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Un libro sotto l’albero

A cura di Alessia Giaquinta

Vorresti forse rinunciare all’inebriante profumo di carta e alla piacevolezza di accarezzare, con cura, ogni pagina di una storia, questo Natale?

Spero proprio di no. Sebbene qualcuno faccia fatica ad apprezzare i libri, sono certa che tu che stai leggendo sei tra coloro che, invece, spera di riceverne qualcuno in regalo, magari proprio in questa festività.

Diciamoci la verità: i libri regalati hanno un gusto diverso. Qualcuno, infatti, li ha scelti per te, quindi ha avuto cura di conoscerne i dettagli e le sfumature prima di fartene dono. Ecco perché è importante il momento della scelta. I libri ci chiamano, comunicano dalle copertine, o spesso, attendono di essere sfogliati per concedersi alla nostra attenzione…

A chi ha in mente di scegliere un libro da regalare, per questo Natale, voglio suggerire qualche “Titolo” del Maestro Andrea Camilleri (1925-2019): il celebre autore siciliano, infatti, vanta un vastissimo panorama di scritti, per tutti i gusti e tutte le età…

Te ne indico tre nel dettaglio, a cui farò seguire una presentazione o citazione tratta dal testo, certa del fatto che possa aiutarti a fare un dono interessante e gradito a chi più ami, ai più piccoli, e certamente anche a te stesso.

 

Topiopì

(Indicato per bambini dai 5 agli 8 anni)

Questa non è una favola, ma una storia vera… Nenè frequenta la scuola elementare e trascorre l’estate in campagna, dai nonni. Gli piace alzarsi presto per accompagnare la contadina Rosalia a dare da mangiare agli animali: la mula, il cavallo, l’asino, e poi il gallo, le galline, i conigli e le capre. Un giorno Nenè trova ad attenderlo una sorpresa: in fondo al pollaio c’è una cesta con una dozzina di pulcini appena nati…

Maruzza Musumeci

(Consigliato per gli amanti dei miti e leggende)

«Nenti ci capii. Voliti spiegarvi meglio?».

«Diciva che lei non teneva la natura, che era nasciuta diversa, (…) È una vestia marina. La parti di supra, fino al viddrico, è di fìmmina cu dù beddri minne, la parti di sutta è a cuda di pisci. Infatti la sirena non pò caminare, ma nata».

 

Ora dimmi di te. Lettera a Matilda

(Consigliato per chi ama le biografie)

«Matilda mia, ho imparato pochissime cose e te le dico (…) Noi oggi siamo dei morti che camminano. Morti nel senso che le nostre convinzioni appartengono a un tempo che non ha futuro, quindi “lasciate che i morti seppelliscano i morti”. I giovani hanno in loro la capacità di far questa tabula rasa e di ridare alla politica la sua etica perduta. Sono certo che questa mia fiducia non sarà tradita».

giochi camilleri

Al tavolo da gioco con Camilleri. Storia di un Natale d’altri tempi.

Articolo di Irene Valerio

Corre l’anno 1943. L’Europa è in subbuglio a causa del conflitto che ha fermato il tempo e che ormai sembra essere eterno. Le città sono strette nel silenzio dell’attesa e tengono il fiato sospeso per paura di non udire l’avvicinarsi degli aerei che sorvolano i cieli gemmati di un mondo che spasima per tornare alla vita, ma che ogni giorno è costretto ad assistere a scene atroci in cui la vita è dissacrata.

In simili periodi, quando non ci sono più certezze e anche sperare può essere opprimente, ci si attacca ai piccoli gesti che ricordano la quotidianità interrotta, atti semplici che però sono in grado di sgravare l’animo. Non appena giunge il Natale, quindi, ci si chiude in casa per lasciare la devastazione all’esterno e dopo cena ci si riunisce per giocare a carte con amici e parenti, opponendosi con il fragore della risata al funesto rombo della guerra.

Il 26 dicembre Andrea Camilleri, che ha diciotto anni, si trova in casa di un certo Don Sasà Bellavia, “cinquantino tracagnotto dai grossi baffi neri, dal volto duro, di scarsa parola”, uno che gira sempre armato. A invitarlo è stata la figlia di lui, Lea, che con il consenso dei genitori ha creato uno spazio riservato esclusivamente ai giovani, scampando così alla noia di una serata trascorsa in soggiorno con le signore e i bambini a trastullarsi con il “soporifero sette e mezzo”.

Durante la prima ora, il futuro creatore di Montalbano rimane affianco ai suoi amici nella suddetta sala, dove ci si intrattiene ballando, ma poi un sedizioso desiderio si appropria di lui: entrare nella leggendaria stanza in cui don Sasà e i suoi compari tentano la sorte giocando forte. Inizialmente intimorito e poi sempre più elettrizzato, Andrea cede alla curiosità e si intrufola nella camera proibita, dove ben presto, come risucchiato da una forza malefica, si ritrova seduto al tavolo da gioco a puntare le sue mille amlire, una somma miserevole rispetto ai numeri da capogiro dei suoi sfidanti. Il primo turno va bene, ma dal secondo la fortuna gli volta le spalle e gli strappa fino all’ultima moneta.

Costretto e abbattuto dalle circostanze, Andrea si scosta pertanto dal tavolo della rovina e si dirige verso la sventurata porta che lo ha tentato. Prima che varchi l’uscio, tuttavia, la vigorosa voce di don Sasà arresta la sua ritirata e gli propone di rimanere ancora, permettendogli di continuare a giocare sulla parola. L’entusiasta diciottenne non se lo fa ripetere due volte: fruga nelle tasche e ritorna alla carica, puntando prima la sua scatola di fiammiferi da mille amlire, poi il suo fazzoletto, dopo tutto ciò che ha con sé, fino a quando l’unica cosa che gli rimane è un debito da diciottomila amlire da saldare entro le ventiquattro ore.

Avvilito e furioso per la leggerezza che lo ha intontito, Camilleri si avvia verso casa, cercando di studiare una strategia per racimolare in fretta i soldi che gli occorrono, e il pensiero lo assorbe a tal punto che, arrivato a destinazione e ritiratosi nella sua stanza, il giovane non riesce a dormire e trascorre “una notte infame”. L’indomani però un’idea gli solleva il morale: chiederà aiuto a Elena, una sua amica di Agrigento, la quale informata dell’accaduto accetta di prestargli il denaro e glielo manda poco dopo tramite il fratello.

Verso sera, Camilleri si dirige rinfrancato da don Sasà, entra nel suo ufficio e trionfante posa sulla scrivania la busta piena di contanti. L’uomo, il più grosso esportatore di mandorle e cereali della città, è impegnato a fare i conti, perciò prende il bottino sbrigativamente, si accerta che contenga il gruzzolo stabilito e congeda il suo debitore. Quando questi è già arrivato alla porta, tuttavia, lo richiama e con tono severo gli ingiunge di riprendere il denaro: non avrebbe mai potuto accettare soldi da un picciotteddro come lui; voleva solo dargli una lezione affinché impari che scommettere ciò che non si ha è una scelta da irresponsabili, “pirchì abbisogna sempre stendiri lu pedi fino a quando il lenzolo teni”.

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Costanza Di Quattro racconta i suoi ricordi nella Casa di Montalbano

Articolo di Omar Gelsomino

Milioni di telespettatori conoscono benissimo quella casa. Per i visitatori che ogni anno frequentano la spiaggia di Punta Secca, a Santa Croce Camerina, è un vero e proprio must fare un selfie davanti la famosa Casa di Montalbano. Per non parlare poi di quel terrazzino affacciato sul mare che a tanti ha fatto e continua a far sognare. Costanza Di Quattro, giornalista e scrittrice, che insieme alla sorella Vicky dal 2010 è la direttrice artistica del Teatro di Donnafugata, ha scritto “La mia casa di Montalbano” per Baldini e Castoldi, in cui racconta il suo viaggio introspettivo nella casa di famiglia diventata set della fiction del Commissario Montalbano, tratta dai romanzi di Andrea Camilleri. Un romanzo, con le note del regista Alberto Sironi e del location manager Pasquale Spadola, ci porta a scoprire racconti inediti, un viaggio introspettivo di Costanza Di Quattro, iniziato nei primi anni Novanta, il forte legame col nonno, ripercorrendo i suoi ricordi dall’infanzia all’adolescenza, quando la casa dei nonni, che per diverse estati aveva ospitato parenti, amici di famiglia e ospiti illustri (Elvira Sellerio, Gesualdo Bufalino, ecc), diventa la casa di tutti perché set della serie del Commissario Montalbano, così questa forma di gelosia e attaccamento la fa allontanare. Una casa che col tempo ha custodito tantissime storie, racconta un dipinto della cultura siciliana e delle abitudini della gente. Costanza Di Quattro ci racconta le sue emozioni.

Come nasce l’idea di scrivere questo libro?

«È essenzialmente un libro di ricordi, quindi un memoire che fa parte della mia storia, della mia famiglia, del mio vissuto, di un periodo felicissimo della mia vita che è quello dell’infanzia e che per me è stato particolarmente felice. Poi c’era la volontà di fermare quei ricordi in un momento in cui quella casa era ancora della famiglia. Dopo l’avvento di Montalbano, per quanto continui ad essere casa nostra è diventata un po’ la casa di tutti. Perdere l’essenza di quel posto e condividerla anche con gli altri ha creato un momento traumatico».

Il tuo libro non è solo uno scrigno di ricordi?

«È anche una testimonianza di uno spaccato sociale, di un periodo storico, perché gli anni ’90 vengono fuori da questo romanzo e anche il passaggio di tante persone e personaggi, illustri e non, che creano lo spaccato della provincia di Ragusa».

La casa dei nonni rispetto a quella a cui siamo abituati a vedere com’era?

«Rispetto a come la ricordo io e come la descrivo nel romanzo è identica, non è cambiata perché il regista Sironi s’innamorò di quella casa e non volle cambiare nulla se non la camera da letto che nella realtà quella stanza è un soggiorno. Nella fiction invece il soggiorno è diviso a metà con la camera da letto prospiciente al mare. Per il resto è la casa che io ricordo, anzi paradossalmente la ricordo più per come la vedo oggi nella fiction per quella che è diventata»

Possiamo definirlo un racconto dolce amaro?

«Dolce amaro perchè siamo noi siciliani che abbiamo questo agro dolce dentro di noi, quindi c’è questa vena di nostalgia e di malinconia che permea tutto il romanzo, ma c’è anche la volontà di chiudere in maniera positiva con questa consapevolezza che le cose nostre non sono nostre ma bisogna saperle condividere con gli altri»

La decisione di affittarla alla produzione è stata un po’ combattuta…

«Questa decisione ha avuto in sé uno scontro generazionale terribile, tra volontà di mio padre che era quella di dare la casa alla Palomar perché intravedeva giustamente una grande possibilità e la posizione ferma e rigida di mio nonno, che faceva parte di un’altra generazione, che vedeva in quella casa essenzialmente della sua famiglia e quindi non poteva essere in nessun modo profanata dalla telecamere e dalla televisione. Ci fu un vero e proprio scontro che si è concluso come un grande colpo di teatro con la decisione di mia nonna che ha svolto questa immagine femminile silenziosa ma decisionale».

C’è una differenza fra quello che ha rappresentato per lei e quello che rappresenta oggi?

«Oggi è un po’ l’emblema anche di questa terra lambita dalle acque del mare, del sole che ci invade, per cui in fondo non è molto distante da quella che poteva essere nel mio immaginario e che potevo ricordare nei miei sogni da bambina. Ci sono delle differenze legate al fatto che oggi è più vista più come un monumento nazionale che come una casa privata».

Lei ha conosciuto Andrea Camilleri, vuole raccontarci un aneddoto di un vostro incontro?

«È stato un incontro bellissimo, uno degli incontri più forti ed emozionanti della mia vita. La cosa che racconto sempre e mi piace sottolineare è che in lui ho trovato un grande ascoltatore, io ho parlato per un tempo infinito e lui ha saputo ascoltarmi con interesse ed entusiasmo. Nella capacità di ascoltare io ravviso una grande intelligenza  e una grande apertura, credo che lui riponesse una grande speranza nel futuro dei giovani».

A cosa sta lavorando?

«Sto lavorando ad un paio di testi che andranno per il teatro e ad un romanzo storico, sempre ambientato nella nostra terra con quelle che sono le nostre tradizioni, con quello che è il nostro modo di vivere che mi piace portare in Italia e ovunque perché è un mondo che ha dell’esotico e del fascinoso allo stesso tempo, quindi mi rendo conto che attrae e a me piace raccontarlo».

figli cangiati anteprima

Pirandello e Camilleri: due “figli cangiati”

di Irene Valerio

Luigi Pirandello nasce ad Agrigento il 28 giugno 1867, “cadendo come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’ulivi saraceni”; Andrea Camilleri viene alla luce a Porto Empedocle il 6 settembre 1925. Entrambi crescono nello stesso lembo di Sicilia, affacciati allo stesso mare, e tutti e due avranno lo stesso, singolare destino: saranno scrittori di fama mondiale e racconteranno, ognuno a modo suo, la sicilianità. Prima che ciò accada, tuttavia, essi saranno giovani come tanti, eccezionali e dotati di un raro talento, ma pur sempre fanciulli, sognatori che immaginano il mondo dalle finestre delle loro camere e che a un certo punto si sentiranno figli cangiati.
Secondo una leggenda che circola nell’agrigentino, esistono spiriti dell’aria che di notte si aggirano per le case e si divertono a scambiare i neonati. Si tratta di vecchie rugose, dall’indole malignamente burlesca, alle quali la tradizione popolare ha attribuito l’appellativo di màgare o donni, e su cui girano numerosi racconti, come quello della madre che al mattino, al posto del figlioletto biondo e diafano messo a dormire la sera prima, trova nella culla una criatura irriconoscibile, scura e spaventevole: li donni l’hanno scambiato e adesso il pargolo è un figliu cangiato. Il piccolo Luigi ode queste storie dalla criata e ne è oltremodo incuriosito. Non solo implora la donna di ripetergliele di continuo, ma si convince di essere stato anche lui cambiato dopo la nascita e di trovarsi nella famiglia sbagliata: il bambino si guarda attorno e si domanda cos’abbia in comune lui con i tipi irruenti che lo circondano, si chiede se davvero sia figlio dell’iracondo Stefano, che una volta arriva addirittura a sparare in aria un colpo di lupara solo perché le campane della vicina chiesa lo infastidiscono. Il futuro premio Nobel si sente estraneo all’ambiente in cui vive e, notando che troppe sono le differenze che lo separano dal resto del nucleo familiare, la sua logica infantile gli suggerisce un’unica spiegazione plausibile: li donni lo hanno cambiato; egli non è figlio del tempestoso Stefano, che in tutta la sua vita parteciperà a sette scontri a fuoco e a mezza dozzina di duelli, ma di qualcun altro.

Simili dubbi sulla possibilità che ci sia stato uno scambio operato dalle màgare inquietano anche i genitori di Andrea Camilleri, allorquando in terza superiore scoprono che il figlio, preferendo bighellonare in giro per la città, ha saltato oltre la metà delle lezioni e poi ha modificato la pagella da far firmare al padre, motivo per il quale viene mandato in collegio. Giuseppe e Carmelina discutono sulla bizzarria del figlio ed egli, origliando, si pone le loro stesse domande: e se fosse stato davvero cambiato dalle donne? Se fosse figlio di un carrettiere che le màgare hanno portato in quella casa? Forse non è un’idea sconclusionata, dal momento che lui, stravagante e anticonvenzionale, poco o niente ha in comune con la compostezza e l’ossequio per le regole del padre.

A sentirle, queste storie non sembrano vere, ma forse non c’è nulla di eclatante nei quesiti che preoccupavano i due futuri scrittori siciliani, poiché – come affermò da adulto Camilleri – “ogni siciliano si sente scangiato, sia che campi la vita ad acqua e a vento, sia che abiti nel palazzo del re”, ed è forse proprio il dubbio di esser capitati nel posto sbagliato, l’amara consapevolezza della dissonanza “tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere”, che permette a tanti talenti e artisti di germinare. Se non fosse per il travaglio nato dall’insoddisfazione per un’isola amata per la fiera bellezza e al tempo stesso detestata per l’oppressione delle diversità forse nessuno potrebbe scrivere, inventare, dipingere e cambiare il mondo; se non fosse per il dissenso verso lo status quo e il senso di estraneità dall’ambiente circostante, non ci sarebbe stato nessun Pirandello, nessun Camilleri, nessun Sciascia, nessun Quasimodo e nessun Verga.

Fonte: L’ombrello di Noè
Andrea Camilleri e Roberto Scarpa, Rizzoli, 2002
BM

L’eredità morale di Andrea Camilleri

Articolo di Gaetano Savatteri  Foto di Giuseppe Leone

C’è un mistero irrisolto. Mi sono sempre chiesto come fosse possibile che nella provincia di Agrigento, la più povera di Sicilia, ultima nelle classifiche del reddito pro capite e della vivibilità, prima in quelle della disoccupazione e della carenza di servizi, siano nati tre grandi scrittori: Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri. Una volta l’ho chiesto a Camilleri, per sciogliere l’enigma. Andrea tirò una boccata di fumo dalla sigaretta, socchiuse gli occhi e disse: “Perché scrivere non costa niente”.

In realtà, quella provincia era un luogo di osservazione privilegiato per uno scrittore, un contenitore di storie estreme, perché estrema era la condizione di vita nei paesi del lembo meridionale di Sicilia. Ma Andrea, con la sua solita ironia, aveva tagliato con un colpo di cesoia il cuore della questione. Il capitale iniziale di uno scrittore della provincia di Agrigento non potevano essere i soldi, la posizione, le relazioni sociali, ma un talento da tirar fuori da se stesso. Scrivere non costa niente, è vero, ma ha bisogno di attenzione, di letture solitarie, di ricerca e di tensione.

Forse per questo la scrittura dei tre agrigentini – soprattutto di Andrea Camilleri – è stata tardiva, è sbocciata con la piena maturità. È come se quelle storie respirate, trasfigurate nel ricordo, ascoltate per bocca di qualcuno, cercassero il tempo per essere raccontate. Andrea Camilleri lo ha fatto con la sua potente macchina di fabbricatore di narrazioni, una fucina di fantasia e immaginazione che riusciva a partire da un documento, da una notizia, da una suggestione e diventava opera letteraria, ambientata nel passato o nel presente di una Vigata che racchiudeva l’intera Sicilia anche se aveva il suo nucleo pulsante nella Porto Empedocle della giovinezza di Andrea.

Adesso che Andrea non c’è più, è scattata l’ora dei ricordi personali e affettuosi, degli aneddoti, degli episodi. Ma quello che resta di Camilleri, al di là dell’uomo generoso e magnanimo che è sempre stato, è l’opera di Andrea. Un affresco potente che ha cambiato per sempre la raffigurazione della Sicilia, inventando una lingua irripetibile. Un dialetto non-dialetto, una lingua artistica e letteraria che ricade sotto la dizione di “camillerese”.

Una lingua che ha conquistato i lettori, ma ha fatto alzare il sopracciglio – almeno nella fase iniziale – a molti accademici e scrittori autorevoli. Perfino Leonardo Sciascia accettava di malavoglia quel linguaggio così infarcito e arricchito di termini dialettali, convinto invece che gli scrittori siciliani dovessero sfoggiare un italiano pulitissimo per poter parlare a tutti, per uscire dal provincialismo, per avere “polmoni larghi”. Anche a costo di scrivere per traduzione: pensare in siciliano e scrivere in italiano. Andrea Camilleri ha saltato il passaggio della traduzione, affidandola al lettore, siciliano o non siciliano, al quale è stata restituita la lingua originaria del pensiero dell’autore. Perché Andrea Camilleri pensava nella lingua in cui scriveva, quel “camillerese” che è sempre stata una delle caratteristiche più accentuate e visibili dei suoi marchingegni narrativi.

Andrea ci lascia una grande eredità, ma non lascia eredi. Perché è inimitabile. Ci lascia più di cento libri, una miniera di storie e saggi e romanzi da esplorare, da leggere e da rileggere. Ci ha insegnato che la Sicilia si può raccontare anche con l’ironia e l’umorismo, strappando le vesti neri del lutto che per molti decenni hanno ammantato la letteratura disegnando una Sicilia destinata a soccombere, a essere sconfitta. Camilleri è passato dalla Sicilia dei vinti, alla Sicilia di qualche possibilità di vittoria.

Cosa sono in fondo le avventure del commissario Montalbano? Un riscatto del bisogno di giustizia della Sicilia. La possibilità che in Sicilia, da parte dei siciliani stessi, si possa ottenere giustizia. Nel 1961, nel romanzo di Sciascia “Il giorno della civetta”, il capitano Bellodi – un settentrionale mandato in Sicilia – non riesce a tenere in galera il boss mafioso e i suoi complici che verranno, infatti, rilasciati. Bellodi, sconfitto, verrà trasferito al nord. Trent’anni dopo, Montalbano – che è siciliano – fa il poliziotto in Sicilia, arresta i colpevoli, resta nel commissariato di Vigata. Ecco cosa ci lascia Andrea: la speranza e la certezza che questa non è la terra dell’impunità.

Ma ci mancherà la sua voce. Quella voce arrochita e profonda, affascinante e potente che avevamo imparato ad ascoltare. Ci mancheranno le sue parole di veggente, di saggio, di uomo che aveva attraversato un secolo insieme a questa nostra Italia. Ci mancherà Andrea.

BM

Editoriale N.18

di Emanuele Cocchiaro

“La felicità è nelle cose ridicole”. Così diceva Andrea Camilleri, scomparso proprio mentre mi accingo a darvi il benvenuto tra le pagine estive del nostro magazine. Colgo, dunque, l’occasione per soffermarmi su uno dei tanti insegnamenti che il Maestro ci lascia in eredità. È difatti indiscutibilmente vero che la felicità non è altro che nelle cose ridicole.
«La felicità – ha scritto Camilleri – per me non ha motivazioni, non ne ha mai avute, per me è fatta di cose ridicole. La felicità per me era aprire la finestra al mattino, sentire l’aria fresca, guardare fuori. Alzarsi presto, aspettare che tutta la casa prendesse vita, sapere che dopo un po’ si sarebbero alzate le persone a me più care e che presto ci sarebbero state le loro voci intorno a me». L’invito è, dunque, quello di prendere sul serio proprio le cose più ridicole, quelle che appaiono scontate e sicure. E di sicuro l’estate è la stagione migliore per riflettere e prendere coscienza di quelle poche cose che, in fin dei conti, ci rendono davvero felici.
E proprio la Sua e la nostra amata Sicilia rivive in tutto il suo splendore in questa bellissima foto di @salvoema89 che ha ricevuto più like sul nostro social contest #biancasicily.
Complimenti da tutta la redazione!