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Avvio al primo programma di Residenze d’artista di Palazzo Sant’Elia a Palermo

Dalla collaborazione tra la Fondazione Sant’Elia e la Direzione Edilizia, Pubblica Istruzione e Beni Culturali della Città Metropolitana di Palermo, resp. Ing. Claudio Delfino, prende l’avvio il primo programma di Residenze d’artista di Palazzo Sant’Elia a Palermo curato da Giusi Diana.

cavallerizza di palazzo sant'elia

Grazie al contatto diretto del Sovrintendente Antonino Ticali con l’artista ucraino Aljoscha, (a cui la Fondazione ha dedicato una mostra da poco conclusasi), ha offerto nel mese di marzo la propria disponibilità ad ospitare in residenza per scopi culturali e umanitari due giovani artiste in fuga dalla guerra. Dopo un appello sulle pagine social di Aljoscha, sono arrivate a Palermo le prime due artiste. Si tratta di Anastasia Kolibaba, pittrice e scultrice nata nel 1994 ad Odessa e Daria Koltsova, artista visiva, performer, ricercatrice e curatrice, nata nel 1987 a Kharkiv in Ucraina. Le due artiste sono state invitate a realizzare un progetto espositivo appositamente pensato per la Cavallerizza di Palazzo Sant’Elia, e concluderanno la loro residenza con due mostre personali che verranno inaugurate, rispettivamente, il 21 luglio Anastasia Kolibaba e il 23 settembre 2022 Daria Koltsova

 

Il Sindaco Metropolitano Leoluca Orlando ha sottolineato “L’accoglienza da parte della Città e della Città Metropolitana di Palermo di quanti stanno fuggendo dall’inferno ucraino non si ferma. Nel tempo difficile che stiamo vivendo la pace si collega, oggi più che mai, alla vita che costituisce il diritto dei diritti degli esseri umani e che s’intreccia con la mobilità internazionale che non può essere violata da insulse leggi da parte degli Stati. Palermo continua a dare, con azioni concrete, un forte segnale all’Europa accogliendo quanti scappano dalla guerra. Esprimo il mio più sentito ringraziamento alla Fondazione Sant’Elia che si è subito resa disponibile ad offrire a giovani artisti alcuni locali di Palazzo Sant’Elia dove potranno continuare ad esprimere la propria arte in totale libertà”.

dammuso pantelleria

I Dammusi di Pantelleria

di Eleonora Bufalino

A più di 800 metri sul livello del mare e con un’ estensione costiera di oltre 80 km, l’isola di Pantelleria si erge in mezzo al mare, tra la Sicilia e l’Africa, visibile in lontananza ad occhio nudo. Ben collegata con il porto di Trapani e dotata di un aeroporto che le permette la continuità territoriale con il resto dell’Italia, l’isola è da sempre stata famosa per la singolarità dei suoi paesaggi.

La flora autoctona di Pantelleria è costituita dalla macchia mediterranea, che sboccia rigogliosa come nel resto delle regioni sud orientali. Inoltre, spontaneamente cresce una varietà di cappero, che è divenuto una delle principali coltivazioni del territorio, insieme a viti e ulivi. Le sue acque cristalline e le coste tunisine sullo sfondo, sono la cornice perfetta di un gioiello incastonato nella natura, dove scirocco e maestrale soffiano prepotenti a sottolineare il caldo clima mediterraneo.

Il territorio dell’isola è di origine vulcanica e continua ad essere oggetto di grande attrattiva per il modo in cui gli elementi della natura, come le colate laviche, i piccoli faraglioni e le cale, si alternano alle costruzioni umane, anch’ esse molto particolari. Tra queste troviamo i muri a secco, tipici muri realizzati con dei blocchi di pietra assemblati tra loro senza l’uso di leganti, che oltre alla loro funzione contenitiva degli argini e di protezione delle coltivazioni, esprimono una forte carica ornamentale e decorativa sul paesaggio.

Pantelleria conserva l’ eredità di numerosi resti monumentali della sua storia antica. Tra i più importanti si può menzionare il Parco Archeologico dei Sesi (il cui termine indica un “mucchio di pietre”) nell’area di Mursìa e Cimillia; queste strutture, a forma ellittica, circolare o a tronco di cono, conservano integre la loro bellezza.

Ma indubbiamente l’aspetto architettonico che distingue Pantelleria e la rende unica sono i caratteristici dammusi. Tipiche costruzioni dell’ isola a pianta quadrangolare, questi sono retaggio della dominazione araba in Sicilia (il termine “dammuso” vuol dire “volta”) e del duro lavoro dei contadini panteschi. I dammusi furono creati come elemento rurale e ogni sua parte svolge una funzione specifica. Il tetto, ad esempio, ha la forma di una cupola, per la presenza interna di volte e archi e serviva ad incanalare l’acqua piovana nelle cisterne. Gli Arabi avevano, infatti, introdotto sull’isola innovativi sistemi di irrigazione, oltre ad arbusti come il gelso e la canna da zucchero, nonché lo Zibibbo, vitigno a bacca bianca da cui si ottiene un vino dolce. I muri dei dammusi, spessi per oltre un metro, assicurano l’isolamento sia contro il freddo che contro le alte temperature estive. Porte e finestre hanno piccole dimensioni, come occhi aperti a osservare il mare. Solitamente accanto a un dammuso sorge un jardinu, ovvero una costruzione circolare in pietra lavica, dentro cui sono innestati alberi da frutto, così protetti dai forti venti che si abbattono sull’isola.

La tradizione dei dammusi continua tutt’oggi e, unita alla creatività degli abitanti, si è trasformata in un vero e proprio simbolo dell’isola che investe nella valorizzazione di quelli esistenti ma anche nella realizzazione di nuovi. Il risultato è un insieme di manufatti dal fascino inconfondibile, location perfette per ristorantini e locali in cui gustare una cena o un aperitivo ammirando l’orizzonte. Inoltre, i dammusi sono diventati il fiore all’occhiello degli imprenditori dell’isola, che vi hanno visto del potenziale per la creazione di B&B e alberghi dotati di tutti i comfort. Piscine con una vista mozzafiato sul mare e freschi cortili, in cui trovare ristoro e relax.

Pantelleria è un’isola miscuglio di colori: il nero dell’ossidiana, il giallo dello zolfo, l’indaco del mare che la accarezza, il verde dei vigneti e dei capperi. Le curve sinuose dei dammusi si ergono superbe nel territorio pantesco, dando vita a paesaggi superlativi, da cui è possibile sognare mondi lontani facendosi trasportare dalla brezza marina.

Maria Giuseppina Grasso Cannizzo foto Daniele Ratti

Architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo (MGGC) o della piccola scala

di Salvatore Genovese   Foto Di Daniele Ratti, Giulia Bruno, Fabio Mantovani, Helene Binet, Armin Linke, Sissi Cesira Roselli

Con la vittoria del Premio Italiano Architettura assegnatole dalla Triennale Milano e Maxxi, per il migliore edificio realizzato tra il 2018 e il 2021 con il progetto 2018 LCM, con cui ha recuperato ad abitazione privata un ex asilo di Mazzarrone, nel catanese, l’architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, vittoriese d’adozione, si è confermata come una delle più innovative protagoniste a livello internazionale dell’arte del progettare.

Un prestigioso riconoscimento che va ad aggiungersi ad un curriculum già molto ricco, da cui traiamo solo alcuni punti: 2021, Nomina Accademica Nazionale di San Luca; 2019, Laurea Honoris Causa in Ingegneria Edile – Architettura, Università di Catania; 2016, Menzione Speciale per la partecipazione alla mostra Reporting from the front, XV Biennale di Architettura di Venezia; 2012, premio Medaglia d’Oro alla Carriera assegnato dalla Giuria della Triennale di Milano.

di Daniele Ratti

Numerose le mostre alle quali MGGC, acronimo che la individua anche a livello internazionale, ha partecipato; mostre curate da nomi prestigiosi come Pippo Ciorra, Shelley McNamara, Yvonne Farrell, Alejandro Aravena, Pierluigi Nicolin e Mirko Zardini. Al suo attivo anche una personale, Loose Ends, realizzata all’AUT Architektur und Tirol di Innsbruck, nel 2014.
Quattro le monografie che la riguardano, tra cui Loose Ends, a cura di Sara Marini, Aut/Lars Müller Publishers.

di Giulia Bruno

Nonostante così numerosi riconoscimenti, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo si è tenuta lontana dai riflettori della notorietà e ha assunto un comportamento e uno stile sobri, tanto da indurla, dopo aver vissuto per molti anni a Roma e a Torino, a “incartare tutto e metterlo in una valigia, per portarlo da un’altra parte e vedere cosa farne” (intervista di Manuel Orazi, Domus, 15 maggio 2020) e ritornare nella sua abitazione paterna di Via Magenta, a Vittoria, in quella che lei stessa definisce una “area marginale”. Questo, però, non ha significato un’auto emarginazione: MGGC continua a vivere a stretto contatto con vari centri della cultura e dell’arte contemporanea.

 

di Fabio Mantovani

Ma cosa ha caratterizzato e dato valore all’opera dell’architetto Grasso Cannizzo?
Secondo Pippo Ciorra «MGGC si è presentata fin da subito al mondo come un animale senza branco, molto poco attenta a posizionarsi nel deprimente ‘dibattito architettonico’, molto più incline a cercare di volta in volta il centro assoluto e variabile tra luogo, tecnica e arte».

di Fabio Mantovani

Per Luca Molinari «L’ ossessione costante di una ricerca di senso profondo in quello che si fa e nelle soluzioni che ne derivano, unita a una lettura quasi amorosa e struggente di quello che il luogo e le condizioni offrono senza alcuna apparente forma di moralismo, sono due elementi che distillano soluzioni resistenti alle mode passeggere e che impongono un’attenzione differente a chi le incontra. Non c’ è niente di “social” e ammiccante nei suoi gesti progettuali; non esiste ossessione del “like” né la sua comprensione; molti dei luoghi costruiti sono quasi impossibili da fotografare se non abitandoli direttamente».

 

 

di Helene Binet

 

di Armin Linke

Quelle di MGGC sono opere minute, da piccola scala, ma di grande intensità dal punto di vista concettuale. Poco amante delle etichette, provenendo dal restauro, sente l’esigenza che ogni cosa sia trasformabile.
«Dal 1974 al 1990 – spiega – ho potuto mettere in pratica i principi teorici del Restauro sia su preesistenze storiche, sia su scheletri di architetture abusive, sia su porzioni di realizzazioni recenti. L’ esperienza di progetto e di cantiere di fronte a casi sempre diversi mi ha consentito di verificare gli insegnamenti, stabilire nessi e relazioni con esperienze, discipline ed ambiti conoscitivi diversi (FIAT e arti visive). Un autore consapevole della transitorietà dell‘esistenza è ossessivamente presente nell’elaborazione del progetto e usa tutti gli strumenti di cui dispone per assecondare e facilitare il destino di trasformazione dell’opera fino alla scomparsa. Nella mia vita professionale ho realizzato il 2% dei lavori progettati… il restante 98% è archiviato in fase esecutiva».

di Sissi Cesira

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Apre a Modica il b&b etico la Casa di Toti: un modello da esaltare e imitare

Articolo di Patrizia Rubino   Foto Toti di Silvia Munoz

Questa è la storia di un sogno che si realizza grazie alla forza e alla caparbietà di una madre, Muni Sigona, fondatrice dell’associazione “La casa Di Toti” – che abbiamo già avuto il piacere di ospitare tra le pagine della nostra rivista – da tempo impegnata per offrire al proprio figlio Toti, affetto da neurodiversità, così come ad altri ragazzi speciali, la speranza concreta di un futuro possibile ed in autonomia. Dopo quasi sei anni, infatti, dall’avvio del progetto, il B&B Etico “La Casa di Toti”, situato nelle campagne di Modica, in provincia di Ragusa, sarà aperto ai turisti con la completa gestione dei servizi alla clientela, affidata a Toti e ad altri ragazzi disabili assistiti da tutor.

Il B&B è un’antica dimora della famiglia Sigona, già casa-vacanze, immersa nel verde tra ulivi e carrubi, con una splendida piscina e due dependance destinate ai turisti ospiti, oggi impreziosito dalla nuovissima “Casa” che ospiterà i ragazzi disabili. «Attualmente – spiega Muni Sigona – La Casa di Toti rappresenta una realtà unica nel suo genere in Italia, nel senso che ci sono altri alberghi etici gestiti da persone con disabilità, ma non prevedono la permanenza di questo “personale speciale” oltre il loro turno di lavoro. I nostri ragazzi, invece, lavoreranno e vivranno qui dal lunedì al venerdì, è previsto il rientro a casa solo nel fine settimana. Il punto centrale del progetto – aggiunge – sta soprattutto nel far sperimentare loro, autonomia e senso d’indipendenza, rispetto alle loro famiglie anche in prospettiva di quel “Dopo di noi” che tanto assilla e preoccupa noi genitori di ragazzi con disabilità».

La nuova struttura, priva di barriere architettoniche, ha una grande hall che si apre su un salone ampio e luminoso riservato all’accoglienza degli ospiti, una bella cucina, il refettorio e le camere destinate ai ragazzi e ai tutor. Essa è stata realizzata grazie ad un’incredibile macchina della solidarietà, avviata dall’instancabile Muni e dal suo team, a partire dalla raccolta fondi per la sua costruzione, anche gli arredi, gli infissi, la copertura in vetro del tetto, i sanitari, la climatizzazione e persino il giardino circostante, sono il frutto della grande disponibilità di aziende locali, nazionali ed internazionali che hanno sposato con grande generosità ed entusiasmo questo progetto.

Attualmente i ragazzi che vivranno e lavoreranno nella “Casa di Toti”, sono quattro ma si potrà arrivare ad un massimo di sette. L’individuazione è avvenuta attraverso una selezione curata dall’equipe dello studio psicopedagogico Parentage di Catania che li ha successivamente preparati, lavorando molto sulla gestione delle loro autonomie personali e domestiche e poi, nello specifico, sulle competenze relative all’hotellerie e all’accoglienza degli ospiti. Sempre in vista della straordinaria avventura che li attendeva, i ragazzi hanno, inoltre, partecipato ad una serie di tirocini formativi, realizzati in collaborazione con aziende locali della ristorazione e ricettività.

«Ma La Casa di Toti, non sarà solo un albergo etico – tiene a precisare Muni Sigona – abbiamo in mente tante idee per coinvolgere ragazzi con disabilità e le loro famiglie, attraverso tutta una serie di attività tese a sviluppare potenzialità, competenze ed inclusione vera». Recentemente, infatti, l’associazione “La Casa di Toti”, ha vinto il bando “EduCare”, finanziato dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia, con il progetto “Abilitiamo la Casa di Toti”. Cinquanta ragazzi tra disabili, loro sorelle, fratelli ed amici, della provincia di Ragusa, in età tra i 15 e i 25 anni, potranno partecipare ai laboratori, che si terranno nella Casa di Toti, riguardanti cucina creativa, grafica e pittura su tessuti, hotellerie e servizio ai tavoli, fotografia, musica e attività nell’orto. «Sarà bellissimo – conclude soddisfatta Muni Sigona – vedere questo brulicare di attività che sono certa appassioneranno questi straordinari ragazzi e renderanno felici anche le loro famiglie».

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Istituito a Palermo l’itinerario dell’Art Nouveau

di Omar Gelsomino

Alcuni importanti gioielli dell’architettura Liberty di Palermo saranno messi a sistema, destinandoli alla pubblica fruizione attraverso la delibera approvata dalla Giunta Regionale su proposta dell’assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, che ha istituito il museo del Liberty-Villa Deliella, e l’Itinerario dell’Art Nouveau. L’itinerario metterà in rete l’area di piazza Crispi, su cui un tempo sorgeva Villa Deliella, con alcuni luoghi-simbolo della Belle Époque: fra questi, Villino Ida, progettato nel 1903 dall’architetto Ernesto Basile, che diventerà museo di se stesso e sarà dedicato alla memoria dello stesso Basile, Villino Favaloro, che sarà la sede del Museo regionale della fotografia, e il Villino Florio, destinato anche ad ospitare esposizioni temporanee oltre ad altre testimonianze dell’architettura Liberty.

L’assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana sta lavorando da tempo ad un progetto complessivo che vedrà importanti collaborazioni e che ha lo scopo di rileggere un periodo storico e uno stile sotto molteplici aspetti, per potenziare ulteriormente l’offerta culturale. «Si tratta di un progetto ambizioso – spiega l’assessore Alberto Samonà – che unisce una visione e una progettazione innovativa degli spazi secondo i principi della rigenerazione urbana al recupero della memoria, valorizzando alcuni importanti luoghi-simbolo del Liberty. A questo proposito, sono felice di apprendere che è in corso una petizione per chiedere di aprire proprio Villino Ida alla pubblica fruizione, praticamente sposando il progetto su cui siamo impegnati oramai da mesi. I luoghi del Liberty sono molti e l’istituzione da parte del governo regionale dell’itinerario dell’Art Nouveau pone finalmente le basi per la nascita di quel museo diffuso che ci consentirà di lasciarci alle spalle l’oblio dei decenni passati».

All’Ars è attualmente depositato un Ddl, primo firmatario il parlamentare regionale Alessandro Aricò, che prevede la trasformazione di Villino Ida in casa-museo mentre una delibera di Giunta ha stanziato 1.207.000 euro di risorse dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione per restaurare il Villino Messina Verderame.

 

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Giorgio Zuffanti, l’ impronta italiana nell’architettura mondiale

Articolo di Angelo Barone   Foto di Maria Maretti

Durante il lockdown natalizio, grazie all’amicizia comune con Cristian Carobene, ho avuto il piacere di conoscere Giorgio Zuffanti, architetto associato dello studio Gensler di New York, uno degli studi di Architettura più prestigiosi al mondo.
È stata un’occasione di confronto sui mutamenti in atto nelle nostre società – a causa della pandemia da Covid-19 che sta modificando abitudini e stili di vita, modalità di lavoro, gestioni degli spazi – con un professionista con un background internazionale che, grazie al suo lavoro e alle esperienze fatte, ha una visione del mondo e una percezione dei suoi mutamenti avanzata. Giorgio Zuffanti, nato a Catania, dopo la laurea in Architettura presso l’Università di Catania con sede a Siracusa, si è trasferito in Cina affascinato dalle sue contraddizioni, e dalla tradizione millenaria cinese che dialoga con una contemporanea e travolgente architettura. Lavora presso lo studio Area 17 di Shangai e viaggia molto sino ad arrivare negli States.

Lavorare all’estero è stata una tua scelta?
«Sì, la mia curiosità e la voglia di fare nuove esperienze mi hanno portato in Cina, un paese affascinante che mi ha dato tanto e dove sono riuscito a crearmi il mio spazio e la mia dimensione. Gli USA sono il paese delle opportunità, qui sono riuscito a investire sul mio lavoro e a costruire una famiglia con mia moglie Edvige, a New York è nata la nostra meravigliosa figlia Rebecca. Viaggiare, confrontarsi con nuove realtà è sempre stimolante».

Come la pandemia ha influenzato il vostro lavoro, nel futuro ci sarà più smart working?
«Lo smart working negli USA si stava già attuando da tempo e le aziende qui erano pronte più che in Europa. Anche se lo smart working in molti casi migliora il livello di produttività, secondo me la gente vuole tornare in ufficio, vuole tornare a parlare con le persone. Il contatto umano è insostituibile e rafforza il senso di appartenenza ad uno studio professionale o ad un’azienda e molte volte ne determina il successo, quindi sono sicuro che nel futuro ci sarà un ritorno alle cose normali con più attenzione a migliorare la qualità della vita. La pandemia ha reso tutti più consapevoli della necessità di armonizzare le nostre città con la natura, non basta migliorare la vivibilità delle nostre case e degli uffici se non miglioriamo gli spazi e i servizi comuni».

Con la pandemia emerge la necessità di perseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile previsti dall’ONU in Agenda 2030?
«La consapevolezza di investire sullo sviluppo sostenibile cresce in tutto il mondo e in questo momento chi sta programmando maggiori investimenti è l’Arabia Saudita. Hanno capito che non possono vivere più di solo petrolio e stanno investendo sulle innovazioni tecnologiche, vogliono creare una Silicon Valley, sul modello californiano per attrarre le nuove generazioni. Hanno invitato i migliori studi di architettura del mondo per riqualificare le loro aree e costruire città nel deserto pensate per il 2030, ecosostenibili con un’attenzione incredibile verso tutti i materiali a impatto zero e trasporti avveniristici con droni taxi ultraveloci. Stanno facendo questo cambiamento con una sensibilità incredibile rispetto alle innovazioni e alla sostenibilità per attrarre la gente del futuro, giovani professionisti che possono portare qualcosa in più e contribuire a questo cambiamento».

Cosa fare per valorizzare la bellezza della nostra Sicilia e renderla più attraente ai turisti?
«Ora più che mai occorre investire sull’arte e l’architettura per esaltare la bellezza, valorizzare il territorio e riadattare la vita urbana. Quando sono tornato ad Ortigia mi ha piacevolmente sorpreso constatare che l’Università e la cultura hanno avuto un ruolo determinante per un cambiamento positivo così come in alcune città barocche Noto, Scicli e Modica. Negli States c’è molta attenzione verso questi posti grazie al lavoro di Camilleri e di tanti colleghi che hanno fatto architettura di qualità, così come tanti sono interessati al giro della cantine nei paesi dell’Etna».

 

NOWA PROTIRO

Protiro, il potere e la forza dell’architettura

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Articolo di Angelo Barone,  Foto di Peppe Maisto

Architettura e design fanno parte delle eccellenze italiane nel mondo e anche in Sicilia operano studi  che concorrono ad affermare la bellezza e l’originalità dello stile italiano. In questo numero ci occupiamo di architettura e del progetto Protiro dello studio Nowa di Caltagirone selezionato al 15° Premio dell’Unione Europea per l’architettura contemporanea Mies van der Rohe Award 2017 a Barcellona.

In Europa questo Premio biennale è tra i più ambiti riconoscimenti di architettura e tutte le opere nominate sono interessanti, innovative e migliorano le condizioni preesistenti nel territorio.

Il progetto Protiro è stato selezionato insieme ad altri 17 progetti italiani dei quali desideriamo segnalare anche l’Eco Cafè e Bistro di Giuseppe Gurrieri a Ragusa e lo studio Oma che è stato individuato come Creative Mediator di Manifesta 12, la terza più importante Biennale Europea, che si svolgerà a Palermo nel 2018 e sarà una delle attrattive internazionali di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018.  

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Nowa da molti anni pratica il progetto di architettura come occasione unica di trasformazione degli scarti urbani in risorse per le città e il territorio. Lo studio lavora su un’idea di architettura estrema praticata nel suo grado zero per rispondere a condizioni limite relative ad economia, vincoli e programmi ottenendo riconoscimenti nazionali e internazionali.

Con il progetto Protiro, il riutilizzo di due ex capannoni artigianali dismessi per lo studio Nowa diventa l’occasione per segnare un contesto urbano anonimo e degradato attraverso il potere e la forza dell’architettura che si serve di materiali grezzi rendendoli fortemente espressivi.

Il nuovo corpo dell’edificio, caratterizzato da una pelle ottenuta attraverso il riciclo di cassette di plastica per la raccolta delle arance, attraverso il suo cromatismo e l’illuminazione ha assunto così il ruolo di segnale e di simbolo riconoscibile a distanza nell’anonimo paesaggio urbano circostante.

Questo progetto, da un lato, è l’avanzamento di una ricerca decennale sul riutilizzo delle cassette di plastica come materiale da costruzione per l’architettura e dall’altro rappresenta un modo per mettere al centro la forma e l’ornamento della architettura come potente strumento di promozione di azioni sociali di grande valore. Questo Progetto è stato commissionato dalla Fondazione Onlus Concetta d’Alessandro per fornire assistenza alle persone diversamente abili.

Ci fa piacere segnalare che sotto la guida di Marco Navarra, docente di Progettazione architettonica presso l’Università di Catania e fondatore dello studio Nowa, e dell’architetto Maria Marino nella realizzazione del progetto hanno operato maestranze artigianali di Grammichele e Caltagirone.

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