. Il gran finale, naturalmente, il martedì grasso, con l’ultima sfilata e l’esibizione di fronte alla giuria dei vari gruppi; quindi discoteca sotto le stelle fino a mezzanotte con Dj Saro Sallemi e la voce di Peppe Cilio.

“Per noi il Carnevale è il sorriso spontaneo dei bambini, è il ballare per le strade, è sporcarsi di colla e fare tardi la sera per realizzare un carro, è il ritrovarsi in una piazza accanto a gente che pensavi di non conoscere, ma che si diverte come te” sono state le parole dei componenti il comitato organizzatore. “Carnevale è divertirsi, è stare insieme, è creare qualcosa di bello che resti nella memoria di tutti. Ecco perché vogliamo ringraziare tutti quelli che hanno partecipato, le persone che ci hanno sostenuto e che credono in noi, e quelle che danno il loro supporto anche con delle critiche costruttive, perché sono proprio quelle che ti fanno crescere e ti permettono di migliorarti anno dopo anno”.