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Una liuteria nel cuore delle Madonie. Mirco, il giovane petralese che fa cantare il legno

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di Giulia Monaco   Foto di Mirco Inguaggiato

Passeggiando per i vicoli del centro storico di Petralia Sottana può capitarvi di imbattervi nella bottega di un mastro liutaio. Bussando al suo portone potreste aspettarvi che ad aprire sia un anziano e barbuto signore dallo stile un po’ retrò. E invece no: il nostro moderno Stradivari è Mirco Inguaggiato, un giovane trentacinquenne dagli occhi grandi e il fisico minuto, che vi accoglie con indosso jeans e una t-shirt extra-size impolverati di trucioli e segatura.

Sarete immersi nel suo piccolo scrigno dei tesori: sulle pareti campeggiano strumenti musicali tra i più svariati e di ogni provenienza: alcuni costruiti da lui, altri collezionati negli anni per studiarli e ampliare la sua vasta conoscenza di tutto ciò che è musica. È in questo piccolo universo polifonico che Mirco costruisce chitarre classiche e battenti, mandolini, violini, viole e persino piffere e zampogne dai decori raffinatissimi. Mirco è l’erede di quattro generazioni di falegnami, con il legno e gli strumenti del mestiere ci è praticamente cresciuto. Ma fin da subito prova a far sposare l’arte della falegnameria con l’arte della musica, altra sua grande passione: il nostro liutaio è anche, infatti, un appassionato chitarrista e mandolinista.

Il matrimonio tra le due arti è riuscitissimo: comincia da bambino, realizzando delle deliziose riproduzioni in miniatura di strumenti musicali, e negli anni prosegue con le miniature fino a quando comincia a costruire, da perfetto autodidatta, i primi veri e propri strumenti a fiato legati alla tradizione siciliana (piffere, zampogne, flauti di canna). Nel 2009 decide di trasformare la sua passione in un vero e proprio mestiere: frequenta a Gubbio la “Scuola dei Mastri Liutai e Architettai”, e torna a Petralia nel 2011 con un diploma in tasca.

La pace e la quiete di Petralia sono la cornice perfetta per una bottega che è un piccolo luogo incantato, in cui l’arte della lentezza è parte integrante del processo creativo. Da questo piccolo borgo gli strumenti di Mirco spiccano il volo arrivando in tutta Italia, giungendo persino in Sud America.

A quale progetto ti stai dedicando attualmente?

«Sono sempre stato affascinato dal mondo dei presepi della cultura partenopea, e sono lieto di aver avviato una collaborazione con i Maestri presepisti napoletani. Ho cominciato a costruire strumenti settecenteschi di circa venti centimetri per statue di pastori che ne misurano circa trentotto. Insomma, per un po’ sto di nuovo esplorando il mondo degli strumenti in miniatura, che hanno segnato il mio inizio: una sorta di ritorno alle origini. Questo progetto mi soddisfa molto, perché restituisce valore e dignità a un’arte nobile e antichissima che è quella del presepe napoletano: un tempo gli strumenti dei pastori venivano costruiti da veri liutai, gli abiti cuciti da vere sarte e così via. Col passare del tempo questa suddivisione meticolosa di ruoli e maestrie si era persa; per me è un grande onore provare nel mio piccolo a darle nuova vita».

Il legno, la musica, i presepi… come fai a star dietro a tutte queste passioni?

«E ne ho molte altre ancora. La difficoltà per me sta proprio nello sceglierne una e trascurare le altre. Mi piace avere uno sguardo curioso sul mondo e amo cimentarmi in tutto ciò che è nuovo, insolito o attrae per qualche motivo la mia attenzione, che si tratti di riprodurre uno strumento conosciuto per caso o sperimentare una nuova ricetta».

Un sogno particolare che custodisci nel cassetto?

«L’insegnamento. Insegnare e trasmettere i rudimenti di questa arte alle nuove generazioni, consentire a chi ha questa passione a svilupparla e a cavalcarla. Qualche anno fa mi sono cimentato in questa veste nel corso di un laboratorio tenuto Palermo, con risultati sorprendenti: qualcuno dei ragazzi che si approcciava per la prima volta al mondo della liuteria se n’ è innamorato e ha continuato a seguire questa strada. Sarebbe bello avere l’opportunità di seminare stimoli virtuosi come questo e dare nuovo slancio all’antica arte liutaia».

 

BM

L’arte dell’intreccio – Una tradizione da salvaguardare

di Omar Gelsomino   Foto di Mario Guccione

Un’abilità pratica, una passione innata e tanta creatività sono gli elementi essenziali per custodire e tramandare una tradizione contadina come l’arte dell’intreccio. Una usanza che risale alla notte dei tempi, tanto che in un passo del Vangelo di Giovanni si legge: “Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”. (Gv.12, 12-16).

Da quel giorno si tramandò l’usanza di esibirle la domenica precedente la Pasqua: è un’arte associata alle celebrazioni cristiane e alla Domenica delle Palme, poiché i fedeli usano abbellire i luoghi di culto e valorizzano le processioni e i riti della Settimana Santa con le foglie di palma intrecciate. Da straordinari capolavori realizzati da “u palmaru”, ancora oggi, davanti ai sagrati delle chiese, troviamo le classiche palmette più semplici, caratterizzate dai modelli uniformi e abbellite con coccarde o nastrini colorati. Dopo la loro benedizione sono portate nelle case, attribuendo alle palme il simbolo di trionfo, acclamazione, regalità, ma anche vittoria, ascesa, rinascita e immortalità, principalmente a protezione del nucleo familiare.

Dalle mani abili di Mario Guccione, operaio forestale e intrecciatore di fibre vegetali di San Michele di Ganzaria, grande conoscitore della Montagna con le sue orchidee selvatiche, prendono vita oggetti unici nel suo genere: oltre alle palme, cestini, scope e persino giochi per bambini. «Una passione nata per caso circa vent’anni fa, quando lavoravo alla forestale. Iniziai a fare le scope e i cestini, ma desideroso di imparare ancora di più, frequentai un corso che mi appassionò tantissimo. In realtà mia madre è di origine sarda e anche i miei parenti che vivono a Cagliari fanno l’intreccio, quindi avevo questa passione innata, ma non sapevo di possedere. Ho imparato altre tecniche da tante persone, ho acquistato dei libri, mi sono sempre più documentato e ancora oggi continuo a sviluppare le varie tecniche per fare gli intrecci di palma, con spighe di grano, ecc.».

Tutti materiali che solo in pochi sono in grado di saper scegliere, raccogliere, piegare e intrecciare per comporre le palme. «Circa un mese prima si raccolgono le foglie e si mettono dentro un recipiente con poca acqua per tenere umidi i gambi, poi inizio a realizzare le palmette devozionali. Quando è finita, si rimette sempre nel recipiente con acqua, così resta sempre verde e rigogliosa fino al giorno delle Palme. Lavoro semplicemente le sue foglie senza usare cucitrici, né decorazioni colorate, realizzando diversi tipi di palme: il giglio, il pesce, la rocchetta, la colomba, la passione, etc.; utilizzando l’intreccio a cravatta, a rovescio, a rocchetta semplice e anche quello antico. Realizzo un cavalluccio di palma che rappresenta l’asinello del Signore e intreccio anche i rametti d’ulivo, un’antica tradizione sammichelese risalente a un secolo fa. Una volta ultimate le dono a parenti e amici come devozione che le porteranno in chiesa per la benedizione».

Un’arte da salvaguardare, tanto che Mario Guccione ha realizzato il Museo dell’Intreccio, per tramandare le antiche tecniche e i segreti della lavorazione. «Creare qualcosa di nuovo è fantastico ma l’intreccio è una tradizione bellissima, fa stare bene. Ho iniziato a trasmettere questa tradizione ai miei figli, hanno imparato a realizzare la tipica palmetta semplice, il pesce, il serpente, la croce e l’anello. Recentemente abbiamo realizzato dei video per mostrare come si realizzano questi oggetti. Le vecchie palme intrecciate, secondo tradizione, non vengono mai buttate perché sono benedette, ma si bruciano».

L’arte dell’intreccio è un chiaro esempio di un tempo passato, della vita quotidiana dei contadini, semplice e rispettosa dell’ambiente, uno stile di vita da apprezzare e utile a farci riflettere.