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Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Mescal Music

 

“Soyuz 10” (Microclima-Puntoeacapo | Tetoyoshi Music Italia – distribuito da Sony Music), è il titolo del nuovo disco di inediti di Mario Venuti, uscito lo scorso 31 maggio, e anticipato dal primo singolo “Il pubblico sei tu” scritto dallo stesso Venuti e Kaballà con musiche di Venuti, Seba e Chiaravalli. Abbiamo incontrato Mario Venuti per parlare con lui del suo nuovo disco e della sua carriera artistica.

Dopo “Motore di vita” un nuovo album, “Soyuz 10”, le va di raccontarci come è nato?
«È un disco abbastanza vario musicalmente, come solitamente accade con i miei lavori. Rispetto a Motore di vita è un disco un po’ più suonato anche se l’elettronica è più contenuta. Si chiama Soyuz 10 perchè durante la lavorazione del disco, quando dovevo registrare la voce, il tecnico del suono mi mise di fronte una serie di microfoni per verificare quale si avvicinasse più al mio timbro vocale, caso volle che scelsi proprio lo Soyuz. Mentre cantavo ho immaginato che questo microfono fosse una navicella spaziale che porta la mia voce nell’universo e quest’immagine mi è sembrata abbastanza poetica da farla diventare il titolo di un album. Soyuz come saprete è la navicella spaziale russa, 10 perché rappresenta il mio decimo album. Un’altra cosa che mi è piaciuta è che Soyuz in russo significa incontro, poiché è un disco in cui la maggior parte sono canzoni d’amore, il tema dell’incontro, dell’interazione tra le persone è abbastanza presente per cui mi è sembrato fosse adatto anche al contenuto».

Dopo “Il pubblico sei tu” è appena uscito “Ciao Cuore”, ci parla del suo nuovo singolo?
«“Ciao Cuore” è una canzone in forma di favola. Il cuore è caduto in disuso tra gli uomini ormai dediti solo ad attività di concetto. Ma la naturale propensione umana ai sentimenti ne fa sentire la mancanza. Il cuore viene richiamato vox populi e questa canzone è il suo inno di bentornato. Ogni riferimento a persone ed eventi contemporanei non è casuale».

Cosa rappresenta per lei Soyuz 10?
«Questo album rappresenta una fase, un diario del momento. Penso di essere arrivato ad una fase di maturazione tale per cui anche fare musica diventa per me anche facile. È un disco in cui mi sono lasciato andare, senza pensare cosa avrei potuto fare, le canzoni sono venute da sole e alla fine chi l’ascolta mi dice che è un disco positivo, che suona disteso, con buone vibrazioni, non si sentono negatività e questo è un bene».

La sua carriera artistica inizia a Catania, è rimasta ancora il cuore nevralgico per i cantanti?
«Il periodo degli anni ‘90 è sicuramente irripetibile perché in città c’era un fermento sia artistico che anche manageriale. Non basta che ci siano dei talenti, occorre che ci sia qualcuno che li sappia valorizzare, allora c’erano Francesco Virlinzi e la Cyclope. Oggi sono rimaste una serie di strutture che lavorano attorno alla musica ma l’atmosfera è cambiata. Ci sono nuovi talenti ma probabilmente hanno meno occasioni per emergere».

Ha collaborato con i più grandi artisti, ma chi le ha trasmesso di più?
«Forse l’incontro con Franco Battiato, Carmen Consoli. Sono stati degli incontri oltre che artistici anche umani, molto belli, che mi stanno a cuore. Ho un rapporto ottimo anche con Francesco Biancone dei Baustelle con cui ogni tanto scriviamo e anche in questo disco c’è una canzone firmata da lui, è ormai una tradizione che in ogni mio disco ci sia un pezzo in cui ci sia il suo zampino. Musicalmente ho esplorato talmente tanti campi che non ho lasciato nulla di intentato però sono sempre aperto a tutte le possibilità che la musica può offrire. Ci sono tanti artisti con cui mi piacerebbe collaborare, ad esempio con Caetano Veloso, un mio maestro e che ho conosciuto personalmente, lo scorso 13 luglio al Teatro Antico di Taormina mi è stato chiesto di aprire il suo concerto».

Così mentre Mario Venuti andrà in giro con il suo tour autunnale non possiamo che “ascoltare” quelle buone vibrazioni ed emozioni del suo nuovo album.

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Samuel Tasca

Le radici della nostra cultura popolare sono racchiuse anche in oggetti ormai dimenticati. Oggetti, tradizioni e saperi destinati a perdersi. Vincenzo Forgia, ceramologo e insegnante di disegno tecnico e storia dell’arte, in oltre cinquant’anni ha pazientemente costituito un’imponente collezione. «Il Museo Didattico Permanente – dichiara Forgia – è l’inizio di un interessante progetto storico, artistico, tecnico e antropologico, per il recupero di quello che Caltagirone ha perso in termini di usi e costumi che per secoli hanno avuto come riferimenti ceramici, oggetti e strumenti, nella vita quotidiana di tutte le famiglie. Il mio progetto consiste nel realizzare un Polo Museale di sette musei, oltre alle strutture collaterali (bar, ristorante, albergo o struttura para-ricettiva, ecc), che comprendono: le quattro botteghe per la produzione delle ceramiche (stazzunaru, quartararu, modellatore e cannataru); la riproduzione di una casa del XIX secolo con l’arredamento e gli oggetti d’uso; le collezioni della produzione delle ceramiche d’uso e d’arredamento, tra il XVIII e il XX secolo; la più consistente collezione di formelle (oltre 1500 pezzi) calatine con tutte le iconologie e iconografie usate nei prodotti ceramici». In questo piccolo museo allestito nel centro storico di Caltagirone, in via Roma 40, è come tornare indietro nel tempo e perdersi tra i ricordi e la vita dei nostri nonni. «Al suo interno i visitatori possono ammirare una parte della mia collezione privata – continua Forgia -. Sono esposti diversi fischietti della produzione di Caltagirone che vanno dalla seconda metà del XIX al XX secolo, con opere mie, di Salvatore Leone, Salvatore Graziano e autori vari; nella seconda sala sono esposte invece delle bellissime formelle, largamente utilizzate per realizzare i geli di frutta e di fiori, creme e mostarda, raffiguranti diverse tipologie di soggetti che vanno dalla fine del XVIII secolo sino alla prima metà del XX secolo, e di altri centri ceramici, una produzione contemporanea. Infine nell’altra sala è possibile ammirare lo scenografico “presepe degli umili”, con l’esposizione di soggetti dell’epoca di autori vari e di altri centri di produzione, in un periodo compreso fra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo».
Un’ offerta culturale rivolta soprattutto ai giovani, la maggior parte dei quali sconosce la nostra storia e le nostre tradizioni. «Il Polo Museale intende coinvolgere i giovani verso la riscoperta di valori etno-antropologici ormai scomparsi, a interessare i visitatori coinvolgendoli con dimostrazioni pratiche e adeguate spiegazioni, rendendoli attivamente partecipi. Dare ai visitatori la possibilità di degustare prodotti tipici stagionali, legati alle tradizioni locali, serviti nelle riproduzioni fedeli delle stoviglie di Caltagirone comprese le “opere d’arte commestibili”, i geli, che vengono fuori dalle formelle. Consentire ai visitatori di poter acquistare le copie fedelmente riprodotte di tutti gli oggetti autentici esposti nei laboratori e nei musei, di cui hanno potuto seguire tutte le fasi più significative di lavorazione. L’apertura espositiva di una minima parte della raccolta vuole sensibilizzare tutti gli Enti preposti (Comune, Regione, Ministeri, ecc) a interessarsi alla realizzazione del progetto, prima che tutti i beni materiali e tutte le conoscenze, vadano definitivamente perduti. Questo mio progetto non ha alcun tornaconto personale ma va oltre all’interesse comune, all’amore per la mia città e di cui potrà fruire di questo patrimonio frutto di oltre cinquant’anni intensi di sacrifici per realizzare queste collezioni, prima che vadano interamente disperse». Noi di Bianca Magazine, da sempre attenti alla valorizzazione delle nostre tradizioni, ci uniamo all’appello del Maestro Forgia affinché le Istituzioni prendano in esame questo progetto in modo che questo patrimonio e queste conoscenze non si perdano definitivamente.

Articolo di Angelo Barone   Foto di Giuseppe Leone

ll Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, riunitosi dal 26 novembre al 1° dicembre 2018 a Port Louis, nelle Isole Mauritius ha iscritto “l’Arte dei muretti a secco” nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. L’iscrizione è comune a otto paesi europei: Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

Nelle motivazioni l’Unesco evidenzia che “l’arte dei muretti a secco consiste nel costruire sistemando le pietre una sopra l’altra, senza usare altri materiali se non, in alcuni casi, la terra asciutta. Queste conoscenze pratiche vengono conservate e tramandate nelle comunità rurali, in cui hanno radici profonde. Le strutture con i muri a secco vengono usate come rifugi, per l’agricoltura o l’allevamento di bestiame, e testimoniano i metodi usati, dalla preistoria ai nostri giorni, per organizzare la vita e gli spazi lavorativi ottimizzando le risorse locali umane e naturali. Queste costruzioni dimostrano l’armoniosa relazione tra gli uomini e la natura e allo stesso tempo rivestono un ruolo vitale per prevenire le frane, le inondazioni e le valanghe, ma anche per combattere l’erosione del suolo e la desertificazione, migliorando la biodiversità e creando migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”.

Orgogliosi di questo importante riconoscimento ci ha colpito il silenzio assordante con il quale è stata accolta la notizia in Sicilia e la comunicazione nazionale dell’evento che non cita mai come esempio il paesaggio degli Iblei, caratterizzato più che altrove dai muretti a secco.

Non vogliamo essere partecipi di queste distrazioni e rendiamo omaggio a questo riconoscimento con la copertina de “La pietra vissuta – Il paesaggio degli Iblei” di Mario Giorgianni, con un saggio di Rosario Assunto e le foto di Giuseppe Leone, edito da Sellerio Editore Palermo nel 1978.

Questa preziosa pubblicazione segna una pietra miliare nel far conoscere al mondo della cultura italiana l’essenza del paesaggio degli Iblei tramite le foto di Giuseppe Leone e trovo anticipatore di questo riconoscimento Unesco il saggio introduttivo – Iniziazione a un’altra Sicilia – del “filosofo delle forme” Rosario Assunto. “Per un convinto assertore dell’estetica del paesaggio le immagini fotografiche per le quali l’amico Giorgianni mi ha fatto l’onore di chiedere un commento teorico, hanno un interesse che non esito a definire di prim’ordine. Basterà, infatti, che uno le osservi con un minimo di attenzione per trovare in esse la conferma documentaria alla esteticità del paesaggio come oggetto di contemplazione vissuta (nel senso che contemplare il paesaggio fa tutt’uno col viverlo)”.

Furono i contadini i primi a costruire i muri a secco, utilizzando le pietre che venivano fuori dalla terra con l’aratura, per recintare i propri terreni e realizzare le chiuse dove alternare seminativi e pascoli. Successivamente nacquero i mastri del muro a secco, con i quali la tecnica di costruzione raggiunse il punto di raffinatezza che conosciamo e ammiriamo. Di questi mastri, Gesualdo Bufalino ne “Il sudore e la pietra” scriveva: “Li rivedo, questi eroi di rade e grevi parole, seduti ai quattro capi d’un tavolo per una partita di briscola; o fuori, sui marciapiedi estivi, a prendere il fresco che saliva dalle cantanti cannelle della fontana di Diana. Erano, ma io non lo sapevo né lo sapevano loro, i superstiti esemplari di una razza moribonda, i rappresentanti supremi d’una civiltà della bottega che presto sarebbe scomparsa o si sarebbe traviata in forme utilitarie e robotiche”. Fortunatamente i mastri di muri a secco non sono scomparsi e possono tornare protagonisti di quel restauro del paesaggio di cui scriveva Rosario Assunto né “La pietra vissuta”: “semplice restauro conservativo”. I muri a secco segnano la cultura iblea e sono parte della bellezza del suo altopiano che insieme allo splendore del barocco, all’armonia tra città e campagna e ai tanti prodotti di queste chiuse – il carrubo, il formaggio ragusano, l’olio Monti Iblei, il vino Cerasuolo di Vittoria, il cioccolato di Modica, il fagiolo “cosaruciaru” di Scicli e la cipolla di Giarratana – possono rilanciare il turismo e lo sviluppo di questa terra e continuare a far vivere le sue pietre.

 

 

 

Articolo di Omar Gelsomino

Daniele Bongiovanni è un artista di origini palermitane operante sul territorio internazionale. Laureatosi presso l’Accademia di Belle Arti oggi lavora tra Italia, Svizzera e Stati Uniti. È stato protagonista con novanta mostre in tutto il mondo ed ha esposto nei principali eventi di arte contemporanea, tra cui due edizioni della Biennale d’Arte Venezia. Le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti di numerosi musei.

Chi è Daniele Bongiovanni?
«È un uomo che osserva. L’unico modo per non perdersi il meglio delle cose, è l’attenzione verso i particolari. Mi sento un ricercatore di dettagli, utili a rendere il lato emotivo dell’esistenza, che è il motore del nostro approccio universale con il mondo: dai fatti alle cose, pulsante. Ecco mi piace osservare le cose che pulsano, avvicinandomi il più possibile al caso, una visione quantistica a occhio nudo».

Qual è l’etica dell’arte?
«L’arte è una disciplina formale e informale allo stesso tempo, qualsiasi disciplina si basa su un fattore etico. Quello dell’arte è sfumato, ma comprensibile; si passa dal fascino della figura ai percorsi pedagogici didattici, fino al chiarimento del bello, utile a maturare il senso della vita ordinaria. Il bello, sembra una motivazione estremamente diretta, ma la ragione primaria di questa disciplina è quella di raccontare la storia, di educare alla storia del mondo tramite le manifestazioni dei simboli che ci rappresentano e delle immagini descrittive, nel bene e nel male».

Sappiamo che sarà ospitato all’interno dello storico Palazzo Broletto di Pavia con una grande personale, a cura di Claudio Strinati. Come nasce un progetto di tale spessore?
«Dal punto di vista del concept i progetti nascono per esigenza creativa, questo fa parte del mestiere. Poi i riconoscimenti arrivano perché c’è un percorso che li attira. Quando una città ospita una mostra è perché c’è una richiesta, anche da parte delle istituzioni. Il progetto ”Exist” nasce da una mia intesa con il curatore, con cui si è deciso di aprire sipario a Pavia, città storica, che sta omaggiando la mia pittura».

Lei lavora a livello internazionale cosa percepisce dei diversi ambiti culturali?
«Cambia il linguaggio, la forma apparente, ma il lessico dell’arte unisce i punti, riuscendo a creare forme di comunicazione che s’intrecciano. Per un artista contano molto le influenze, basti pensare che già nei primi anni del ‘900 ci sono stati maestri occidentali che hanno cercato esperienze visive lontanissime. Oggi gli stilemi sono quasi globali, ciò che rimane inattaccabile è l’iconografia, – la nostra è quasi sempre cristiana – che è l’identità da preservare per risultare sempre leggibili nei confronti di chi ci segue».

Cosa raccontano i suoi quadri?
«I miei quadri non raccontano storie, questo lo dico perché ci sono artisti narrativi e artisti che lavorano sull’impatto. Io mi affido al soggetto unico, dal volto, metafora e guscio dello stato d’animo, al paesaggio, che trasmette il vuoto della distanza e il fascino del viaggio. Spesso ho detto che i miei quadri sono il manifestarsi di teorie. Ci sono volte che dipingo gli stati di grazia, almeno dal mio punto di vista, anche altrui. Ogni mio quadro ha sempre qualcosa che ha a che fare con la base teorica. I miei interessi variano dall’estetica generale alla dinamica, fino a quelle che sono le motivazioni più note del fare arte, la ricerca di una bellezza oggettiva e il racconto antropologico. Bisogna dire che ogni ciclo è figlio di un periodo, di recente per dei progetti futuri, sono stato chiamato a interpretare in un museo il tema storico de la Grande Guerra, qui il nesso è diventato emotivo quanto antropologico».

Qual è il suo rapporto con la Sicilia? Come la vede?
«La Sicilia è il mio primo mondo, per questo ancora oggi la guardo con ammirazione. Credo che ogni cosa che accada in Sicilia, negativa o positiva, dipenda anche da una reazione a catena. Se va qualcosa male a Roma per esempio, la Sicilia ne risente tantissimo. Da un punto di vista culturale Palermo ha molte realtà, e per questo motivo ha raccolto dei frutti; dall’essere stata nominata Capitale della Cultura fino a Manifesta».

Articolo di Alessandra Alderisi,  Foto di Samuel Tasca

Il suo linguaggio espressivo è libero e originale ma al contempo fortemente caratterizzato attorno a un intimo e variegato concetto di sicilianità. Pittrice catanese, artista e artigiana, è l’unica donna ad aver dipinto i carretti siciliani dopo aver appreso le tecniche decorative e cromatiche nella bottega del maestro Domenico Di Mauro, che era uno degli ultimi custodi di questa tradizione. Questo è stato l’inizio di una grande avventura che l’ha portata a collaborare dal 2016 con Averna per la realizzazione delle etichette “limited edition” dell’amaro siciliano che quest’anno compie i suoi primi 150 anni, e dal 2017 con Dolce & Gabbana per le decorazioni dei frigoriferi Smeg.

Alice, com’è iniziato il tuo percorso all’interno della bottega del maestro Di Mauro?
«Mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali a Pisa nel 2000. Dopo l’università ho sentito l’esigenza di riscoprire la mia terra e la sua arte popolare. Durante i miei studi sul carretto mi sono imbattuta in un libro in cui con sorpresa ho scoperto che era citato mio nonno Giuseppe. Lui era un falegname, e io questo lo sapevo. Il tassello di questa storia che mi mancava era il fatto che a Scordia costruiva i carretti che poi venivano decorati da Domenico Di Mauro. Chiesi allora a mio padre di accompagnarmi ad Aci Sant’Antonio. E così ho trascorso 5 anni per imparare questo suggestivo e appassionante mestiere».

Quali sono gli aspetti di quest’arte antica e popolare che ti hanno più affascinato?
«Decorare i carretti è un mestiere complesso che richiede pazienza e precisione. Ogni pezzo deve essere dipinto in un modo diverso rispetto a un altro. È un lavoro estremamente codificato. Ogni provincia ha infatti i suoi motivi decorativi distintivi, un vero e proprio codice figurativo che permette di capire la provenienza di ogni carretto. È un’arte che si avvale di tanti saperi derivanti da altrettante maestranze, ma è un mestiere ormai in via d’estinzione e io mi sento una privilegiata per aver partecipato all’epilogo di questa parabola gloriosa».
Il carretto rimane un caposaldo del tuo linguaggio espressivo ma le ispirazioni per le tue opere arrivano anche da altri aspetti della cultura siciliana, quali?
«Mixare vari elementi, trasporre l’apparato decorativo del carretto sui mobili e sugli oggetti è stato il mio modo per integrare tradizione e sperimentazione. Avevo bisogno di trovare immagini che attingessero al bagaglio folcloristico siciliano ma che avessero per me un sapore nuovo. Ho iniziato a interessarmi agli ex voto, alla ceramica, ai dolci, all’Opera dei Pupi di Catania dove ho avuto il piacere di conoscere i Fratelli Napoli, alle barche di legno del magico porticciolo di Acitrezza, dove ho dipinto la mia, che si chiama “Spiranza”, e incontrato i maestri d’ascia del cantiere Rodolico, un bene storico-culturale messo a rischio da politiche di sviluppo territoriale a mio avviso azzardate».

Come artista, da un lato, e come cittadina, dall’altro, qual è il tuo rapporto con Catania?
«La mia arte è molto influenzata dalla mia terra. Nonostante questo il mio rapporto con Catania è molto contrastato. Sensazioni e suggestioni meravigliose si scontrano con la vita di tutti i giorni per certi versi difficile sia dal punto di vista sociale sia da quello lavorativo. Penso che dovremmo riappropriarci del nostro ruolo di cittadini e riqualificare molti spazi pubblici. L’arte è uno dei mezzi per raggiungere questo obiettivo. Essere felici del luogo in cui si vive migliora la qualità della vita. È per questo che mi sono impegnata in prima persona nel progetto “Partecipa”, movimento civico per la prima municipalità di Catania».

A parte il lavoro e l’impegno civico, quali sono le tue passioni? Cosa ti piace fare nel tuo tempo libero?
«In realtà sono a tempo pieno la mamma di Elio, che ha 5 anni. Mi piace affrontare con lui le cose belle, fargli scoprire i luoghi in cui mi capita di lavorare. Abbiamo, per esempio, vissuto per un po’ ad Acitrezza. È stata una gioia vederlo giocare in questa meravigliosa cornice storica e naturalistica, fargli conoscere Giovanni Rodolico e lo zio Turi, raccontargli dei Malavoglia e di Verga. È per questo che quando scelgo un progetto guardo al valore umano ed emozionale che può avere non solo per me ma anche per lui».