Tag Archivio per: agricoltura

smartisland

Smartisland, in aiuto alle colture agricole

di Merelinda Staita  foto di Maria Luisa Cinquerrui

Maria Luisa Cinquerrui, originaria di Niscemi, città in provincia di Caltanissetta, è alla guida di Smartisland, una startup che punta ad abbassare i costi di coltivazione e a sviluppare metodi di coltivazione innovativi, adeguati ai tempi e anche ecosostenibili. I suoi “piccoli robot”con intelligenza artificiale sono in grado di sottoporre a monitoraggio le colture e le coltivazioni in serra. Incuriosita dalla sua personalità, e dai suoi progetti di innovazione digitale, ho deciso di intervistarla per scoprire come è nata la sua attività e soprattutto per comprendere l’importanza della tecnologia Daiki.

maria luisa cinquerrui

Chi è Maria Luisa Cinquerrui?
«Sono laureata in Ingegneria informatica e delle Telecomunicazioni e sono la fondatrice e amministratrice di Smartisland Group Srl. Ho iniziato a lavorare al progetto durante la tesi di laurea. Ho avuto l’idea di dar vita al primo prototipo di Bioscanner, sistema biometrico alimentare, che prende il nome di Daiki. Così ho deciso di dedicarmi pienamente al progetto e creare una startup».

Com’è nata Smartisland?
«Smartisland nasce all’interno della mia azienda agricola di famiglia e da un bisogno vissuto all’interno dell’azienda stessa. Comincia dalla necessità di risolvere problematiche alle colture, dovute alle condizioni climatiche sfavorevoli e all’uso squilibrato di concimi e irrigazione».

Come funziona Daiki?
«La tecnologia Daiki è proprietaria della Smartisland Group Srl registrata al registro delle startup innovative di Caltanissetta nel 2017 e registrata con marchio internazionale presso l’ufficio Eipo il 27 dicembre 2018. Il progetto proposto per l’Azienda Agricola Bioaretusa Società Agricola Srl ha l’obiettivo di generare un sistema di fertirrigazione di precisione capace di controllare e rilevare dati attraverso una rete IIoT, ossia una rete di tecnologie connesse ad internet capaci di controllare e gestire processi industriali attraverso la rilevazione di dati relativi al fabbisogno idrico e di concimazione, rilevati da una rete di dispositivi in grado di monitorare dati come espressi successivamente da Daiki Modular Cloud Platform. La rete di dati connessa in rete attraverso nodi Wi-Fi si interfaccia attraverso un trasduttore industriale ad altre macchine come il sistema di fertirrigazione con l’obiettivo di inviargli dei comandi e permettere la gestione telematica di processi di fertirrigazione a seguito dell’analisi e/o allarmi provenienti dall’analisi di dati agricoli. Daiki Modular Cloud Platform entra ufficialmente nel mercato nel maggio del 2020, è la prima tecnologia al mondo ad essere un sistema di edge intelligence per l’agri-food, identificato come un computer modulare in grado di raccogliere dati e quindi informazioni relative allo stato di vita di una coltura. Nel caso del Daiki Platform sarà possibile monitorare le condizioni dello stato del terreno a diverse profondità come: temperatura e umidità aria, conducibilità elettrica del terreno correlata a umidità e temperatura alle profondità di 15 e 30 cm. L’utilizzo della tecnologia Daiki per la coltivazione di agrumi permetterà un risparmio irriguo intorno al 35 per cento correlato a una prevenzione di parassiti e virus, permettendo quindi una maggior tutela all’impatto ambientale. Grazie all’utilizzo di Daiki sarà possibile controllare quando concimare, evitando lo spreco di risorse chimiche e ridurre un eventuale inquinamento ambientale. Inoltre, attraverso il monitoraggio della quantità del drenaggio sarà possibile monitorare il reale fabbisogno idrico delle piante e controllare i corretti passaggi irrigui e idrici, ma anche assimilare la corretta nutrizione delle piante».

Quali sono i prossimi obiettivi?
«I prossimi obiettivi sono legati all’apertura su Niscemi e Latina di una sede sperimentale con campi sperimentali e all’industria sullo sviluppo tecnologico di sistemi per l’agricoltura e per il settore alimentare. Quest’anno Smartisland inizia la fase di internazionalizzazione».

agromonte

Agromonte, l’artigiano del pomodorino siciliano

agromonte

di Salvatore Genovese   Foto di Azienda Agromonte

Sembra strano, data l’altissima tecnologia raggiunta dall’azienda ragusana – ma forse sarebbe meglio parlare di vittoriese – Agromonte, oggi tra le prime dieci in Italia nel settore dei rossi e leader nella lavorazione/trasformazione del pomodoro Ciliegino, leggere nel frontespizio del suo depliant aziendale: Lartigiano del pomodorino siciliano.

Capisci il perché quando parli con uno dei componenti della famiglia Arestia (nel mio caso, con Miriam, Responsabile Marketing): risponde a qualsiasi domanda evidenziando sempre, in un modo o nell’altro, la centralità del ruolo di ciascuno dei componenti della famiglia, dal padre Carmelo, che nel 1970 ha dato vita all’azienda, ai fratelli Giorgio, Giusy e Marco, impegnati tutti, a vario titolo, insieme alla stessa Miriam, nella conduzione aziendale. «Anche mamma Ida – chiarisce la mia interlocutrice – ha avuto un ruolo importante nel successo della Agromonte».

In seguito, vedremo in che modo.

Certo, non tutte le aziende di trasformazione a conduzione familiare raggiungono nella stagione estiva, quando il pomodoro è nelle migliori condizioni per essere lavorato in quanto è proprio nel periodo maggio-settembre che acquisisce giusti colore, dolcezza e caratteristiche organolettiche, una produzione di oltre venti milioni di bottiglie di salsa pronta di Ciliegino, di cui due terzi commercializzati nel territorio nazionale, mentre il resto raggiunge quasi tutti gli stati europei ed anche gli Stati Uniti d’America.

Si tratta, quindi, di un’artigianalità dalle caratteristiche particolari, nata dalla passione per la trasformazione di Carmelo Arestia, che da perito chimico-industriale ne conosce bene le tecniche, che è riuscito a trasmetterla ai figli, che non solo l’hanno fatta propria, ma hanno anche dato un positivo impulso all’azienda con riuscite sperimentazioni ed innovazioni.

agromonte

Ecco perché, date queste premesse, non è difficile comprendere il senso della conduzione familiare di un’azienda che, nel periodo estivo, si avvale di oltre cento unità lavorative.

Dopo la lunga, non facile, fase iniziale, è nell’anno 2000, con la nascita del marchio Agromonte e con il successivo ingresso in azienda dei quattro figli, che inizia una fase di costante crescita che fa della trasformazione del pomodoro Ciliegino un’attività industriale di altissimo livello e della Salsa Pronta un prodotto d’eccellenza Made in Sicily.

«Utilizziamo – spiega con una punta d’orgoglio la Responsabile Marketing – solo ingredienti di alta qualità per trasformare il Ciliegino, raccolto in condizioni ottimali e lavorato fresco, per la maggior parte a Km. Ø, nel rispetto della natura e dei suoi tempi. E poi c’è un piccolo segreto che rende così buona la nostra salsa», e sorride.

agromonte

Ovviamente, non posso non chiederle di rivelarmelo; ed è qui che entra in gioco mamma Ida, giacché è sua la ricetta per la preparazione della salsa pronta.

Ancora una volta, emerge con forza il binomio conduzione familiare/artigianalità. Coniugato, però, con una tecnologia che ne garantisce l’alto standard qualitativo; il che vuol dire, innanzitutto, accurata selezione delle materie prime, coltivate in ambiente protetto, e un rigoroso autocontrollo igienico sanitario.

agromonte

Grazie a tutto questo, Agromonte oggi costituisce un’azienda leader nella trasformazione di un prodotto di nicchia, nelle specialità del pomodoro, qual è il Ciliegino.

Nello specifico, oltre alla salsa pronta, prodotta anche nelle varianti al basilico o al peperoncino, il catalogo aziendale propone la Salsa Pronta al Ciliegino giallo, anche in versione Bio, le Passate, i Sughi all’aglio, all’Arrabbiata, alla Norma, alla Puttanesca e alla ricotta, i preparati per le bruschette, i Pesti e specialità come il semisecco, il Ciliegino intero in passata di Ciliegino e la Caponata di melanzane.

«Ma il nostro punto di forza – chiosa Carmelo Arestia, fondatore e presidente della Agromonte – resta la Salsa Pronta, un prodotto dove si concretizza il nostro amore per la terra di Sicilia».

 

green lemons plate with slices top view black textured background

Quel prezioso gioiello di “oro giallo”, il pregiato Verdello di Sicilia

di Merelinda Staita

La Sicilia vanta meravigliosi limoneti detti anche “giardini” disposti, in maniera precisa e attenta, in specifiche aree geografiche adatte alla coltivazione dei limoni. Una zona degna di menzione è quella che abbraccia Catania e Taormina, dove il limoneto ha una storia antica e di grande interesse. Tutta la fascia ionica – etnea è in grado di garantire limoni di altissima qualità.
Visitare la “Riviera dei limoni”, ricca di limoni dell’Etna, significa sentire l’odore di questo frutto unico, vederne le sfumature e le diverse gradazioni di colore.

Il Disciplinare di produzione dell’Indicazione Geografica Protetta “Limone dell’Etna” indica il legame tra le caratteristiche del prodotto e l’ambiente di coltivazione specificando che: “Le peculiarità del “Limone dell’Etna” sono strettamente determinate dalle caratteristiche morfologiche, climatiche e pedologiche dell’areale di produzione, legate all’evoluzione geologica e alla natura vulcanica, che riunisce aspetti raramente compresenti in altre zone limonicole. I fattori che influenzano il clima dell’area di coltivazione del “Limone dell’Etna” sono principalmente la latitudine, la conformazione orografica e la vicinanza del mare”.

Il clima e le temperature miti nel corso dell’anno, agevolate dalla presenza della brezza del Mar Jonio, il suolo vulcanico, la copiosità di acqua di falda assicurata dallo scioglimento delle nevi dell’Etna e dalle precipitazioni, rendono questo territorio perfetto per la coltivazione del limone, che possiede qualità peculiari sia per il ph acido e sia per il suo aroma distintivo.
Per tutto l’anno si possono raccogliere frutti freschi e in particolare in estate (luglio-agosto) troviamo il profumato e fragrante Verdello. A quanto pare sono stati proprio i contadini di queste zone ad inventarlo, attraverso una tecnica chiamata “secca”.


I Verdelli sono molto richiesti, perché sono pronti in piena estate e hanno un gusto e un sapore completamente diverso dai limoni invernali. Infatti, sono considerati un’ eccellenza della zona orientale della Sicilia. Il Verdello è utilizzato anche nella preparazione di granite, sorbetti e gelati. Non mancano i “coppi” di frittura di mare da street food o piatti di pesce locale accompagnati dai “quarti” di limone Verdello.

Bisogna assolutamente provare, soprattutto in estate, il seltz al limone, una bibita che viene preparata con succo di limone appena spremuto, o il seltz con un pizzico di sale.
Tantissimi sono i cocktail a base di limone come: “mandarino verde e limone”, “mandarino e limone”, “tamarindo e limone”, “limone e lime” e tutti rigorosamente con succo fresco. Buonissimo anche il cocktail “Kimono bianco”, una magnifica combinazione di seltz, succo, sciroppo e pezzi di limone appena tagliato.
A Giarre e Riposto si può assaggiare il “cuore di cane”, in dialetto cor’i cani, una bibita a base di granita al limone, acqua frizzante, a volte aromatizzata con sciroppo di menta per renderla più dissetante.

Vanno menzionati anche i piatti che hanno come protagoniste le alici del Mar Jonio marinate con succo fresco o la carne accompagnata da fette di limone.
La nostra amata isola, tra i suoi tanti prodotti, possiede un gioiello dal valore inestimabile che va preservato e curato. Nutro la speranza che si riesca a dare ancora più importanza a questa ricchezza naturale che tutti ci invidiano.

giuseppe ruvolo

L’orto botanico di Palermo – Uno scrigno di specie vegetali rarissime

di Angela Fallea   Foto di Giuseppe Ruvolo

La nascita dell’Orto Botanico di Palermo risale al 1779, anno in cui, l’Accademia Regia degli Studi di Palermo con l’istituzione della cattedra di Storia naturale e Botanica, ottenne un modesto appezzamento di terreno sul Baluardo di Porta Carini per insediarvi un piccolo orto da adibire alla coltivazione delle piante medicinali utili alla didattica. Lo spazio destinatogli si rivelò insufficiente, così nel 1786 si decise di trasferirlo in quella che è ancora oggi la sede attuale, presso il Piano di Sant’Erasmo, accanto a Villa Giulia. Nel 1789 fu iniziata la costruzione del corpo principale degli edifici dell’orto, costituiti da un edificio centrale, il Gymnasium e da due corpi laterali, il Tepidarium e il Calidarium, che ospitavano piante dei climi caldi e temperati. Gli edifici furono progettati in stile neoclassico dall’architetto Dufourny. Il nuovo orto fu inaugurato nel 1795 e nel 1798 si arricchì dell’Acquarium, una grande vasca contenente piante acquatiche.

L’ orto oggi possiede circa 5000 specie. Tutte le piante sono dotate di targhetta identificativa che riporta: il binomio scientifico, il patronimo, la famiglia, la classe e l’origine geografica. Si estende per circa 10 ettari suddivisi in ordinamenti e settori. Negli anni si sono susseguiti molti direttori, ognuno ha donato il proprio contributo per arrivare ad oggi e poter dire che l’Orto Botanico di Palermo è davvero uno dei più belli e ricchi di varie specie. Da circa 4 anni il direttore dell’orto botanico è Rosario Schicchi, professore ordinario di Botanica sistematica nel corso di studi di Scienze e Tecnologie Agroalimentari presso l’Università degli Studi di Palermo, originario di Castelbuono, un paese in provincia di Palermo che fa parte del parco delle Madonie.

Ci siamo fatti raccontare da lui qualcosa in più sull’orto, siamo rimasti molto colpiti dalla passione e dall’amore che gli dedica. «Sono presenti piante provenienti da tutti i continenti – afferma Schicchi -. Molte piante vengono coltivate all’aperto, per esempio le palme, perché la posizione dell’orto e il nostro clima favorevole si prestano molto. All’interno dell’orto ci sono: la serra Carolina, tra le 10 serre più belle al mondo, delle serrette più piccole e due serrette minori, la serra tropicale, la serra delle succulente».

In questi anni, di concerto con il collega Paolo Inglese, professore ordinario di Produzioni e Biodiversità delle colture arboree da frutto, hanno impiantato nuove specie e nuove collezioni. Hanno introdotto il piccolo vigneto di circa 200 metri quadri, dove custodire e curare le cultivar di Sicilia. Hanno impiantato un arboreto tropicale a leguminose, ampliato il giardino dei semplici e inserito un gruppo di verdure spontanee siciliane. Si è aggiunta una coltivazione di mango e di litchi. Hanno creato una serra che accoglie circa 180 specie di orchidee e una serra che presto ospiterà le farfalle. Sono stati effettuati dei lavori sulla cancellata storica e sulle sfingi, che si ergono all’ingresso del Gymnasium, guardiane dei segreti della sapienza arborea, realizzate nel 1795 in marmo di Billiemi dallo scultore Vitale Tuccio, rappresentano una il potere e l’altra la saggezza. A queste si aggiungono, volgendo lo sguardo verso l’alto, le sculture che rappresentano le stagioni. Simboleggiano il ciclo e il valore delle quattro stagioni. Tanti sono ancora i progetti da realizzare, uno tra tutti è la destinazione di una serra alle piante carnivore.

Prima di lasciarlo ai suoi impegni gli chiediamo cosa significa essere il direttore dell’ Orto Botanico di Palermo. «Significa realizzare gli studi di una vita e metterli al servizio di una delle realtà più belle d’Europa», risponde emozionato Schicchi. Speriamo che questo complesso periodo che stiamo attraversando termini presto, così da poter ricominciare a uscire e godere delle bellezze che la nostra terra ci offre.

DSCok

Le antiche mele dell’Etna – Eccellenze Slow Food che guardano al futuro

di Patrizia Rubino   Foto di Mattia Misseri di Panischittu

Sino alla fine degli anni ’60 le mele dell’Etna, una ventina circa di specie autoctone, rappresentavano il fiore all’occhiello della produzione frutticola siciliana; le coltivazioni situate tra gli 800 e i 1500 metri d’altitudine, il clima favorevole e la natura vulcanica del terreno assicuravano a questi frutti una fragranza invidiabile e un sapore ben definito. Con il passare del tempo, però, le colture dei meleti etnei furono progressivamente abbandonate perché non più redditizie, sia a causa della crisi del comparto che colpì tutto il Paese, sia per l’introduzione massiva sul mercato di altre varietà di mele. Oggi si conta un numero esiguo di produttori delle cosiddette antiche mele dell’Etna, che hanno caparbiamente cercato di scongiurarne l’estinzione continuando a coltivarle esattamente come centinaia di anni fa, secondo i criteri di un’agricoltura biologica, in assoluto equilibrio con l’ambiente.

Un percorso virtuoso che ha portato questa eccellenza agroalimentare nel gennaio 2016 a conquistare la prestigiosa certificazione di Presidio Slow Food, la grande associazione internazionale no profit, presente in 150 Paesi del mondo che s’impegna per un’alimentazione buona, pulita e giusta, basata sulla biodiversità, sul rispetto del territorio e della cultura locale. Le mele che hanno ottenuto il riconoscimento sono diciannove. Le varietà sulle quali si punta maggiormente sono: la Mela Gelato, di colore verde brillante, si chiama così perché con le basse temperature gela dentro e fuori, ma la sua polpa conserva intatti gli zuccheri; la Mela Cola, il nome deriva da colui che la innestò pare circa 200 anni fa, è di piccole dimensioni ma anch’essa molto gustosa; e la più apprezzata la Mela Gelato Cola, un innesto spontaneo tra gli alberi delle due precedenti, la buccia è di color giallo paglierino, il profumo intenso e un gusto dolce e aromatico.
Se queste “antiche mele” oggi possono guardare ancora al futuro si deve soprattutto all’impegno della Cooperativa Agricola Zaufanah, costituita da un gruppo di proprietari terrieri principalmente del territorio di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, fortemente motivato a salvaguardare questo importante patrimonio dell’Etna. «Nel 2012 – racconta Matilde Riccioli, vice presidente di Zaufanah – quando insieme al nostro compianto presidente Alfio Leonardi, abbiamo creato la cooperativa, il nostro primo obiettivo era il rilancio degli antichi meleti. Il riconoscimento di Presidio Slow Food, ottenuto grazie anche al fattivo sostegno dell’Ente Parco dell’Etna, è una grande opportunità non solo per gli operatori diretti, ma per tutto il nostro territorio. Le mele Gelato Cola – aggiunge – rappresentano una nicchia d’eccellenza, apprezzate in tutta Italia e all’estero, non subiscono trattamenti e vengono ancora oggi raccolte manualmente e conservate negli antichi magazzini in pietra lavica, e non in celle frigorifere che producono gas».

Le meline, come vengono chiamate per le loro piccole dimensioni, sono estremamente versatili; sono utilizzate, infatti, oltre che per la realizzazione di gustose confetture, per i gelati, le torte ma anche nelle preparazioni di insalate, risotti e persino in sostituzione delle melanzane in una particolare versione della caponata.

«Il nostro progetto, così come lo aveva pensato Alfio Leonardi – spiega Riccioli – non si limita solo alla salvaguardia dei meleti, ma prevede la promozione di un turismo rurale che ruota intorno ad essi. Con il ripristino degli antichi sentieri per trekking e alla realizzazione di rifugi con aree attrezzate, ricavati dalle costruzioni in pietra lavica, dove ancora oggi vengono riposte le mele per portarle alla giusta maturazione. Attualmente abbiamo due rifugi funzionanti: Casa del Noce e rifugio del Monte Zoccolaro, visitati ogni anno da molti turisti soprattutto stranieri, ma stiamo lavorando per ampliare l’offerta. La valorizzazione del nostro territorio crediamo possa essere una grande opportunità per il futuro dei nostri giovani».

BM

Il Ficodindia, un frutto degno di un giardino del Re!

Articolo di Titti Metrico

Percorrendo le strade dell’entroterra della nostra Isola vediamo uno spettacolo naturale, costituito da grandissime pale che caratterizzano il paesaggio siciliano, con una miriade di frutti colorati. In questo numero, voglio parlarvi dell’Opunzia, cioè il Ficodindia. Ancora oggi nella campagna siciliana questo frutto è utilizzato come alimento prezioso per iniziare la giornata lavorativa. Il Ficodindia ha origini messicane. La storia narra che i nomadi che scendevano dal nord verso il centro della regione erano guidati da una profezia: la loro peregrinazione avrebbe avuto fine quando avessero incontrato un’opunzia che sorgeva dalla fenditura di una roccia con sopra un’aquila che si nutriva di un serpente. Questa scena divenne l’emblema degli stendardi delle armate azteche e oggi è riprodotta nello stemma nazionale messicano. Inizialmente si diffuse nei giardini dell’aristocrazia e negli orti botanici, in seguito fu apprezzata come curiosità botanica e per caratteri decorativi. Nel 1580 Giovan Vettorio Soderini, nel ricordare la provenienza messicana, sottolineava, accomunandola ai pavoni, la meraviglia suscitata dal suo aspetto, e Agostino del Riccio, negli ultimi anni del secolo, la elencava tra le piante degne di essere presenti in un giardino del Re. Anche le emigrazioni delle popolazioni rurali meridionali richiamarono l’interesse dei mercati nazionali ed esteri verso i frutti di Ficodindia, questa nuova richiesta stimolò la costituzione di nuovi impianti nelle zone collinari prossime alle città. Il Ficodindia divenne, da allora, uno dei simboli più noti della Sicilia. Il successo commerciale fu favorito dall’adozione della “scozzolatura”, una tecnica colturale, che consentiva l’ottenimento di frutti a maturazione autunnale di migliore qualità rispetto ai normali frutti e presenti sul mercato in mesi nei quali era ridotta la concorrenza di frutti di altre specie. L’origine della tecnica è particolare e le storie che si riportano sono rappresentative di una cultura tipica dell’arcaico mondo rurale siciliano. Alfonso Spagna nel 1884 scriveva: “È voce generale che un colono di Capaci si rifiutasse di vendere la produzione dei suoi fichi d’India a un conterraneo che vi aspirava e che costui, indignato del diniego, vendicasse il rifiuto con violenza, atterrandogli i frutti in piena fioritura. Questo atto vandalico, produsse effetti contrari alle sinistre intenzioni del malvagio autore. I frutti rinacquero poco dopo, in minor numero ma turgidi e promettenti oltre l’usato e vennero a maturazione con buccia fine e polpa così serrata e consistente da potersi conservare a magazzino per più mesi dell’anno e resistere agli eventi delle lunghe navigazioni”. Il Ficodindia ha un alto valore nutrizionale essendo ricco di minerali, soprattutto calcio, fosforo, vitamina C, antiossidante, il decotto di fiori ha proprietà diuretiche, l’applicazione diretta della polpa delle pale su ferite e piaghe, ulcere, costituisce un ottimo rimedio antiflogistico e cicatrizzante, è un vecchio rimedio della tradizione contadina isolana. I frutti oltre ad essere consumati freschi possono essere utilizzati per la produzione di succhi, liquori, marmellate (detta mostarda), dolcificanti e altro. Tipico siciliano è lo sciroppo, simile come consistenza e gusto allo sciroppo d’acero, utilizzato oltre nei dolci rustici, infuso è un attimo digestivo. Anche i cladodi (le pale), possono essere mangiati freschi, in salamoia, sott’aceto, canditi oppure come foraggio per animali. La diffusione capillare, la storia e l’ampio uso che se ne fa nella cucina siciliana hanno portato il Ficodindia a essere inserito nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali come prodotto tipico siciliano, la cui produzione è principalmente concentrata nelle zone di San Cono, nel Sud-ovest etneo,
a Roccapalumba e Santa Margherita di Belice.
Il Ficodindia di San Cono e quello dell’Etna sono inoltre riconosciuti come prodotti DOP.

BM

Distretti Bio, una nuova qualità della vita

Articolo di Angelo Barone

L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall’ONU nel settembre 2015, rappresenta l’ambizioso programma per rispondere a tendenze e sfide globali, il cui nucleo centrale sono i diciassette obiettivi di sviluppo sostenibile e i traguardi a essi associati da raggiungere entro il 2030. La comunità internazionale dispone di un nuovo quadro di collaborazione che permette a tutti i Paesi di affrontare insieme sfide comuni. Per la prima volta gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono universalmente applicabili a tutti i Paesi e l’Unione Europea s’impegna a svolgere un ruolo di capofila per la loro attuazione.
In Sicilia su iniziativa di AIAB Sicilia, della Rete internazionale dei Bio-distretti INNER, dei Gal e di varie organizzazioni si sono sviluppate ipotesi e progetti di costituzione di Bio-distretti per concretizzare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile: migliorare la qualità di vita e di lavoro della popolazione locale, ridurre il decremento demografico delle aree rurali, incrementare la qualità delle produzioni agro alimentari e zootecniche, garantire ai consumatori sicurezza e tracciabilità degli alimenti, salvaguardare e valorizzare la biodiversità, il paesaggio e le risorse naturali. Sono nati comitati promotori dei Bio-distretti: a Lipari il 25 aprile 2015 si costituì il comitato per il Bio-distretto delle Eolie, a Paternò il 5 marzo 2016 si lanciò il Bio-distretto “Valle del Simeto”, il 3 marzo 2017 a Sambuca di Sicilia si istituì il Bio-distretto “Borghi Sicani”, a Capo d’Orlando il 5 maggio 2018 furono presentate le linee guida per il Piano Territoriale Strategico del Bio-distretto dei “Nebrodi” e in ultimo a conclusione di un lungo percorso avviato nel 2014 a Petrosino, l’11 giugno 2019, si è costituito il Bio-distretto “Terra degli Elimi”. La partecipazione e lo sviluppo delle attività previste possono finalmente contribuire a raggiungere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile previsti in Agenda 2030 e garantire un futuro migliore alle popolazioni e al nostro Pianeta come chiedono con forza le nuove generazioni.
Fare rete, sviluppare sinergie per uno sviluppo sostenibile sta animando il confronto e il dibattito per la costituzione dei Distretti del Cibo in Sicilia. Seguiamo con particolare interesse il progetto delle filiere produttive siciliane di dare vita al “Distretto delle filiere e dei territori di Sicilia in rete” che pone al centro le imprese delle filiere produttive strutturate in sinergia con le realtà del territorio: Gal, Flag e Bio-distretti, Comuni, Università e altri enti di ricerca, organizzazioni di categoria e dei consumatori, le realtà sociali e di promozione turistica. A presentare istanza di riconoscimento del Distretto così come previsto dal bando regionale, sarà una Rete d’imprese soggetto tra le filiere, è stata concordata la costituzione di una struttura giuridica semplice di rappresentanza e coordinamento con una governance esercitata per 3/5 dai rappresentanti delle filiere strutturate e per i 2/5 dai rappresentanti dei soggetti partner. Obiettivi del distretto sono la valorizzazione dell’agroalimentare regionale secondo i principi d’inclusione territoriale, sociale e ambientale e sulla base di strategie della Green e Blue Economy; centralità della valorizzazione delle produzioni di qualità riconosciute (Dop, Igp, Bio, Doc, Igt e Pat) fresche e trasformate; valorizzazione delle risorse turistiche collegate ai territori di produzione rappresentati secondo i principi di Turismo Relazionale Integrato; tracciabilità e salubrità alimentare mirate alla più ampia tutela e protezione della salute dei consumatori, a partire dalla refezione pubblica; supporto alle forme aggregate (Distretti, Op, Cooperative, Consorzi e Reti); supporto alla commercializzazione attraverso strategie di filiera corta e internazionalizzazione. Noi di Bianca Magazine visto che si tratta di un Distretto del cibo su scala regionale suggeriamo l’istituzione di una scuola di alta formazione gastronomica.

 

BM

Oscar Farinetti: “imparate a gestire l’imperfezione”

Articolo di Angelo Barone   Foto di Samuel Tasca

Affermare valori positivi e saperli raccontare sono due degli elementi alla base del successo delle iniziative imprenditoriali ed editoriali di Oscar Farinetti che già sin dalla sua prima esperienza imprenditoriale Unieuro, una catena di centri specializzati in elettronica di consumo, riesce a coinvolgere il poeta Tonino Guerra con una campagna di comunicazione che ha lasciato il segno: “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!”. Venduta Unieuro, Farinetti ha investito sulla qualità e sulla bontà del cibo italiano creando Eataly, una catena di negozi nel mondo per far mangiare italiano e far vivere le emozioni che solo il nostro cibo sa dare. Oggi con Eataly l’alta qualità italiana è presente con ventidue punti vendita in Italia e diciotto all’estero: in Giappone, negli USA, a Mosca, a Istanbul, a Dubai, a Doha, a Seul, a San Paolo, a Monaco, a Copenaghen, a Stoccolma ed entro il 2018 sono previste due nuove aperture a Parigi e a Las Vegas. Il suo ultimo progetto è FICO Eataly World, inaugurata il 15 novembre 2017 a Bologna. La Fabbrica Italiana Contadina è il più grande parco agroalimentare al mondo che Farinetti descrive come «luogo di bellezza, per tutti e per sempre, per affermare la centralità dell’Italia in campo agroalimentare».
Incontriamo Oscar Farinetti a Taormina in occasione di un confronto, a TaoBuk, dove insieme alla chef Ana Roš, vincitrice del World Best Female Chef 2017, ha dialogato sul valore imprescindibile del territorio e della tradizione per valorizzare la propria terra e i suoi prodotti. Disponibile e innamorato della Sicilia, da tempo ha annunciato che Eataly aprirà a Catania, ci dice «dovete essere orgogliosi di vivere in uno dei posti più belli al mondo, con un grande patrimonio produttivo ricco di meravigliose biodiversità. Continuate a produrre i prodotti del territorio come si faceva una volta con gli strumenti della modernità, unite tradizione e nuove tecnologie per produrre in biologico e poi create un packaging che sappia raccontare e vendere nel mondo il vostro prodotto, insomma dovete fare qualcosa per riuscire a esplodere». È ancora ottimista? «Migliorare, penso, sia l’attività umana principale che ciascuno di noi può intraprendere, io sono un soluzionista: quando c’è un problema, dedico cinque minuti alle criticità e cinquantacinque alle soluzioni. L’ottimista pensa che i problemi si possano risolvere, il pessimista no e si lamenta. Il pessimismo lo inserirei tra i sette vizi capitali e toglierei la gola». Anche nella sua ultima pubblicazione “Ricordiamoci il futuro”, in cui l’autore ci invita a un modello economico e sociale basato su un nuovo rapporto con la natura e tra noi umani in cui la parola chiave sia “rispetto”, il filo conduttore è sempre tracciato da Tonino Guerra, il poeta che Elsa Morante definì “l’Omero della civiltà contadina”, «C’era un uomo che camminava dritto e presto verso il futuro, ma spesso voltava la testa all’indietro. Lo prendevano per matto e quando gli chiedevano perché, l’uomo rispondeva: se non capisco da dove arrivo, con il cavolo trovo dove andare». Farinetti insiste su passato e futuro e invita a utilizzare gli esempi e i valori migliori: nel Rinascimento il valore più grande è la fiducia, il Risorgimento è caratterizzato dal Patriottismo e nel dopoguerra la linfa vitale è stata il coraggio. «Dobbiamo voler bene al nostro paese che è il più bello al mondo, dove insiste il 70 per cento del patrimonio artistico del pianeta, voler bene alla propria terra non significa impedire agli altri di venire anzi chi vuole bene accoglie a braccia aperte e si deve passare dall’integrazione all’interazione, occorre avere fiducia e coraggio se vogliamo fare dell’Italia il paese più ricco e felice del pianeta». Il prossimo impegno di Farinetti è dare valore e appetibilità al rispetto e affermare che avere senso civico è “figo”. Gli chiediamo una nuova parola chiave per questi tempi «Quasi, quasi giusto, quasi bene, dobbiamo gestire l’imperfezione e smettere di avere sempre ragione, l’unica perfezione è il compromesso e la soluzione è mischiare».