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Articolo e Foto di Samuel Tasca

Ho sempre trovato buffo come il titolo di quest’articolo sia una frase ripetuta di generazione in generazione che mantiene sempre la stessa formula cambiando il finale. Questo muta in relazione al cambiare dei tempi e delle abitudini sociali e descrive l’evolversi delle aspirazioni di ragazzi che sognano ciò che diventeranno da grandi: abbiamo avuto la maestra e il dottore, poi è stato il turno del calciatore e della velina fino alla fatidica “Mamma, da grande voglio fare l’influencer!”.
Ebbene sì, è questo il mestiere più agognato dai giovani e non solo, del quale non esiste però un vero manuale d’istruzione. Abbiamo, quindi, deciso di seguire Francesco Mauro, conosciuto sui social come TheMadEffe, per vedere cosa fa davvero un influencer o, per meglio dire, un lifestylist perché, nel suo caso, ciò che viene postato sono soprattutto esperienze: che si tratti di una passeggiata, una cena o un giro in macchina, ciò che conta è condividere con i follower qualcosa di autentico che possa essere apprezzato, condiviso e commentato! Sveglia presto (ma non troppo), la location è già stata selezionata. Si procede con la scelta dell’outfit, appositamente studiato, specialmente se si collabora già con qualche brand. Giunti sul luogo si studiano un po’ le ambientazioni, si mette su un po’ di musica per sciogliersi e via con gli scatti. Il clima è scherzoso ed effettivamente ci si diverte molto. «Il bello di comunicare è proprio quello di rendere partecipe la gente di quella che è la tua giornata – ci dice Francesco – e questo non deve mai diventare fonte di stress, altrimenti si perde la naturalezza. Se si riesce a superare la paura del giudizio che possa avere la gente di te e si riesce a immaginare che dietro quello schermo ci sono effettivamente i tuoi amici, a quel punto riesci a essere effettivamente te stesso». Finito lo shooting, ci fermiamo a pranzo da Cuma, nel cuore di Palermo, e qui Francesco ci racconta un po’ la sua esperienza, iniziata ormai diversi anni fa, ma intensificata soprattutto negli ultimi due anni. «Più che “influenzare” mi piace soprattutto comunicare con le persone, direi che la mia esperienza nasce innanzitutto da un’ esigenza di comunicare con gli altri».
Che cosa attira di più di questo mondo secondo te?
«Sicuramente l’idea di ricevere articoli di ogni genere in maniera gratuita. A volte, però, si rischia di svendere se stessi e la propria immagine».

Quanto c’è di Francesco in TheMadEffe?
«Diciamo che c’ è il novanta per cento di Francesco, perché grazie al mondo social riesco a esprimere parti di me che magari rispetto alla mia professione giornaliera difficilmente vengono fuori. In TheMadEffe c’ è la parte di Francesco più creativa e più folle, la parte più socievole e anche strafottente. Forse c’è la parte più bella di Francesco, anche se c’è sempre una piccola parte di me che ancora non è venuta fuori.
Ci sono molte persone convinte erroneamente che un aspetto come quello dell’essere influencer non possa conciliarsi con una professione formale come quella dell’avvocato. […] Io ritengo che se riesci a comunicare bene, anche attraverso i social, questo può darti ancora maggior affidabilità. In fondo sia l’avvocato sia l’influencer devono essere molto bravi a comunicare».

Cosa vuoi dire ai tanti giovani aspiranti influencer?
«Non cercare mai scorciatoie perché la crescita non è mai rapidissima, ma è sicuramente frutto di un’ esperienza che va maturando. Inoltre, mai sopravvalutare se stessi, mai sentirsi al di sopra degli altri credendosi delle celebrità. Sentitevi sempre come parte di una community dove si può, in parte, infondere negli altri quelle che sono le proprie esperienze».

Svelaci un segreto
«Ogni foto non è mai a caso. Cercate di seguire un tema conduttore per la vostra galleria che può variare dalla scelta dei colori allo stile delle foto. Questo darà al vostro profilo un look curato e facilmente apprezzabile dalle aziende».

Articolo di Salvatore Genovese    Foto di Gino Taranto

Intervistare Virgadavola non è facile, però è divertente, perché risponde recitando sue poesie dialettali che soddisfano a pieno i temi delle domande.
Una lirica dopo l’altra, siamo riusciti a sapere che:
– Quest’amore gli è stato trasmesso dai genitori che gli raccontavano, come fossero fiabe, le storie raffigurate nei carretti, che a quei tempi affollavano strade e trazzere.
– Ha iniziato la sua collezione, oggi museo privato, dopo aver partecipato, nel 1965, alla Sagra dell’Uva di Vittoria, in un’epoca in cui il carretto – che aveva matricola e targa, pagava il bollo annuale ed era sottoposto a periodica revisione – stava scomparendo, sostituito dall’Ape Piaggio (‘a lapa).
– È stato tale declino a facilitare la sua raccolta, visto che molti acconsentirono a cedergli i non più utili carretti per liberare spazio nelle carretterie che, riattate, divennero poi garage.

Di carretti siciliani Giovanni Virgadavola, contadino, poeta, pittore e cuntastorie, ne possiede ben 35, stipati in bell’ordine in un capannone dell’ex Campo di concentramento, struttura che a Vittoria durante la Prima guerra mondiale ha custodito migliaia di prigionieri ungheresi e che, riattata, è divenuta prima Fiera Emaia, poi Vittoria Fiere.
Carretti cromaticamente splendidi, con le fiancate (masciddara), lo sportello posteriore (purtieddu) e la base (funnu cascia) raffiguranti – grazie alla sapiente opera pittorica di maestri artigiani di Vittoria, Ragusa, Comiso, Scicli, Grammichele, Rosolini e Aci S. Antonio – memorabili storie rusticane d’amore e gelosia o rutilanti episodi del ciclo carolingio che ebbero protagonisti il prode Orlando, l’indomito Rinaldo e la bella Angelica. Sui carretti di Virgadavola, scelti dalla SIP per la copertina degli elenchi telefonici 1985-86 di Enna, Ragusa e Siracusa, molti spazi decorativi raffigurano temi religiosi quali: Cristo, Mosè, San Giorgio; significativi momenti storici come il Sacro Romano Impero, Cleopatra, Napoleone, i nobili del ‘700 e l’Italia risorgimentale; canti della Divina Commedia o pietose vicende come quella di Genoveffa di Brabante; vi sono riprodotti anche opere liriche e volti di attrici famose; del grammichelese Luigi Mussuto quello di Gina Lollobrigida.
Carretti pregevoli non solo per le decorazioni pittoriche, ma anche per gli eleganti fregi metallici, opera di valenti fabbri: le casse di fuso (suttane), poste sopra l’asse delle ruote, e le chiavi (ciavi), che collegano le due poderose stanghe collegate all’imbrigliatura, sono veri capolavori lignei e in ferro battuto.
Della collezione fanno parte una carrozza e due calessini (domatrici) – allora esclusivo appannaggio di nobili e borghesi – e due carrettini (carrittula) coloristicamente poveri, ma impregnati ancora della fatica degli artigiani che li utilizzavano per le loro attività. Collezione arricchita da migliaia di attrezzi contadini che si mescolano ad antichi utensili domestici, umili testimonianze di vita contadina.
In bella mostra anche molti cartelloni realizzati da Virgadavola per cuntare le sue storie – riguardanti soprattutto Vittoria Colonna, fondatrice della città, e il rinomato vino Cerasuolo – sia agli studenti, sia, d’estate, nel Castello di Donnafugata, ai turisti che lo seguono con interesse, anche se molti non conoscono il dialetto; ma lui riesce a farsi capire lo stesso! Questa corposa collezione è stata oggetto della tesi di laurea “Una serra museo” di Daniela Barbante, redatta anni fa, quando i carretti erano allocati in una serra dell’azienda agricola di Virgadavola. La mostra, a ingresso gratuito, non ha orari e giorni d’apertura prestabiliti; per visitarla basta chiamare Virgadavola e prenotarsi; non è impresa ardua: il numero del suo cellullare si recupera facilmente in rete, nelle locali agenzie viaggio, presso la Direzione della Vittoria Fiere o tramite i tanti amici di questo pluripremiato, atipico cuntastorie, di cui si sono occupati media nazionali e locali.
“Quale futuro per questa collezione/museo?”
“Stammu ‘o viriri, comu rissi Giufà!”

 

Articolo di Stefania Minati,  Foto di Alberto Bigoni e Simone Engelen

Andrea Loreni, classe ’75, ci dimostra come il binomio passione e impegno dia risultati strabilianti. La consapevolezza del corpo e la gestione del disequilibrio attraverso la meditazione forgiano il coraggio di questo artista che dai trampoli si sfida camminando su cavi d’acciaio ad altezze vertiginose.

Come nasce la tua passione per gli artisti di strada e le tecniche circensi?
«Nel ’95, alla Fiera di Milano, vidi lo spettacolo degli “Oh Bej! Oh Bej!”. Questo mi permise di vedere come la distanza e le barriere psicologiche tra le persone venissero immediatamente abbassate tra sorrisi e allegria. È stata una vera rivelazione sentire il crearsi di quel momento magico. La responsabilità e la libertà condivisa tra artista e pubblico, di dare e ricevere emozioni, mi hanno spinto ad intraprendere questa strada».

Il passaggio dai trampoli alla fune, com’è avvenuto?
«Per sperimentazione ed evoluzione della prospettiva. Restano in comune gli spazi scenici “di strada” e il riunirsi in piazza anche se cambia il punto di vista mio e degli spettatori. Il bello è riscoprire gli ambienti urbani che pensavi di conoscere, i tetti delle città sono bellissimi e non lo sapevo fino a dieci anni fa! Con il funambolismo perdo il contatto diretto con le persone ma le sento immedesimarsi al concetto di camminare sul filo, è una cosa comune a tutti nella vita. Diversamente se da giocoliere la spontaneità dello spettacolo è quella che appaga e funziona di più, sul filo la consapevolezza e lo studio dei gesti è quello che ti permette di restare saldo e non farti male».

In cosa consiste il tuo allenamento?
«In parte in esercizi generici di ginnastica ma per lo più pratico la meditazione Zen, mi permette di avere piena consapevolezza del mio corpo. È necessaria moltissima sensibilità per praticare il funambolismo e ascoltare il mio corpo reagire alle situazioni esterne, è un allenamento che posso praticare sempre e ovunque».

Hai camminato al di sopra di burroni, piazze e fiumi, con e senza scarpe: cosa ti piace di più?
«Se il cavo è bagnato o inclinato cammino a piedi nudi, altrimenti con la scarpetta di cuoio, che preferisco, mi dà la possibilità di scivolare meglio sui miei passi e lavorare di più sul ritmo e con un po’ di vezzo. La mia prima camminata l’ho fatta sul Po e ho iniziato con l’acqua, più riesci a starle vicino più le sensazioni sono forti, perché è un abisso sotto il quale non vedi, allo stesso tempo non ho una vera e propria preferenza. L’acqua con il suo scorrere rispecchia di più il concetto di divenire. Non sono ancora pienamente consapevole del come, ma se il cavo come oggetto di per sé è statico, la camminata è un vero e proprio percorso di cambiamento spirituale, non solo un arrivare dall’altra parte».

La tua professione ti ha portato a lavorare con grandi artisti della musica e del cinema. Cosa ti va di raccontarci?
«Come funambolo ho lavorato con Nicolò Fabi per il video di “Solo un Uomo” e nel tour di Vasco Rossi Live Kom ‘011. Per il cinema invece ho collaborato con Matteo Garrone per la scena finale del film “Il Racconto dei Racconti”. Sono esperienze fantastiche perché entri a far parte di un ingranaggio di professionisti che amano il loro lavoro e lo fanno all’unisono. È bellissimo vedere che ogni singolo anello della catena che realizza lo spettacolo è ugualmente importante».

All’attivo hai anche la realizzazione del tuo progetto di camminata in un tempio Zen in Giappone, un record italiano di 250 metri di camminata a 90 metri di altezza. Il tuo prossimo obiettivo?
«Stiamo cercando la location e il momento giusto per superare il record mondiale d’inclinazione che oggi è di 39 gradi. Mi cimenterò su un cavo inclinato di 40 gradi. Per quanto riguarda il Giappone, un progetto a cui ho dedicato molte energie è la realizzazione di un documentario che sarà seguita dalla pubblicazione di un libro. Nonostante le difficoltà ho imparato a vivere le gioie dei passi fatti giorno per giorno, senza avere l’oppressione dell’incertezza di arrivare al traguardo. Come dicevo, è una vita di continuo divenire, crescita e libertà».

a cura di Paperboatsongs,  Foto di Charlie Fazio

Cantautore, autore, compositore, arrangiatore, chitarrista e produttore. L’esperienza poliedrica di un siciliano che è già maestro musicale della nostra terra. Tony Canto è un artista “Moltiplicato”.

Ciao Tony e benvenuto tra le pagine della nostra rubrica che si consolida sempre di più grazie alla partecipazione di artisti veri e importanti come te. Partirei proprio dal tuo ultimo album chiedendoti, forse banalmente, perché il titolo “Moltiplicato”?

«“Moltiplicato” è l’album che avrei voluto fare da sempre ed è soprattutto l’album che vorrei fosse ascoltato dai miei figli quando non ci sarò più, perché è ciò che realmente sono in musica, come espressione, sintesi delle mie esperienze e anche come testi in cui loro sono molto presenti. Con “Moltiplicato” ho fatto dell’anacronismo la mia bandiera, perché lavorando nel campo a 360 gradi, come hai detto tu, ne vedo tante di mode passeggere che sono chimere del momento e non avendo velleità da classifica o da radio ho preferito essere me stesso completamente.

Questo declino del mondo per me è una tabula rasa, è un volano per essere carbonaro e fare lo stesso le cose come le sento. All’estero sta avendo parecchi riscontri ma è prematuro parlarne qui, un po’ per scaramanzia.

Il titolo è dovuto alla track title e vuol rappresentare il fatto che in questo momento della mia vita non mi identifico in nessuno e non ho punti di vista, ripudio le correnti di pensiero ed io stesso sono acqua nel mare, potrei essere uno, nessuno, centomila (l’hanno già detto?). Sono musicista, padre, marito, cuoco, uomo, ma forse sarò un’altra cosa domani e forse sono già stato altro in vite precedenti. L’esistenza è una delle possibilità. Il mio e il nostro destino è comunque straordinario».

 

Cinema e musica, due mondi che sappiamo s’incrociano spesso nel tuo percorso artistico. Avendo collaborato alla creazione e scritto alcune colonne sonore, racconteresti ai nostri lettori come hai vissuto fino ad oggi questo binomio e se questa esperienza ti ha arricchito come artista?

«È importantissimo per un musicista praticare il teatro e il cinema musicalmente. Il linguaggio si arricchisce e si capisce che l’enfasi è alla base della musica. Una singola nota suonata in modi diversi evoca qualcosa, è la magia della musica. Questa cosa mi ha molto cambiato».

 

Come riesci a separarti dai tuoi progetti musicali personali per calarti con lucidità nelle vesti di produttore per altri artisti?

«Questa è la cosa più facile e che mi arricchisce. Quando leggi un libro assorbi l’esperienza della vita di chi lo ha scritto ma non sei lui. Io agisco sulle vite, riesco a immedesimarmi nelle vite degli artisti che produco apportando il mio vissuto ovviamente».

 

Hai qualche anticipazione per il prossimo futuro da rivelarci?

«Sì, alcune. A marzo uscirà “Ci vuole un fisico”, un film commedia prodotto da Rai Cinema di cui ho curato l’intera colonna sonora che già si trova su Apple Music. Per l’interpretazione di un brano del film da me composto ho chiamato “Le Sorelle Marinetti”, un trio molto famoso che sposa i suoni anni ‘40. Poi sto collaborando con almeno cinque artisti per co-scrittura e produzione, un paio sono big ma non posso rivelare nulla. Inoltre, ho delle belle novità, come anticipavo, per l’estero per quanto mi riguarda».

 

La nostra rubrica dedica solitamente l’ultima domanda ai giovani lettori e artisti che vogliono intraprendere una carriera nel mondo della musica. Hai qualche consiglio da dare, vista la tua grande esperienza?

«L’unico consiglio che mi sento di dare è di essere sempre professionali, anche se intorno tutto sembra fatiscente, nel senso di essere preparati sulle cose che si fanno e di essere puntuali che è un segno di grande rispetto per se stessi e gli altri. Suonare allo stesso modo in un pub con tre persone e in un teatro con tremila».

Articolo di Omar Gelsomino, Foto di G.Barbagiovanni e R. Fichera

Un binomio indissolubile. Un bene Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e un Tesoro Umano Vivente, come “maestro del ciclo della pietra lavica”, iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali. Parliamo dell’Etna e di Barbaro Messina. Un legame forte con il suo territorio, perché lo racconta, e una passione smisurata per l’arte.

«Completati gli studi artistici, volevo iniziare un’attività artistica lontana dalla pittura e dalla scultura, in quanto nel nostro territorio c’era una concorrenza spietata, e la scelta cadde sulla ceramica però, non trovai porte aperte in Sicilia e nemmeno nel resto d’Italia – spiega Barbaro Messina -. Era un percorso difficile, tutti mi facevano vedere il lavoro finito ma non mi permettevano di entrare in bottega. Con la mia caparbietà e con una lettera di presentazione del prof. Maganuco, entrai nelle botteghe più qualificate. Ero bravo nella modellazione e bravissimo nella ricerca, con la voglia di sperimentare. Il mio percorso formativo di ceramica è stato lungo: esauriti in due anni tutti i percorsi nazionali, mi rivolsi al Mediterraneo, passando in Francia, Spagna, Portogallo, Marocco, Tunisia, laddove c’era ceramica, attorno ai miei percorsi, andavo per capire le varie differenze. Provenendo da una famiglia molto povera, vivevo facendo ritratti, paesaggi, nature morte con acquerelli, tempere, gessetti, per poche centinaia di lire, un modo che mi permettesse di sopravvivere e accumulare quanti più soldi per visitare i musei ed entrare nelle botteghe della ceramica in modo autonomo».

Sicuramente non è stato un percorso facile ma ha tracciato una “strada maestra” e col tempo sono arrivate tante soddisfazioni ed altrettanti riconoscimenti.

«Nasco come pittore, poi divento scultore e nella ceramica i due elementi diventano unici, diventano maiolica con un’identità rigorosamente etnea, perché tutte le esperienze fatte nelle varie “città ceramiche” e nelle aziende mi hanno portato a lavorare lungo una ricerca per “l’identità ceramica” – continua Messina -. Un percorso durato un decennio fino a quando sono arrivato a ceramizzare la lava con l’argilla silicia della Valle del Simeto e da lì è iniziato un progetto di ricerca, di sperimentazione e di divulgazione che mi ha permesso di entrare nel mondo del design, dell’architettura urbana, della bioarchitettura e della bioedilizia, prima a me sconosciuti. Tutta questa ricerca iniziò dopo la mia sperimentazione perché cercavo delle cose che mi identificassero, non solo come stile, ma anche come materiale. Il primo segmento è stato quello del cotto miscelato con sabbie vulcaniche, subito dopo, quando ho visto che pure i pavimenti si ceramizzavano, iniziai il percorso di ceramizzazione della pietra lavica».

Barbaro Messina è ottimista sul futuro della sua arte e dall’alto della sua esperienza acquisita in tanti anni prova a dare anche dei consigli. «Il futuro della pietra lavica non ha fine perché si è aggiunta al materiale esistente. Io sono un ceramista, la ceramica non morirà mai. È uno dei mestieri più antichi del mondo, il problema è il ceramista: se vuol essere un testimone del tempo in cui vive, deve camminare al passo delle tendenze e della moda. Se il ceramista ha questa sensibilità la crisi, la fine, il collasso non esisteranno. La lava proviene da cave che si esauriscono, è necessario tutelare i nostri prodotti, basterebbero poche righe di una legge regionale per farlo. Ai giovani che vogliono intraprendere questa attività dico solo di essere attenti testimoni di questo tempo, di guardare al mondo del design, dell’arredamento e della contemporaneità. Se cercano di arrancare o copiare cose in cui manca l’identità meglio non iniziare».

Affiancato da diversi anni nel suo “Studio Le Nid” dai tre figli Vincenzo, Filippo e Rita che seguono l’azienda di famiglia, Barbaro Messina si dedica con passione alla sua attività in maniera instancabile e guida la Scuola Museo a Paternò dove insegna la sua arte alle giovani generazioni, trasmettendo loro l’amore per l’arte e per la propria terra.

a cura di Paperboatsongs

Ha vinto la tredicesima edizione di Amici al suo esordio nel 2014, da lì un susseguirsi di dischi di platino e d’oro, diverse collaborazioni con i più affermati cantanti italiani, l’album di debutto Libere. Parliamo di Deborah Iurato, orgoglio ragusano e siciliano, che nello scorso Sanremo ha duettato con Giovanni Caccamo nel brano Via da qui, dell’uscita del nuovo album Sono ancora io e della vittoria nel talent Tale e Quale Show.

Contenti di averla ospite nella nostra rubrica ripercorriamo insieme a lei un cammino fatto di traguardi bellissimi.

Sappiamo tutti che hai vinto la tredicesima edizione di Amici “il talent” per eccellenza. Una scuola così importante come ha arricchito il tuo bagaglio personale?
«Amici è stata una delle esperienze più importanti ma sopratutto quella che ha fatto diventare il mio sogno realtà. Devo molto al programma perché mi ha fatto crescere e ha fatto sì che la mia passione diventasse il mio lavoro. Lo rifarei nello stesso identico modo altre mille volte».

Hai avuto modo di collaborare con diversi grandi artisti della musica italiana, muse ispiratrici come Loredana Bertè e Fiorella Mannoia, cosa ti hanno insegnato e cosa di queste “signore della musica”  ha lasciato il segno dentro di te?
«Fiorella Mannoia ha scritto per me due pezzi “Anche se fuori è inverno” e “Dimmi dove è il cielo”. Lei è un’artista straordinaria oltre ad essere una persona umanamente meravigliosa con un cuore grande.
Duettare con lei è stata una grandissima emozione, come lo è stato per la Bertè quando l’ho avuta ospite al concerto del mio Libere Tour a Milano… Che dire… Due artiste immense!!!».

Hai partecipato e vinto il terzo posto al Festival di Sanremo con Giovanni Caccamo, ci racconti come è nata questa esperienza insieme che ha il sapore della nostra bella Sicilia e dei suoi innumerevoli talenti?
«Giovanni Caccamo è uno dei miei migliori amici e lo era già prima di Sanremo. Il duetto nasce un po’ per caso, Giovanni mi aveva fatto ascoltare Via Da Qui e mi piacque subito così una sera lui si mise al piano e iniziò a suonarla ed io iniziai a cantarla… Si è creata una particolare magia e decidemmo di presentarci insieme. Un grazie speciale va all’autore Giuliano Sangiorgi che ci ha scritto questa meravigliosa poesia e al nostro produttore Placido Salamone».

Tre album all’attivo ed uno staff cresciuto nel tempo insieme a te. Ci parli del tuo entourage? Di solito non chiediamo mai del rapporto con l’artista e sapendo che tu sei molto simpatica immagino loro ti adorino.
«Diciamo che ho una squadra fortissima fatta di gente fantastica!!! Mi sento di dire grazie a tutti per il lavoro svolto fino ad oggi. Ogni persona rappresenta un tassello importante del mio percorso musicale, un grazie speciale lo devo a Placido perché in questi 3 anni non mi ha mai lasciato da sola e ha sempre creduto in me e nel mio lavoro».

“Sono ancora io” e “Libere” sono i titoli dei tuoi ultimi due album entrambi esprimono un forte desiderio di affermare la tua personalità, non credo sia un caso…
«Assolutamente no! Credo tanto in quello che faccio. Ho messo l’anima e la grinta per fare della mia passione più grande il mio lavoro. Credere nei sogni non è sbagliato… se vuoi qualcosa e hai un obbiettivo devi lottare ma soprattutto crederci… Io ci ho sempre creduto e continuo a crederci!!!!».

Uno dei brani di “Libere” si chiama “Sono troppo buona” in duetto con Rocco Hunt, siamo curiosi di sapere se pensi di essere veramente troppo buona e se Rocco Hunt lo è stato con te…
«(Ride)… Beh, forse non spetta a me dire se sono troppo buona, sicuramente sono una persona super positiva e solare. Rocco Hunt sicuramente “Troppo Buono”… è stato bello lavorare con lui».

Pochi possono vantare di Vincere due talent ed il tuo ultimo traguardo si chiama “Tale e Quale show” . Per quanto ci riguarda sei stata formidabile, ci parli delle tue emozioni in merito?
«Tale e Quale è stata un’esperienza straordinaria. Si lavora tanto ma ci si diverte tantissimo! Carlo Conti insieme a tutta la produzione riuscivano a metterci a proprio agio e mi sono divertita veramente tanto.Ho fatto nuove amicizie con colleghi fantastici e questo mi ha resa felice».

Ora tocca al futuro, a quale “Deborah” state lavorando, qualche anticipazione?
«La “Deborah” del futuro sarà frutto di una ricerca che proprio in questi mesi stiamo mettendo in atto, è momento di esplorazione musicale che presto darà nuovi frutti e linfa vitale al mio progetto ed al mio sound».

 

di Angelo Barone   Foto di Samuel Tasca

Una piacevole conversazione con Luigi Gismondo ha caratterizzato il mio primo giorno del 2017. Mi riceve nella sua abitazione dove la biblioteca, la ceramica e la pittura sono gli elementi dominanti mentre l’arte e la cultura animano la serenità del vivere quotidiano del padrone di casa.

Luigi Gismondo ha vissuto intensamente la vita di una delle istituzioni culturali più importanti e prestigiose di Grammichele: da allievo della Scuola serale di Disegno e Plastica diretta dal grande educatore Don Raffaele Libertini ad insegnante nell’Istituto Regionale d’Arte diretto dall’innovatore Gaetano Libertini. La sua intensa attività artistica e la sua ricerca sui materiali per realizzare le sue opere gli sono valsi importanti consensi e grandi riconoscimenti in ambito nazionale e internazionale.

Cominciamo questa intervista guardando un quadro di don Raffaele Libertini e la prima domanda viene spontanea. Quanto ha influenzato la tua formazione don Raffaele Libertini? 
“La cara figura di don Raffaele Libertini fu determinante perché io potessi esprimere ed estrinsecare la mia passione per il disegno. In quelle tre stanze dietro il municipio tanti ragazzi di vario ceto sociale sotto la sua guida fummo educati ad amare il bello nelle tre discipline: il disegno dal vero, il disegno geometrico e la plastica che fu il mio primo amore. Figli di quella scuola furono i valenti scalpellini autori di tanti manufatti in pietra che ornano le facciate di molti edifici del centro storico, segnalo per tutti il cinema “Intelisano”. Avevano appreso l’arte di intagliare la pietra dal maestro don Nico Failla che in quella scuola insegnò a plastificare e di cui io fui l’ultimo allievo”.

Quanto la tua ricerca di forme espressive nuove nell’arte ceramica è stata stimolata dall’ambiente innovativo creato da Gaetano Libertini?
“Gaetano Libertini per le materie artistiche della neonata Scuola reclutò giovani insegnanti provenienti da prestigiosi Istituti d’Arte come Faenza, Pesaro, Palermo con l’obiettivo riuscito di dare, insieme ai docenti locali, una fisionomia moderna e di avanguardia in un contesto privo di tradizioni artistiche ottenendo prestigiosi riconoscimenti. Non avrei mai immaginato di essere coinvolto in questa rivoluzione culturale tanto che sentii il dovere di mettere mano ai libri e affrontare gli esami di Maestro d’Arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Faenza, iniziando il mio percorso nell’Arte ceramica”.

Da cosa nasce la tua ricerca sui materiali da utilizzare per la tua arte?
“Nasce dall’insaziabile desiderio di sperimentare nuovi impasti al fine di ottenere un prodotto ceramico originale. Ricerca formale e materica sono indispensabili se si vuole essere originali nei momenti di confronto quali mostre e concorsi. Una delle tante esperienze riuscite è stata quella di aver realizzato un impasto composto da argilla, paglia di grano, fondenti, argilla espansa, ossidi coloranti e ingobbio con una cottura ad alta temperatura. Con questa tecnica mi è stato possibile realizzare opere di particolare interesse che hanno ottenuto consensi e riconoscimenti in concorsi nazionali e internazionali”.

Quale riconoscimento ricordi con maggiore soddisfazione?
“Nel 1991 dopo aver partecipato alla Mostra Internazionale di Ceramica d’Arte Contemporanea di Taipei, in Taiwan, fui invitato a donare una scultura per il Museo Nazionale di Arte e Storia di quella città. Mi onora l’avere avuto assegnata la medaglia d’oro al 48° Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte di Faenza del 1993”.

Come definiresti tua l’arte?
“Amo in maniera viscerale il mio lavoro che non lo posso giudicare, preferisco far parlare Vincenzo Gennaro, insigne scultore, che in uno scritto si esprime così: Un lavoro serio quello di Luigi Gismondo, puntiglioso, con rigore estetico assoluto, scarno ed essenziale, una coerenza stilistica rara e tutta giocata sulla ricerca materica, sente la necessità di depurare la forma e le immagini da ogni superflua oggettivazione e da ogni corollario decorativo”.