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rita botto

Rita Botto. La custode della musica siciliana

di Omar Gelsomino   Foto di Teresa Bellina

Musica coinvolgente, voce fluida e talento indiscutibile. Sono questi i tratti distintivi di Rita Botto, l’affascinante cantante e autrice catanese, aperta alle sperimentazioni e ancorata alle proprie tradizioni. Una voce versatile che le permette di spaziare fra repertori diversi, cantando in siciliano e reinterpretando alcuni brani rimane fedele alla sua terra, regalando emozioni a chi l’ascolta.

Anche per lei la passione per la musica è nata molto presto. «Sin da piccola imitavo, davanti al televisore in bianco e nero, la grande Mina! Cantare è un dono di natura, bisogna solo riconoscerlo e poi coltivarlo. Si possono fare studi canonici, oppure come ho fatto io, tutto ad orecchio, con molto ascolto di musica e soprattutto di voci, le più disparate. Certo il mio modo, non mi ha semplificato sempre la vita, ma ha dato i suoi frutti e rende creativo il risultato». Così dopo diverse sperimentazioni ha scelto il suo genere musicale. «La musica folk è stata solo un punto d’approdo di tutte le mie diverse esperienze precedenti. Frutto di anni di sperimentazione tra diversi generi musicali. Tutto questo è una splendida palestra, ma ad un certo punto ti confondi, non sai che strada prendere. Credo che la scelta del folk sia nata dalla necessità di affermare la mia identità in una città come Bologna, in cui ho vissuto per più di 20 anni e dove per la prima volta ho cominciato a cantare. Finalmente potevo esprimermi nella mia lingua. Tutto questo mi dava una spinta maggiore, veniva fuori tutto il vulcano e il mare che avevo dentro».

rita botto

Alla domanda a chi si è ispirata, Rita Botto risponde seccamente: «A Rosa Balistreri. L’unica grande cantante del folk siciliano e prima cantautrice italiana. Una voce intensa e una vita sofferta, che ha saputo tramandare tantissimi canti della tradizione siciliana. Ad oggi tutti, cantano le sue canzoni. Rimane eterna. Non mi sono mai sentita la sua erede. Inizialmente, appena morta Rosa, ho sentito di non lasciare che la sua figura così forte venisse dimenticata, ed ho trovato nel suo materiale la possibilità di sciogliere tutte le mie emozioni cantando in siciliano. È giusto essere in tanti a farla rivivere nei cuori di chi ascolta».

L’amore è il tema dominante di tutti i suoi brani. «L’amore è importante per tutti, è il sale della vita. Cantare ciò che si sente aiuta l’interpretazione, anche quando si parla d’amore finito, spento. Da questa musica ho cercato di prendere i temi della tradizione più attuali, che rispecchiassero la mia contemporaneità. Bellissimi i canti che parlano del raccolto, della semina, certo, ci dicono qualcosa che non c’è più, almeno in quel modo! Ma i sentimenti nell’uomo, nel trascorrere tempo, restano un po’ quelli…».

La sua terra rimane un altro punto saldo oltre alla musica. «La Sicilia è il punto fermo della mia vita, è il luogo dell’anima. Sono e resto isolana! Conservo lì tutti i miei tesori, la famiglia, gli amici, i ricordi. Forte è il richiamo di odori e profumi, quanto di più atavico è nell’uomo. Adesso sono ritornata a vivere a Catania e non vedo l’ora dopo un viaggio di farvi ritorno. Ma ho lasciato un bel pezzo di me in Emilia, la sento come una seconda casa. Posso dire con le parole di Gesualdo Bufalino, che un siciliano è un concentrato di personalità indecifrabili persino a se stesso, una contraddizione vivente, dominato da bizzarri sentimenti! E poi, personalmente ho la tragedia dentro, alternata a grandi entusiasmi ed euforia, momenti teatrali. Ecco tutto questo abita in me, e l’essere un’isolana mi ha sempre spinto ad uscire fuori dai confini».

Per Rita Botto adesso è tempo di nuovi progetti. «Sto lavorando ad un tributo a Franco Battiato, assieme al coro Lirico Siciliano ed un ensemble di musicisti, dove interpreto alcune sue celebri canzoni. Ho appena finito di fare, per il centenario della sua morte, un bellissimo omaggio a Pier Paolo Pasolini, ospite dell’orchestra di Carlo Cattano, che mi vede cantare e recitare le poesie del maestro. E poi chissà cosa porterà questo nuovo anno».

 

cappellani

Marianna Cappellani e la passione per la lirica.

di Omar Gelsomino  Foto di Bruno Torrisi

La sua voce incanta tutti. Un vero talento della lirica quello di Marianna Cappellani, soprano catanese apprezzata nei teatri italiani e non solo, per la predisposizione ad interpretare diversi personaggi nel mondo del canto e della recitazione.

marianna cappellani

Ha respirato in casa la musica sin da giovanissima. «La passione per la musica me l’ha trasmessa mia mamma, era una bravissima pianista. Ho iniziato a 6 anni con lo studio del pianoforte per poi avvicinarmi al canto lirico intorno ai 20 anni. La passione per la lirica è nata casualmente, mio papà, avvocato, conosceva tutte le opere a memoria, era un appassionato di lirica. A dire il vero quando ho iniziato a studiare canto avevo già abbandonato lo studio del pianoforte, mi ero iscritta in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Poi un evento inaspettato e molto doloroso cambiò la mia vita di diciottenne, dovetti tornare a Catania. Mio padre ebbe un brutto infarto, fu dichiarato inoperabile e si salvò grazie ad un intervento miracoloso a Bergamo. I cambiamenti avvenuti prima della sua ripresa e la paura di perderlo mi portarono ad avere disturbi alimentari. Mi riavvicinai alla musica grazie a mia madre e al consiglio di Marcello Inguscio, marito della sua cara amica Anna Maria Ritter, che le disse: “la musica è un’àncora di salvezza”. Mia madre preoccupata seguì il prezioso consiglio, mi fece riavvicinare alla musica e grazie alla mia insegnante di solfeggio Lucia Inguscio, che mi disse che avevo una bella voce, iniziai per caso lo studio del canto lirico. Non sono più riuscita a smettere, una passione grandissima grazie alla quale sono uscita da un periodo molto complicato».

Insegnamenti e tanta gavetta aiutano a forgiare le proprie abilità. «Disciplina, determinazione, sacrificio e dedizione per arrivare ad un obiettivo. La musica aiuta ad avere consapevolezza delle proprie capacità e anche dei propri limiti imparando ad accettarli e se si può a superarli».

Per Marianna Cappellani nell’interpretare le opere di Bellini, Verdi, Mascagni, Puccini e di molti altri la sfida più ardua è quella di: «Far vivere il personaggio e non limitarsi a eseguirne correttamente le note. Mi ha aiutato moltissimo, oltre l’esperienza con grandi registi – uno fra tutti il grande Roberto De Simone – soprattutto il mio compagno, l’attore Bruno Torrisi con cui ho lavorato tanto per poter raccontare al pubblico, anche attraverso il movimento e non solo con la voce, la psicologia, la storia dei personaggi, unico modo per poter arrivare al cuore di chi ascolta. La lirica è teatro. Da siciliana il ruolo a cui sono più legata è certamente Santuzza, in Cavalleria Rusticana, ruolo psicologicamente complicato, una vittima che si trasforma in carnefice. Per lo stesso motivo mi piacerebbe interpretare il ruolo di Tosca».

Anche lei è legata alla sua terra, con le sue bellezze e i suoi contrasti. «La Sicilia è la mia terra, bellissima, ricca di colori, sapori, profumi, natura irruente. Viviamo sotto un vulcano, come non essere fatalisti, come non credere nel destino? Ho un carrubeto ereditato da mio padre, appartiene alla mia famiglia da secoli, me ne prendo cura in memoria dei miei genitori, una campagna meravigliosa in provincia di Siracusa, mio padre era di Palazzolo Acreide. L’amore che provo per la Sicilia è grande anche se, vedendo certi comportamenti mi arrabbio e provo dispiacere, siamo così abituati alla bellezza di questa terra che a volte la si dà per scontata, la maltrattiamo come se non avesse bisogno di cura. Per fortuna al contrario di alcuni molti ne hanno consapevolezza e lavorano per migliorare le cose dove vanno migliorate».

In questo nuovo anno i suoi prossimi impegni sono legati alla Compagnia Zappalà Danza con i lavori de “La Nona” e “Naufragio con spettatore” e con i progetti che realizza insieme a Bruno Torrisi, progetti che uniscono la recitazione e la lirica, “Un bel dì vedremo”, “Vissi d’arte, vissi d’amore” sulla vita di Giacomo Puccini e “Cavalleria Rusticana, tra parole e musica” di Pietro Mascagni e Giovanni Verga.

 

Per questo Natale un Woody-Leb: sostenibile e artigianale

di Alessia Giaquinta

foto di Lucia Scapellato e Jo Magrean

“Caro Babbo Natale,

Quest’anno vorrei un regalo speciale, che non sia fatto di plastica (per non inquinare l’ambiente) e che sia personalizzato (e non anonimo come tutto ciò che è prodotto in massa). Vorrei un giocattolo che non si rompa e che non abbia scadenze dettate dalla moda, un giocattolo che stimoli la mia creatività e che sia amico mio, dell’ambiente e delle generazioni future…”.

Se Babbo Natale ricevesse questa letterina, avrebbe gli occhi commossi, il cuore gioioso e le renne scattanti, pronte a raggiungere Monterosso Almo, il borgo ibleo dove potrebbe rifornirsi di giocattoli speciali: quelli della collezione Woody-Leb.

Leb racchiude le iniziali dei creatori: Lucia Scapellato e Bernhard Quade.

Woody invece significa “legnoso” perché è dal legno massiccio che – con immenso amore, dedizione e un grande spirito etico di responsabilità verso l’ambiente e le generazioni future – Lucia e Bernhard portano alla luce questi giocattoli, belli ed eco-sostenibili.

Ho incontrato Lucia nel suo piccolo negozietto. Il suo sorriso smagliante e sincero, e la sua spiccata sensibilità sono riconoscibili in tutte le sue produzioni. Chi la conosce mi darà certamente ragione.

Come è nata l’idea di produrre giocattoli?
«Due anni fa abbiamo iniziato per gioco, durante il periodo della pandemia Covid. Io sono sempre stata affascinata dal mondo dei giocattoli, tant’è che Bernhard, durante i suoi viaggi in giro per l’Europa, ha sempre stimolato la mia curiosità inviandomi scatti delle vetrine dei negozi. Ma un giorno è arrivata la proposta: “Perché non proviamo noi a realizzare dei giocattoli in legno?”».

Una proposta a cui non hai saputo rinunciare…
«Certamente, anche se io non avevo idea di come si costruisse un giocattolo. Mi sono sempre occupata di illustrazioni e creazioni all’uncinetto. Bernhard invece, che è un ingegnere meccanico navale, e ha competenze nel lavorare il legno, è subito passato ai fatti: ha comprato una sega a traforo, il legno lo avevamo già in casa perché lui costruisce anche mobili, e così è nato il primo giocattolo».

E qual è stata la vostra prima creazione?
«Il gatto, perché noi siamo gattari, ne abbiamo tantissimi nella nostra casa. Poi sono nati i dinosauri, le pecorelle, gli asinelli e così via… I giocattoli nascono dalle mie illustrazioni. Da queste Bernhard trae il disegno per fare le sagome. Lui invece disegna auto, trattori, tir, barche…».

Ci spieghi come si costruisce un giocattolo?
«La produzione ha una tempistica relativamente lunga. Si parte dal legno massiccio che va lavorato con la pialla e sega circolare. È la parte più pericolosa e se ne occupa Bernhard. Dopo si prende la sagoma disegnata, si mette sulla tavola, si ritaglia con la sega a traforo e poi io eseguo la smerigliatura a mano. Successivamente passo l’acrilico, più strati. Tra uno strato e l’altro devono passare delle ore, in base alle temperature e all’umidità della stanza. Prima faccio la parte anteriore, poi il retro. Quando il colore è completamente asciutto e stabile cospargo l’olio di lino su tutto il giocattolo. Il giorno dopo, quando è tutto asciutto, si procede con una nuova passata. A questo punto si monta il giocattolo in maniera stabile così che sia un giocattolo sicuro».

Qual è la particolarità dei vostri giocattoli?
«“Vogliamo creare un sorriso”: i nostri giocattoli non sono anonimi, sono dinamici, hanno espressioni e stimolano la creatività. Inoltre tutto quello che utilizziamo è bio-sostenibile: il legno massiccio (e non multistrato) viene da foreste certificate, i colori acrilici sono atossici, l’olio di lino è bio. Quando un nostro giocattolo si rompe si può aggiustare, o a limite, si brucia senza incidere sull’ambiente».

È una missione la vostra.
«Sì, oltre a regalare sorrisi e momenti di creatività, i nostri giocattoli rispettano la natura e sono d’aiuto anche per chi vuole esorcizzare delle paure. Un bambino ci ha chiesto di realizzargli un geco perché voleva pensare in modo diverso questo animale che gli incuteva paura. Vogliamo creare un giocattolo che, da buon amico, sia al fianco del bambino, non solo nei primi anni di vita, ma per tutta la vita».

 

Vernissage “Dialoghi in Galleria”

Dopo la mostra in due capitoli intitolata Dialoghi Siciliani, nata da un’idea dell’Avvocato Salvo Daniele Torrisi e fortemente voluta dall’Amministrazione Comunale, tenutasi lo scorso anno nei due luoghi caratteristici e istituzionali della Città di Taormina, Palazzo Duchi di Santo Stefano e l’Ex Chiesa del Carmine. 

Catania Art Gallery sceglie, per la programmazione della sua nuova stagione espositiva, di proseguire seguendo le positive tracce di quell’esperienza riproponendo nei suoi spazi di Catania un nuovo dialogo-confronto tra due protagonisti della scena contemporanea.

diloghi in galleria

Gli artisti coinvolti nel primo appuntamento intitolato  Dialoghi  in  galleria sono Marco Grimaldi (Udine, 1967) e Gianluca Patti (Monza, 1977) che interpretano il ritmo di un’astrazione cromatica intensa e potente secondo due visioni diverse, pur accostabili e vicine.

Protagonista del loro lavoro sono, indubbiamente, il colore e la luce, elementi che vivono il proprio ritmo in una traduzione astratta mai banale, ovvia o ripetitiva.

Colore e luce rinunciano ad un’immagine acclarata e certa per diventare forma nel suo farsi in una ripetizione che è sequenza vitale e non mera ripetizione identica di un modello precostituito. Si fondono come materia in atto nel tempo e nello spazio. Le visioni che producono muovono la materia pittorica dando prova di una “levità atmosferica, trascendente” nell’opera di Grimaldi e “una solida metamorfosi cangiante” in quella di Patti.

Grimaldi asseconda un lavoro fatto di concentrazione e meditazione sul variare del colore, sulla possibilità che questo ha di “modulare infinitamente se stesso” in un “repertorio di forme che, ribadite, sentono lo scarto dell’intuizione iniziale e provano a fissarlo come frequenze”. I suoi segno- forma appaiono “come se emergessero dal buio o fossero colti prima di un loro definitivo sprofondarvici.”

Patti agisce sedimentando e miscelando materiali peculiari dove il “colore, il cui controllo sfugge la fermezza e la stabilità nonostante la fisica solidità del suo impasto, vibra in frequenze che uniscono stati cromatici differenti”. La meditazione dell’artista osserva un “gesto pittorico  che  anima  e  vitalizia, quindi, il colore e resta pronto ad accogliere quelle sue impreviste modulazioni che, assunte nel tempo, tra riflessione e casualità, rende imprevedibile la superficie di ciascuna opera”.

Durata: 8 ottobre – 7 novembre 2022

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Teatro di Andromeda. Un miraggio che si fa pietra

Di Giulia Monaco ,  Foto di Christian Reina

Immaginate di trovarvi in uno spazio che si staglia tra terra, cielo e mare, sospeso in un non tempo e in un non luogo. Un posto che rifugge da qualsiasi definizione, perché non è riconducibile a nessun luogo mai visitato prima: impossibile assimilarlo a un concetto, a un’idea. Poi però, ad un tratto, un ricordo si fa largo nella vostra memoria, perché c’è qualcosa di familiare seppur vago, un’emozione, un’evocazione che tocca le vostre corde più intime, come un istante “déjà vu”. Qualcosa vi dice che ci siete già stati. Sì: ci siete già stati nei sogni.

Perché altro non è, questo, che un luogo onirico, metafisico, soprannaturale. Visionario. Perché nasce, appunto, da una visione.

teatro di andromeda

Questo posto esiste, e si erge a 1000 metri d’altezza, sui monti Sicani, nella località di Santo Stefano Quisquina (AG). È sospeso su una terrazza naturale che si affaccia su una vallata sterminata, da cui è possibile scorgere, quando il cielo è terso, l’isola di Pantelleria. Un luogo remoto, sconosciuto ai più, che vale tutto il viaggio.

E la visione è quella del suo creatore, il pastore-artista Lorenzo Reina. Lorenzo è a sua volta figlio di pastore, e nella sua anima alberga da sempre il fuoco sacro dell’arte, insieme alla passione per la storia, la filosofia, l’astronomia.

Non rinnega l’eredità paterna, né vuol fuggire da quella terra, l’entroterra siculo, che mal si presta a nutrire i talenti o lasciare spazio ai sogni. Questo Lorenzo lo sa, ma non gli importa, perché decide di fare breccia in un territorio in apparenza ostile, e incastonarci un desiderio: quello di costruire un teatro in pietra traendo spunto dal suo gregge e dalle mànnare, i tradizionali recinti che ospitano le pecore.

teatro andromeda

Così Reina descrive la sua ispirazione: «In tanti mi chiedete come è nata l’idea del teatro… è scritto che “Lo Spirito, come il vento, soffia dove vuole” e ha soffiato qui, dove alla fine del 1970 portavo le pecore al pascolo e, al tramonto, le ho viste più volte ruminare in pace, ferme come nell’immobilità della pietra. Sentivo che in questo luogo dimoravano spiriti santi, e così decisi di costruire qui un teatro di pietra».

Il teatro Andromeda è costituito da un palco circolare costellato da blocchi di pietra, che costituiscono i posti a sedere. Attenzione, non utilizzo il verbo “costellato” a caso: i cubi di pietra, a prima vista dislocati in maniera casuale, sono esattamente 108, come le stelle della costellazione di Andromeda, di cui riproducono fedelmente la proiezione, e viste dall’alto appaiono come stelle a 8 punte. L’idea trae spunto da una tesi secondo la quale la galassia di Andromeda e la Via Lattea, in futuro, entreranno in collisione.

teatro di andromeda

«Molti anni dopo – racconta Reina – ho saputo che la Galassia M31 della costellazione di Andromeda entrerà in collisione con la nostra Galassia tra circa quattro miliardi e mezzo di anni, e cominciai a scolpire un recinto sacro alle 108 stelle visibili della costellazione di Andromeda».

Visitare il Teatro Andromeda è un viaggio epico e galattico al contempo. Si passeggia tra le galassie, e intanto ci s’imbatte nei miti ancestrali, si affonda nelle radici arcaiche della terra siciliana, si incontrano i volti dei popoli che l’hanno attraversata lasciando un’impronta imperitura. E ci s’imbatte in una serie di sculture, statue e opere concettuali, utopiche, dal richiamo classico ma che sfuggono anch’esse a ogni definizione, come il luogo che le ospita. È come muoversi in un sogno, in un’allucinazione che si fa pietra.

teatro di andromeda

Visitatelo al tramonto, e resterete abbagliati da questo spazio mistico che risplende di luce d’oro. Visitatelo per il solstizio d’estate, e al crepuscolo verrete irradiati da un raggio di sole che attraversa la bocca di una delle sculture, l’Imago della parola, perché l’arte, attraverso il sole, diventa parola di luce. Al Teatro Andromeda nulla è casuale, tutto sembra far parte di un disegno perfetto, di cosmogonie segrete.

 

carretto siciliano

Trinacria Bike Wagon: il fascino del carretto siciliano 4.0

di Patrizia Rubino, foto di Antonio Calabrese e Filippo Mancuso

Se pensiamo ad uno dei simboli della Sicilia nel mondo, il pensiero corre subito al carretto siciliano. Utilizzato prevalentemente dai contadini per il trasporto delle merci, a partire dai primi anni dell’Ottocento, divenne ben presto un pregevole prodotto di artigianato; i proprietari facevano a gara, infatti, per adornarlo con dipinti dai colori sgargianti, decori e incisioni, realizzati da veri artisti, che di fatto lo rendevano un’opera d’arte ambulante. Con l’arrivo dei mezzi a motore, intorno agli anni ‘50, il carretto perderà la sua importante e primaria funzione, ma nell’immaginario collettivo resterà l’emblema del popolo siciliano.

carretto siciliano

La maestria artigiana del carretto siciliano con i suoi colori e decori affascinò Renato Guttuso che li traspose rivisitandoli in alcune sue importanti opere, più recentemente anche gli stilisti Dolce & Gabbana nel 2016 ne trassero fonte d’ispirazione per la loro collezione d’alta moda. Oggi il fascino antico del carretto siciliano potrebbe tornare a risplendere grazie a un’importante iniziativa promossa dall’associazione non profit Lisca Bianca di Palermo che da una parte intende recuperarne e valorizzarne la tradizione artigianale, dall’altra guardare ad un suo utilizzo in chiave contemporanea, con un progetto di ampio respiro per l’inclusione socio-lavorativa di giovani talenti che potranno essere gli artigiani del futuro e continuare, pertanto, a trasmettere gli antichi saperi della tradizione ma attraverso l’innovazione tecnologica.

«Nel 2019 – spiega Monica Guizzardi, project manager e volontaria di Lisca Bianca – abbiamo partecipato al bando “Artigianato” promosso da Fondazione con il Sud, per il sostegno di alcune eccellenze della tradizione artigiana del Mezzogiorno che rischiano di estinguersi: per la Sicilia si faceva espresso riferimento al carretto siciliano. Inizialmente ci sembrava un’impresa impossibile, ma poi abbiamo trovato la strada giusta e così è nato Trinacria Bike Wagon. L’idea – aggiunge – è quella di rendere funzionale e sostenibile il carretto come nuovo prodotto finito, per renderlo appetibile nei moderni mercati di consumo. Pensando ad un rimorchio elettrico per biciclette, a un risciò per i turisti, oppure un mezzo per la distribuzione di street food e molto altro. Resta centrale il rispetto dei canoni estetici, gli aspetti decorativi, anche perché rappresentano gli elementi distintivi del tipico carretto siciliano ammirato in tutto il mondo».

Particolarmente interessante è quanto emerso da una ricerca condotta dall’associazione Sguardi Urbani, partner del progetto, relativamente all’attuale stato dell’arte della tradizione del carretto. Risultano essere 21 gli artigiani attivi, prevalentemente nella provincia di Catania e a seguire quelle di Palermo, Trapani, Caltanissetta e Agrigento. In grandissima parte sono uomini di età media sui 40 anni formati da una tradizione familiare. Dallo studio emergono anche dati incoraggianti che rivelano che il carretto siciliano è considerato un oggetto interessante seppur prevalentemente con funzionalità accessorie e di abbellimento.

Il progetto – che si concluderà nel 2023 – prevede dei laboratori, tenuti da artisti e professionisti di altissimo livello, in cui i partecipanti oltre ad apprendere le tecniche della tradizione artigianale di pittura e intaglio, saranno formati anche su tecniche progettuali e costruttive altamente innovative: reverse engineeringgrafica per la comunicazionevisual design, fabbricazione digitale.

«Daremo ampio spazio anche alla formazione d’impresa con un modulo economico – aggiunge Monica Guzzardi – che potrà fornire gli strumenti utili per costruire un modello di business che possa essere vincente, in quanto l’obiettivo finale è quello di creare una start up che produca e commercializzi il carretto siciliano di ultima generazione con le nuove destinazioni d’uso».

Un carretto quindi che continuerà a rappresentare l’identità siciliana ma in versione 4.0, e quindi assolutamente al passo dei nostri tempi.

Avvio al primo programma di Residenze d’artista di Palazzo Sant’Elia a Palermo

Dalla collaborazione tra la Fondazione Sant’Elia e la Direzione Edilizia, Pubblica Istruzione e Beni Culturali della Città Metropolitana di Palermo, resp. Ing. Claudio Delfino, prende l’avvio il primo programma di Residenze d’artista di Palazzo Sant’Elia a Palermo curato da Giusi Diana.

cavallerizza di palazzo sant'elia

Grazie al contatto diretto del Sovrintendente Antonino Ticali con l’artista ucraino Aljoscha, (a cui la Fondazione ha dedicato una mostra da poco conclusasi), ha offerto nel mese di marzo la propria disponibilità ad ospitare in residenza per scopi culturali e umanitari due giovani artiste in fuga dalla guerra. Dopo un appello sulle pagine social di Aljoscha, sono arrivate a Palermo le prime due artiste. Si tratta di Anastasia Kolibaba, pittrice e scultrice nata nel 1994 ad Odessa e Daria Koltsova, artista visiva, performer, ricercatrice e curatrice, nata nel 1987 a Kharkiv in Ucraina. Le due artiste sono state invitate a realizzare un progetto espositivo appositamente pensato per la Cavallerizza di Palazzo Sant’Elia, e concluderanno la loro residenza con due mostre personali che verranno inaugurate, rispettivamente, il 21 luglio Anastasia Kolibaba e il 23 settembre 2022 Daria Koltsova

 

Il Sindaco Metropolitano Leoluca Orlando ha sottolineato “L’accoglienza da parte della Città e della Città Metropolitana di Palermo di quanti stanno fuggendo dall’inferno ucraino non si ferma. Nel tempo difficile che stiamo vivendo la pace si collega, oggi più che mai, alla vita che costituisce il diritto dei diritti degli esseri umani e che s’intreccia con la mobilità internazionale che non può essere violata da insulse leggi da parte degli Stati. Palermo continua a dare, con azioni concrete, un forte segnale all’Europa accogliendo quanti scappano dalla guerra. Esprimo il mio più sentito ringraziamento alla Fondazione Sant’Elia che si è subito resa disponibile ad offrire a giovani artisti alcuni locali di Palazzo Sant’Elia dove potranno continuare ad esprimere la propria arte in totale libertà”.

Giusy Ferreri e e le sue vite

di Omar Gelsomino, foto di Cosimo Buccolieri

La sua voce particolare le permette di spaziare su più generi musicali e la sua timbrica inconfondibile ne hanno fatto una straordinaria cantante di successo. Giusy Ferreri, all’anagrafe Giuseppa Gaetana Ferreri, si è imposta nel panorama musicale sin da subito, partecipando ai più importanti festival canori e ottenendo riconoscimenti internazionali per la sua bravura. Senza dimenticare che i suoi brani sono tra i più venduti.

Giusy Ferreri in realtà detiene anche tre record: è la cantante lanciata da un talent show ad aver venduto più copie nel mondo, oltre 2,5 milioni tra album e singoli; è rimasta al primo posto per 47 settimane nella classifica italiana dei singoli con Non ti scordar di me, Novembre, Roma-Bangkok, Amore e capoeira e Jambo; insieme a Baby K con Roma-Bangkok è l’unica artista italiana ad aver vinto il disco di diamante per un singolo digitale.

Di origini siciliane ha sempre vissuto in Lombardia, ma non ha mai abbandonato le sue radici perché la Sicilia è nel suo cuore.

«Sono andata via da Palermo in fasce, ma sento forte il legame delle mie origini. Certamente! Frequento normalmente Palermo». Come tutti anche lei ha fatto la gavetta, coltivando giorno per giorno la sua passione, conciliando il suo vero lavoro, sino al meritato successo che continua tuttora.

«La passione per la musica nasce sin da quando ero bambina. Sono cresciuta in un ambiente predisposto alla musica, poiché passione anche di mio padre con il suo pianoforte, un organo in casa e diverse chitarre e musicassette, cd e vinili di artisti italiani e internazionali di vario stile e genere. Mi sento vicina al rock e al blues. Il pop con tutte le sfumature e influenze di vario genere mi riesce bene. La musica ha unito ancor di più la mia famiglia perché è sempre stato un bellissimo motivo di condivisione. Le mie prime esperienze musicali risalgono a quando ero bambina. Mi piaceva partecipare ai concorsi canori sia da solista sia in gruppo con altri bambini. Poi a 13 anni ho iniziato con la prima formazione cover band e da lì in poi è stato un susseguirsi di varie formazioni di cover band di vari generi musicali tra rock, blues, hard rock, southern rock, new wave e nell’adolescenza ho iniziato a scrivere i miei primi brani che portavo in gara nelle varie manifestazioni per band emergenti. Non è mai stato difficile conciliare il lavoro con gli impegni artistici perché avevo scelto di lavorare part-time e avevo parecchio tempo a disposizione e soprattutto riuscivo ad esibirmi anche nei locali in tardissima serata. Come una doppia vita».

La popolarità di Giusy Ferreri inizia con la classificazione al secondo posto alla prima edizione di un famoso talent show e nonostante il successo raggiunto lei è rimasta sempre se stessa. «La partecipazione ad X Factor nel 2008 rappresenta l’esordio della mia popolarità e l’inizio di un nuovo percorso artistico e professionale. Quando penso alla mia vita penso a come se stessi attualmente vivendo la mia quarta vita, mentre nel 2008 possiamo dire che fosse appena iniziata la mia terza vita. Penso a più vite perché le ho vissute catapultandomi in ruoli e situazioni differenti. Ma più che cambiata mi sento solo cresciuta, continuo a riconoscere sempre me stessa nella mia testa e nel pensiero, solo più matura e consapevole di qualche anno fa».

In questi anni ha partecipato quattro volte al Festival di Sanremo, nell’ultima edizione con il brano Miele, e diverse le collaborazioni che hanno suggellato delle vere e proprie hit di successo. «Sanremo è sempre una bella occasione per presentare un nuovo progetto. Quest’anno ci tenevo molto ad esserci per poter parlare anche del mio nuovo album “Cortometraggi” oltre al brano presentato in gara. Sono davvero tante le collaborazioni di cui vado molto fiera e orgogliosa, e tantissime volte mi hanno portato a conoscere qualcosa di nuovo di me stessa. Quella che ho desiderato tanto personalmente e che ho cercato perché più attinente al mio percorso sin da ragazza, è stata la collaborazione con Linda Perry delle 4 non Blondes che ho voluto coinvolgere per la scrittura a quattro mani di nuovi brani che poi ho inserito nell’album “L’attesa”. Parlo di gratificazione personale artistica ovviamente».

Con l’approssimarsi dell’estate a farci compagnia ci sarà qualche tormentone a segnare le nostre giornate e come è capitato in passato alcuni di questi sono di Giusy Ferreri, tanto che l’hanno definita la regina delle hit, ma lei rimane la cantante di sempre che conosciamo ed ammiriamo. «Non mi sento regina delle hit estive, mi è stato attribuito perché più di un brano ha ottenuto un grande riscontro anche se per me è stato solo un gioco. Artisticamente sono una persona istintiva e volevo provare qualcosa di diverso. Takagi e Ketra mi hanno coinvolta in quella nuova avventura e ho apprezzato molto l’energia, la freschezza, l’originalità e la leggerezza dei loro brani, per cui mi sono divertita».

È già uscito il suo ultimo disco ricco di sonorità e brani introspettivi ma soprattutto di collaborazioni importanti che porterà in giro per l’Italia nel suo lungo tour. «“Cortometraggi” è un album versatile molto curato negli arrangiamenti e nella produzione. Suonato dai musicisti che mi accompagnano durante i tour ormai da diversi anni. Contiene 12 piccoli film, come amo definirli, che arrivano dritti al cuore, alcuni più introspettivi intervallati da altrettanti brani energici sempre ricchi di significato. In questo album sono sia interprete sia cantautrice come per i miei album precedenti. Tra le firme più importanti che hanno scritto per me ci sono Gaetano Curreri, Marco Masini, Bungaro, Diego Mancino, Casalino e Simonetta. Per l’estate vi sarà sicuramente un brano estratto da questo album a farci compagnia. In programma ho il tour estivo e tour autunnale nei teatri, con la formazione musicale accompagnata da Andrea Polidori (Batteria) Gabriele Cannarozzo (basso, moog), Mattia Boschi (violoncello, chitarra) Fabrizio Leo (chitarre) Fabiano Pagnozzi (pianoforte, sinth)».

 

In attesa di vederla tornare dal vivo questa estate nelle più belle località italiane, già annunciate le due anteprime teatrali di questo autunno, prodotte e organizzate di Friends & Partners: il 1° ottobre al Parco della Musica di Roma (Sala Sinopoli) e il 3 ottobre al Teatro dal Verme di Milano.

Lorenzo Vizzini. Il nuovo De Gregori della musica italiana

di Alessia Giaquinta, foto di Julieta Vivas

Qualcuno lo ricorderà come l’imitatore che, a soli cinque anni, conquistò il pubblico della trasmissione televisiva “Bravo Bravissimo” condotta da Mike Buongiorno. Eppure Lorenzo Vizzini, ormai ventinovenne, da allora ne ha fatta di strada… tanta e nel migliore dei modi! Il giovane ragusano, infatti, oggi è considerato uno dei migliori autori e compositori italiani. Ha scritto brani per Renato Zero, Ornella Vanoni, Arisa, Marco Mengoni, Anna Tatangelo, Laura Pausini e tanti altri noti artisti del panorama musicale. Insomma, alla sua giovane età Lorenzo vanta già un curriculum di collaborazioni importanti, di brani e dischi di successo e la vincita del Premio Siae per gli autori under 30 distinti nel panorama nazionale.

Un Francesco De Gregori più giovanelo ha definito Ornella Vanoni. E come darle torto?!

Dalle melodie alle parole, alle emozioni che evoca: la musica di Lorenzo è un’esperienza di bellezza ad alti livelli, un turbinio di poetiche immagini capaci di emozionare chiunque ascolti i suoi brani.

Artista da sempre. Dalle imitazioni alla musica, alla scrittura. Come è avvenuta la scoperta di ciascuna di queste arti?
«Quello con la musica è stato un innamoramento. Non l’ho scoperta, è accaduto. Ad esempio, quando avrò avuto al massimo 2 anni chiesi a mia madre come regalo un palcoscenico con gli strumenti musicali. È stata una scelta istintiva, come i cani che rincorrono gli odori dai quali sono attratti».

Quando hai scritto il primo brano? E l’ultimo?
«Il primo non l’ho propriamente scritto, avevo 5 anni e mi passava questa melodia in testa. Quando capii di averla inventata io, non ho smesso più. L’ultimo non è mai l’ultimo, c’è sempre una nuova canzone da scrivere».

Se potessimo osservarti nell’atto di comporre un brano, cosa vedremmo?
«Ve la vorrei rendere più bella da immaginare, ma probabilmente vedreste una persona dissociata dalla realtà che lo circonda. Nella testa è tutto chiarissimo, ma da fuori potrebbe risultare alienante».

Lorenzo autore e cantautore. Cosa segna il margine tra scrivere per sé e scrivere per altri?
«Più che un margine, c’ è un oceano in mezzo. Tutte le canzoni che scrivo per me hanno delle caratteristiche che rappresentano la mia persona. Allo stesso modo ogni canzone che scrivo per un altro interprete cerco di immaginarla il più vicino possibile alla sensibilità di chi la canterà».

Raccontaci un aneddoto della tua carriera che ti ha particolarmente emozionato.
«Quella che per me è la carriera, in senso strettamente professionale, mi emoziona raramente. Fare musica per me è un lavoro sacro, che amo e cerco di onorare al massimo ogni giorno. Per questo, più che la carriera in termini aneddotici, il momento che fino ad oggi continua ad emozionarmi di più è quando scrivo una canzone. Quello è il periodo che mi regala più entusiasmi, gioie, estasi, qualche volta felicità. È sempre una mappa del tesoro da riscrivere da zero».

Vivi a Milano, ormai. Cosa ti manca più della Sicilia e qual è la prima cosa che fai appena torni nella tua terra?
«Mi manca vederla, guardare le spiagge, i mandorli in fiore, i fichi d’India. Quando torno a casa vado a mangiare le ‘mpanatigghie e da talassodipendente quale sono torno banalmente davanti al mare».

Cosa canta (se canta) Lorenzo sotto la doccia?
«Ammetto di cantare poco sotto la doccia. È il mio momento di tregua, quindi quando riesco e sono da solo mi godo il silenzio. Quelle poche volte che canto in doccia, solitamente canto canzoni che non esistono».

Nel cassetto hai più sogni o progetti? Cosa puoi svelarci?
«I miei sogni sono i miei progetti. In ambito musicale e personale, nei prossimi anni mi piacerebbe conoscere e studiare le culture degli altri continenti. Mi piacerebbe viaggiare in America, Asia e Africa per diversi mesi e conoscere da vicino le radici di scuole musicali che mi hanno da sempre affascinato. Poi ho ancora mille altri sogni, ma mi hanno detto che se li racconti prima non si avverano. Magari ve li racconterò quando li avrò realizzati!».

DJ Helen Brown in un’esplosione di energia

di Omar Gelsomino, foto di Antonio Fiorentino e Valentina Pellitteri

La passione per la musica e la determinazione hanno fatto di lei un’artista di successo. All’inizio non è stato facile, ma nonostante tutto è riuscita ad imporsi nel mondo delle consolle predominato dagli uomini.

Helen Brown, dj e producer Made in Sicily, ha portato la sua musica nei dj set internazionali. Adesso, con l’arrivo dell’estate e l’uscita del suo nuovo album, è pronta a farci ballare.

Cosa ti spinta a fare la dj? 

«Una notte, all’età di 17 anni entrai in una nota discoteca di Giardini Naxos, vidi la consolle, mi innamorai del dj e mi ripromisi di essere al suo posto un giorno. Da allora, ho passato giorni interi sui “1210” per poter apprendere la tecnica del “mixing” e, soprattutto, ho dovuto fare i conti con una società nella quale vedere un dj “donna” era assolutamente improponibile, per questo ho dovuto impegnarmi molto di più. Oggi, sono quasi più le donne che gli uomini a svolgere questa professione artistica».

Cosa avresti fatto oltre la dj?

«Non riuscirei ad immaginare una vita senza musica, anche se ho portato avanti tutti gli studi. Mi sono laureata in Giurisprudenza, ho conseguito il master in Criminologia e sono stata, per un periodo di tempo, avvocato del Foro di Messina».

Qual è stato il tuo percorso?

«Mel 2003, ho cominciato a suonare in Sicilia, in diversi clubs famosi. Nel 2006, conobbi Luca Marino e la Jayvip Agency con sede in Bologna. Grazie a Luca ho suonato in tantissimi clubs italiani: Matis, The Club, Domus ed altri ancora. Ho proposto il mio dj set anche al Motor Show, alla Fiera della Moto, ecc. Nel 2009 in seguito alle produzioni, ho cominciato a suonare anche all’estero. Ho avuto il piacere di mixare in Kosovo, Bahrein, Olanda, Tunisia, Francia, Spagna, America, Cina, ecc. Ho partecipato all’Ade (Amsterdam Dance Event) nel 2016, nel 2018 e nel 2019; al WMC (Winter Music Conference) a Miami Beach nel 2012, 2013, 2015 e 2017; IMS (Ibiza Music Summit) nel 2019. Avevo la valigia chiusa a marzo del 2020 pronta per andare a suonare al Barsecco, noto club di Miami Beach, insieme alla famosa vocalist Monica Kiss, ma purtroppo è scoppiata la pandemia ed il resto è storia».

Ci parli del tuo primo Ep?

«“Here I go” è una produzione uscita nel 2009. Si tratta di una release fatta in collaborazione con Lypocodium (Fausto Belardinelli) e con la cantante Linda Lugnet. Questa traccia è stata suonata da Tiesto… questo, mi ha consentito di fare dei tour in giro per il mondo».

Com’è cambiato il mestiere del dj nell’era digitale?

«Moltissimo, si è semplificato tanto dal punto di vista tecnico, nel senso che rispetto ai giradischi o meglio ai piatti “1210” Technics… proporre un dj set in digitale è molto più semplice perché ci sono tante funzioni che permettono una miscelazione quasi perfetta senza dovere avere una competenza tecnica adeguata. Con i piatti dovevi saper mixare sul serio».

Quali cambiamenti sono avvenuti?

«Negli anni, ho visto dare più importanza all’apparenza che alla sostanza. Ho iniziato in un momento storico nel quale la tecnica era tutto, oggi si punta sull’immagine. Credo che siano fondamentali entrambe le cose».

Dopo il Covid, quanto sono importanti i dj set live?

«Direi che sono il segno della rinascita, visto che l’industria della nightlife è stato il settore più colpito dal Covid 19».

E l’estate che verrà come te la immagini? Hai già in mente quale hit farai ballare?

«Immagino e spero sia un’estate di ripartenza per tutti e spero di far ballare la mia nuova traccia “Fire” uscita, da pochissimo, sull’etichetta Groover Records. La release è su tutti i portali digitali. La posso definire come la ripartenza e si chiama “Fire” perché è un’esplosione, in crescendo, di energia. Quello che desidero, del resto, quando propongo i miei dj set è proprio di trasmettere adrenalina con il mezzo più naturale e puro che esista al mondo: la musica».

Quali sono i tuoi progetti attuali e per il futuro?

«Suonare in giro per il mondo con l’entusiasmo di sempre e la voglia irrefrenabile di far ballare la gente che è stata per troppo tempo chiusa in casa».