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“Of shadows”, la bellezza della musica di Fabrizio Cammarrata

 

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A TUTTO VOLUME a cura di Paperboatsongs   Foto di Dodo Veneziano

Un siciliano in giro per il mondo, da Palermo in giro per quattro continenti, un ricercatore musicale di sentimenti a scavare per ricercare se stesso nella musica e nelle altre culture. Come è iniziato questo tuo lungo viaggio partendo dalle tue radici, dalla nostra terra?
«Il viaggio ha avuto inizio quando ero ragazzino, iniziai a suonare per emulare Johnny B. Goode in “Ritorno al futuro”, è molto poco poetico ma, in quel momento, ho deciso di essere quella persona lì. Nonostante la mia famiglia non è composta da musicisti chiesi la chitarra e per mesi cercai, vedendo innumerevoli volte il film in VHS, di imparare le posizioni delle dita sulla tastiera. Imparai Johnny B. Goode ancor prima del giro di Do. Crescendo iniziai ad ascoltare e scrivere musica che rifletteva la mia personalità».

Direi l’artista musicale contemporaneo più internazionale che abbiamo nella nostra Sicilia. Immaginiamo che il tuo feeling con la lingua inglese sia assolutamente naturale ma, cosa ti ha spinto a renderla la lingua dei tuoi sentimenti?
«Non ricordo cosa mi ha spinto a scrivere in inglese e l’ho sempre fatto da adolescente, è innata. Non riuscivo a fare il salto di astrazione in cui gli ascolti che incrociavo nel mio cammino si realizzavano poi in lingua italiana e l’inglese ha prevalso naturalmente e si è chiaramente perfezionato nel tempo, ho acquisito una familiarità sempre maggiore. È sempre strano rispondere a questa domanda in quanto è stato tutto davvero naturale».

Chi ha avuto modo, come me, di conoscere il libro ed il disco “Un mondo raro” che racconta la vita di Chavela Vargas scritto da te e Antonio Dimartino è rimasto affascinato da questa ricerca musicale e letteraria. Cosa c’era nella vita di Chavela Vargas che ti somiglia?
«È difficile dire che qualcosa possa rassomigliarmi a tale personaggio, a tale grandezza, è irrispettoso. Di certo la sua vocazione alla libertà assoluta, che poi ha pagato anche con la solitudine. La Costa Rica degli anni ’20 era intrisa di condizionamenti sociali che lei ha sfidato donandoci delle lezioni di vita, lezioni di libertà. Lei ha smontato un sistema di valori musicali improntati su un genere prevalentemente maschilista come quello della “ranchera messicana” con la propria interpretazione, lo ha reso esistenzialista al punto da poter paragonare le sue interpretazioni a quelle di Edith Piaf o Billie Holiday. Questo tipo di libertà nello smontare i generi musicali per trovare la bellezza mi affascina, una lezione che cerco di avere davanti ai miei occhi ogni giorno quando compio le mie scelte. Solo se sei libero scovi delle corrispondenze che ti sorprendono e creano nuove sinergie».

“Of Shadows” il tuo ultimo album, intenso e delicatissimo e tante date all’estero importantissime. Di quali “ombre” parli? Quali sono le ombre di Fabrizio Cammarata?
«Sono ombre dell’anima, di quando decidi di fare una ricerca nelle parti più buie e più scomode dell’interiorità. Proprio per questo nel titolo “delle ombre” ho voluto dare un carattere accademico tipico delle opere antiche, quasi latina se vogliamo. È un percorso, una ricerca e per quanto possa sembrare universale ciò che scrivo è molto personale, il mio viaggio, il mio racconto di una storia sentimentale. L’obiettivo era la ricerca interiore in sé e per me è stato un successo riuscire a compiere questa indagine, una sorta di auto-terapia efficace, spontanea e senza vergogna. Il disco quindi è un successo personale».

 

Tony Canto, il suono “Moltiplicato”

a cura di Paperboatsongs,  Foto di Charlie Fazio

Cantautore, autore, compositore, arrangiatore, chitarrista e produttore. L’esperienza poliedrica di un siciliano che è già maestro musicale della nostra terra. Tony Canto è un artista “Moltiplicato”.

Ciao Tony e benvenuto tra le pagine della nostra rubrica che si consolida sempre di più grazie alla partecipazione di artisti veri e importanti come te. Partirei proprio dal tuo ultimo album chiedendoti, forse banalmente, perché il titolo “Moltiplicato”?

«“Moltiplicato” è l’album che avrei voluto fare da sempre ed è soprattutto l’album che vorrei fosse ascoltato dai miei figli quando non ci sarò più, perché è ciò che realmente sono in musica, come espressione, sintesi delle mie esperienze e anche come testi in cui loro sono molto presenti. Con “Moltiplicato” ho fatto dell’anacronismo la mia bandiera, perché lavorando nel campo a 360 gradi, come hai detto tu, ne vedo tante di mode passeggere che sono chimere del momento e non avendo velleità da classifica o da radio ho preferito essere me stesso completamente.

Questo declino del mondo per me è una tabula rasa, è un volano per essere carbonaro e fare lo stesso le cose come le sento. All’estero sta avendo parecchi riscontri ma è prematuro parlarne qui, un po’ per scaramanzia.

Il titolo è dovuto alla track title e vuol rappresentare il fatto che in questo momento della mia vita non mi identifico in nessuno e non ho punti di vista, ripudio le correnti di pensiero ed io stesso sono acqua nel mare, potrei essere uno, nessuno, centomila (l’hanno già detto?). Sono musicista, padre, marito, cuoco, uomo, ma forse sarò un’altra cosa domani e forse sono già stato altro in vite precedenti. L’esistenza è una delle possibilità. Il mio e il nostro destino è comunque straordinario».

 

Cinema e musica, due mondi che sappiamo s’incrociano spesso nel tuo percorso artistico. Avendo collaborato alla creazione e scritto alcune colonne sonore, racconteresti ai nostri lettori come hai vissuto fino ad oggi questo binomio e se questa esperienza ti ha arricchito come artista?

«È importantissimo per un musicista praticare il teatro e il cinema musicalmente. Il linguaggio si arricchisce e si capisce che l’enfasi è alla base della musica. Una singola nota suonata in modi diversi evoca qualcosa, è la magia della musica. Questa cosa mi ha molto cambiato».

 

Come riesci a separarti dai tuoi progetti musicali personali per calarti con lucidità nelle vesti di produttore per altri artisti?

«Questa è la cosa più facile e che mi arricchisce. Quando leggi un libro assorbi l’esperienza della vita di chi lo ha scritto ma non sei lui. Io agisco sulle vite, riesco a immedesimarmi nelle vite degli artisti che produco apportando il mio vissuto ovviamente».

 

Hai qualche anticipazione per il prossimo futuro da rivelarci?

«Sì, alcune. A marzo uscirà “Ci vuole un fisico”, un film commedia prodotto da Rai Cinema di cui ho curato l’intera colonna sonora che già si trova su Apple Music. Per l’interpretazione di un brano del film da me composto ho chiamato “Le Sorelle Marinetti”, un trio molto famoso che sposa i suoni anni ‘40. Poi sto collaborando con almeno cinque artisti per co-scrittura e produzione, un paio sono big ma non posso rivelare nulla. Inoltre, ho delle belle novità, come anticipavo, per l’estero per quanto mi riguarda».

 

La nostra rubrica dedica solitamente l’ultima domanda ai giovani lettori e artisti che vogliono intraprendere una carriera nel mondo della musica. Hai qualche consiglio da dare, vista la tua grande esperienza?

«L’unico consiglio che mi sento di dare è di essere sempre professionali, anche se intorno tutto sembra fatiscente, nel senso di essere preparati sulle cose che si fanno e di essere puntuali che è un segno di grande rispetto per se stessi e gli altri. Suonare allo stesso modo in un pub con tre persone e in un teatro con tremila».

Celeste

a cura di Paperboatsongs

La musica siciliana che vola nel mondo. È con Celeste Caramanna che in questo numero vogliamo parlarvi di come una voce, un talento e tanto lavoro duro possono far emozionare anche il pubblico oltre oceano.

 

Ciao Celeste, siamo onorati di poter parlare del tuo bellissimo percorso che possiamo definire “alternativo”.

Tu hai iniziato la carriera in un noto talent televisivo per bambini e ti ritroviamo adulta con una voce incredibilmente matura ed un’esperienza notevolmente arricchita.

 

Com’è cambiata la tua percezione della musica da bambina ad oggi che sei un’interprete più matura?

 

«È cambiata insieme a me, ascoltando e ammirando il lavoro di altre persone che amano la musica e che per me sono come dei maestri, parlo di Mina, di Lucio Battisti, di Sergio Endrigo, di Sarah Vaughan, di Stevie Wonder, di Caetano Veloso, di João Gilberto, di Amy Winehouse … e così via. Ho sempre amato la musica sin da bambina, sicuramente avevo un interesse particolare, ma questo amore è stato alimentato seguendo le mie sensazioni. Mi sono lasciata catturare dalla brezza della loro musica e me ne sono innamorata, sempre di più. Così è cambiata la mia percezione della musica nel tempo, solo che da bambina, come è giusto che fosse, non capivo la vera essenza di un testo, di una melodia, di un cantante… poi da più ragazzina ho iniziato a farlo… non credo di aver finito. Oggi ho acquisito la consapevolezza che la musica è importante per me, è parte della mia vita, che solo la musica ti porta a fare e vivere determinate situazioni ed emozioni. Dove c’è musica io sto bene».

 

Ci è parso di capire che in questi anni stai affinando il tuo stile, quanto tempo dedichi allo studio e alla cura dei dettagli tecnici prima di una performance?

 

«Si, cerco con il tempo di affinare il mio stile, o i miei stili, in realtà non credo di avere uno stile unico e specifico. Almeno non ancora. Comunque dedico molto tempo alla preparazione tecnica, è una prassi continua, ma molto più all’analisi di un testo o di una melodia, è la parte più lunga e più difficile per me, a volte solamente il tempo mi aiuta trovare la chiave di un determinato brano».

 

Quest’anno hai pubblicato “+18″ , il tuo album di debutto, ci parli della sua realizzazione?

 

«È stata un’esperienza bellissima, +18 è un disco molto importante per me. Il tutto è stato realizzato in diversi mesi, abbiamo iniziato con il lavoro di ricerca e scrittura degli inediti e poi all’arrangiamento di ogni brano. Non è stato facile creare l’intero disco. La cosa più difficile è stata senza alcun dubbio capire quale dovesse essere il tema o stile di questo primo disco. Non voglio identificarmi con uno stile ben preciso ma voglio fare quello che mi piace, tutto quello che ho fatto fino ad oggi, quindi, ho pensato che sarebbe stata un ottima scelta mettere tutto insieme e parlare di diario musicale, il mio diario musicale, decidendo di prendermi la libertà di uno stile libero, vario, almeno al momento.

Dopo questo periodo di continuo raziocinio, credo che tutto dopo sia stato più fluente. Sia come esperienza personale che come esperienza artistica posso dire di aver imparato molto dalle persone che mi hanno sostenuto e aiutato in questo lungo periodo, ho avuto la possibilità di conoscere e di lavorare con persone bravissime, non poteva essere meglio di così. Durante questo lavoro mi è piaciuta l’idea di cambiare la mia percezione su alcune cose, di sperimentare cose diverse, e racchiudere tutto questo in un piccolo diario musicale, +18. È stato un momento molto felice».

 

Hai un consiglio da dare alle tue coetanee che vogliono intraprendere questo percorso?

 

«Non mi sento in grado di dare dei consigli, o meglio, il consiglio sarebbe non seguire il mio consiglio. Ho tutta un’altra visione di quello che sarebbe oggi la strada da percorrere. Voglio cantare in tutti i posti, sperimentare tutti i tipi di musica, di genere, fare tutto lentamente, durare nella musica… quindi sono un po’ fuori strada».

 

Celeste è stato un immenso piacere e saremo tuoi follower per seguire ogni passo del tuo percorso.

Davide di Rosolini

Davide di Rosolini: “Che fine ha fatto la poesia?”

Davide di Rosolini

Articolo a cura di Paperboatsongs

Ciao Davide e grazie per aver accettato la nostra intervista. Dal 2011, anno del primo album al 2017 un percorso costruito un tassello alla volta con eleganza ed ironia, lo hai fatto rimanendo nella nostra amata terra. Ci racconti quali sono gli aspetti positivi di questa esperienza che ha radici proprio in casa nostra?

«In una terra come la nostra dove l’estate brucia la strada e in giro non c’è nessuno, dove tutto sembra un paesaggio post apocalittico zombie e dove in inverno esci per andare alla ricerca disperata dell’altro… è proprio difficile incontrarsi. Quindi la cosa più bella di questo percorso è stato coinvolgere gli altri. Quando giravamo i video, ritrovarci tutti insieme e coinvolti in quei giorni che solitamente venivano buttati davanti a una chat o a una Playstation è stata l’opera più grande di questo percorso. Ci ha salvato le serate e i weekend che altrimenti avremmo speso tutti al bar. Rivendicare una terra massacrata dalle ingiustizie attraverso l’arte. Fare vedere il bello e lo scemo che c’è in noi. Allontanarci dal concetto di Sicilia-mafia-sfruttamento-sporcizia e far partorire cose belle che appartengono un po’ a tutti… riempie il cuore di gioia. Io se dovessi scegliere come passare l’ultimo giorno della mia vita… lo passerei con gli amici a girare un video scemo!».

“T.R.I.S.”, “Disordine sotto il soppalco” “Disordine sopra il soppalco”, “Combattere l’ansia”, “Il male” sono i titoli di quattro dei tuoi album dove dimostri innanzitutto di avere molte cose da dire e che la musica è la dimensione che più ti si addice. Ci racconti cosa succede in te emotivamente quando scrivi una canzone visto che per ognuno dei tuoi colleghi è differente?

«Il tutto avviene con estrema naturalezza. A un certo punto sono troppo felice e devo condividerlo con gli altri altrimenti esplodo e mi esce una canzone. A volte sono troppo triste che devo condividerlo con gli altri altrimenti muoio e nasce una canzone. Emotivamente è sempre una liberazione e una terapia. A volte però è semplicemente la voglia di dire qualcosa… ma senza scriverlo sulla bacheca Facebook… utilizzando un linguaggio più elegante».

“Che fine ha fatto la poesia?” ha partecipato a Musicultura 2015 tra i premi prestigiosi per cantautori. Cosa hai raccolto da quella semina?

«Guarda sto proprio per partire per Macerata, li dove all’epoca portai la canzone… solo che suonerò in strada per un buskers festival, quindi diciamo che l’unica cosa che ha portato il concorso sono stati cinquemila euro di prodotti a base di pesce come premio dello sponsor per la canzone più votata sui social e poi devo dire che mi ha fatto stringere amicizia con alcuni ottimi artisti… ma di certo non sono volato via verso circuiti più grossi».

Ci è sembrato di capire che farai un giro per l’Europa, come immagini l’interesse verso la nostra musica italiana in altri paesi?

«In realtà ho fatto delle esperienze fuori dall’Italia. Ho un’etichetta francese che mi ha distribuito. Cosa che in Italia non è mai successa. Il fatto è che gli stranieri, nonostante non capiscano la lingua… ascoltano! In Italia devo litigare con la gente per farmi ascoltare».

Per concludere ti ringraziamo ma vorremmo che tu dessi un consiglio a tutti i ragazzi giovani che pensano di intraprendere questo percorso difficile ma bellissimo che è la musica.

«Siate innocenti come piccioni e astuti come serpenti».

La S’ignora bellezza di Giovanni Caccamo

a cura di Paperboatsongs

Questa rubrica, per noi e per i lettori di Bianca Magazine, sta diventando sempre più importante perché a prenderne parte sono artisti sempre più completi e strutturati che non hanno il solo obiettivo di proporre la propria musica, bensì di affiancarla a progetti ben più ambiziosi che rendono orgogliosi noi siciliani.

Tu sei una nuova perla della musica italiana, sinonimo di delicatezza, raffinatezza e ricerca, quanto è aumentata o cambiata dai tuoi esordi questa tua attitudine a interagire con tutte le forme d’arte e artisti possibili al fine unico della “bellezza”? 

«Prima ancora del mio esordio nel panorama musicale, ho sempre coltivato la passione per la bellezza. Sono nato, d’altronde, in una terra che è palesemente bella, in ogni suo scorcio, in ogni suo canto, in ogni suo profumo. Ho cercato sempre di prendermi cura di questa passione perché più che un piacere ho capito, col tempo, essere un’esigenza. Il mio è sicuramente un approccio curioso e estremamente discreto volto ad accrescere quel senso di bellezza che vive già dentro ognuno di noi e non aspetta altro che nuovi stimoli. Siamo eredi della vita, che di per sé è il dono più bello, circondati, poi, da una bellezza sconfinata che ci rende immortali nel tempo. Come diceva Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”, e siamo noi dunque a doverne avere cura».

“S’ignora” il tuo ultimo spettacolo, una performance fianco a fianco con il pittore siciliano Giovanni Robustelli, è progetto ambizioso e importante ed ha svariati significati, vorrei tu potessi riassumerci questo nuovo viaggio…

«Il titolo, poi, ha preso il nome di S’ignora perché ci siamo resi conto che nonostante la bellezza riesca ad ammaliare a primo colpo, alcuni dei suoi aspetti, compresi la storia, gli artefici e i suoi aneddoti, sono a volte ignorati. Il valore del progetto quindi è porre un faro di luce sulla bellezza nascosta in maniera sintetica, in un dialogo sincero tra musica pittura e architettura. S’ignora anche come donna, voce femminile che nel tempo ha custodito e cantato la bellezza. Nel tour infatti propongo canzoni di grandi artiste, che nel loro repertorio musicale hanno cantato brani che custodiscono storie o aneddoti o a volte non hanno avuto il dovuto successo».  

Un gioco di parole “Signora / S’ignora” che diventa un messaggio per la valorizzazione dell’arte ma anche per la femminilità madre di tutte le bellezze. Com’è nata l’idea di affiancare questi due concetti e come nel vostro spettacolo avviene questo intreccio che solleva due questioni delicate e contemporanee?

«L’idea di affiancare questi due concetti, apparentemente lontani ma in sostanza cosi vicini, prende forma perché oggi più che mai abbiamo il dovere e la necessità di gridare bellezza ad un mondo che ci risponde con la voce della guerra e prepotentemente ci mostra immagini prive di umanità. Ignorare e tacere sono azioni che ci impoveriscono e ci fanno dimenticare che siamo artefici del nostro destino e di quello collettivo. Il progetto vuole mostrare in chiave leggera e autentica ciò che nel tempo abbiamo saputo fare e che senza dubbio, riappropriandoci del vero significato della bellezza, possiamo ancora fare». 

Abbiamo voluto incentrare l’intervista su quello che stai facendo e non sul tuo passato musicale che ti ha visto vincitore e protagonista indiscusso al Festival di Sanremo ma ci è sembrato prioritario dare spazio al tuo presente artistico che mi sembra ricco di buoni propositi ed idee uniche come poche oggi, credi che altri artisti dovrebbero seguire il tuo esempio oggi per dare una svolta importante e di contenuto nei propri progetti? Credi possa mancare questo alla musica italiana, interazione con altre forme artistiche, idee e ricerca?

«Proprio in virtù del progetto penso che ogni artista porti al pubblico qualcosa da raccontare, anche se all’apparenza un progetto può sembrare più leggero rispetto ad altri. La cosa che ho imparato e cerco di trasmettere in questo tour è trovare il tempo per fermarsi, osservare ed interrogarsi. La musica può avere anche il più semplice dei progetti, affinché abbia qualcosa da comunicare. La musica è il dialogo tra anime».

Grazie Giovanni sono sicuro che i lettori di Bianca Magazine seguiranno il percorso tuo e di Giovanni Robustelli nelle date siciliane e non solo e grazie per tutto quello che state portando avanti.

 

Deborah Iurato

a cura di Paperboatsongs

Ha vinto la tredicesima edizione di Amici al suo esordio nel 2014, da lì un susseguirsi di dischi di platino e d’oro, diverse collaborazioni con i più affermati cantanti italiani, l’album di debutto Libere. Parliamo di Deborah Iurato, orgoglio ragusano e siciliano, che nello scorso Sanremo ha duettato con Giovanni Caccamo nel brano Via da qui, dell’uscita del nuovo album Sono ancora io e della vittoria nel talent Tale e Quale Show.

Contenti di averla ospite nella nostra rubrica ripercorriamo insieme a lei un cammino fatto di traguardi bellissimi.

Sappiamo tutti che hai vinto la tredicesima edizione di Amici “il talent” per eccellenza. Una scuola così importante come ha arricchito il tuo bagaglio personale?
«Amici è stata una delle esperienze più importanti ma sopratutto quella che ha fatto diventare il mio sogno realtà. Devo molto al programma perché mi ha fatto crescere e ha fatto sì che la mia passione diventasse il mio lavoro. Lo rifarei nello stesso identico modo altre mille volte».

Hai avuto modo di collaborare con diversi grandi artisti della musica italiana, muse ispiratrici come Loredana Bertè e Fiorella Mannoia, cosa ti hanno insegnato e cosa di queste “signore della musica”  ha lasciato il segno dentro di te?
«Fiorella Mannoia ha scritto per me due pezzi “Anche se fuori è inverno” e “Dimmi dove è il cielo”. Lei è un’artista straordinaria oltre ad essere una persona umanamente meravigliosa con un cuore grande.
Duettare con lei è stata una grandissima emozione, come lo è stato per la Bertè quando l’ho avuta ospite al concerto del mio Libere Tour a Milano… Che dire… Due artiste immense!!!».

Hai partecipato e vinto il terzo posto al Festival di Sanremo con Giovanni Caccamo, ci racconti come è nata questa esperienza insieme che ha il sapore della nostra bella Sicilia e dei suoi innumerevoli talenti?
«Giovanni Caccamo è uno dei miei migliori amici e lo era già prima di Sanremo. Il duetto nasce un po’ per caso, Giovanni mi aveva fatto ascoltare Via Da Qui e mi piacque subito così una sera lui si mise al piano e iniziò a suonarla ed io iniziai a cantarla… Si è creata una particolare magia e decidemmo di presentarci insieme. Un grazie speciale va all’autore Giuliano Sangiorgi che ci ha scritto questa meravigliosa poesia e al nostro produttore Placido Salamone».

Tre album all’attivo ed uno staff cresciuto nel tempo insieme a te. Ci parli del tuo entourage? Di solito non chiediamo mai del rapporto con l’artista e sapendo che tu sei molto simpatica immagino loro ti adorino.
«Diciamo che ho una squadra fortissima fatta di gente fantastica!!! Mi sento di dire grazie a tutti per il lavoro svolto fino ad oggi. Ogni persona rappresenta un tassello importante del mio percorso musicale, un grazie speciale lo devo a Placido perché in questi 3 anni non mi ha mai lasciato da sola e ha sempre creduto in me e nel mio lavoro».

“Sono ancora io” e “Libere” sono i titoli dei tuoi ultimi due album entrambi esprimono un forte desiderio di affermare la tua personalità, non credo sia un caso…
«Assolutamente no! Credo tanto in quello che faccio. Ho messo l’anima e la grinta per fare della mia passione più grande il mio lavoro. Credere nei sogni non è sbagliato… se vuoi qualcosa e hai un obbiettivo devi lottare ma soprattutto crederci… Io ci ho sempre creduto e continuo a crederci!!!!».

Uno dei brani di “Libere” si chiama “Sono troppo buona” in duetto con Rocco Hunt, siamo curiosi di sapere se pensi di essere veramente troppo buona e se Rocco Hunt lo è stato con te…
«(Ride)… Beh, forse non spetta a me dire se sono troppo buona, sicuramente sono una persona super positiva e solare. Rocco Hunt sicuramente “Troppo Buono”… è stato bello lavorare con lui».

Pochi possono vantare di Vincere due talent ed il tuo ultimo traguardo si chiama “Tale e Quale show” . Per quanto ci riguarda sei stata formidabile, ci parli delle tue emozioni in merito?
«Tale e Quale è stata un’esperienza straordinaria. Si lavora tanto ma ci si diverte tantissimo! Carlo Conti insieme a tutta la produzione riuscivano a metterci a proprio agio e mi sono divertita veramente tanto.Ho fatto nuove amicizie con colleghi fantastici e questo mi ha resa felice».

Ora tocca al futuro, a quale “Deborah” state lavorando, qualche anticipazione?
«La “Deborah” del futuro sarà frutto di una ricerca che proprio in questi mesi stiamo mettendo in atto, è momento di esplorazione musicale che presto darà nuovi frutti e linfa vitale al mio progetto ed al mio sound».

 

Maurizio Chi?

A tutto volume con…Maurizio Chi?

di Placido Salomone  Foto di Niko Giovanni Coniglio

Vedrà la luce il 21 ottobre il nuovo lavoro discografico del cantautore catanese. L’album “2” è un disco sull’Amore ma non è composto da canzoni d’amore.

La vita di ognuno di noi è segnata dal paradosso dell’amore, dell’incontro di due infiniti con due limiti, per parafrasare Rainer Maria Rilke. Due fragili e limitate capacità d’amare e un numero che condiziona le nostre esistenze. É il tema, fra domande e confessioni sull’amore, che Maurizio Chi affronta in questo suo nuovo lavoro che esce il 21 ottobre, anticipato dal video “Nudo”, sotto la direzione del noto film-maker cosentino Giacomo Triglia.
Catanese d’origine, padovano d’adozione, Maurizio Chi è più che un cantautore. Dedito fin da piccolo alla danza, figlio d’arte (entrambi i genitori erano insegnanti di danza), approderà alla musica e alla scrittura di canzoni nel corso del periodo scolastico. Si forma in quella fucina di musicisti che sono i piccoli club del catanese che hanno visto passare tanti artisti locali, anche del calibro di Carmen Consoli. Dopo il suo trasferimento in Veneto, crea una nuova etichetta discografica, la PaperBoatSong, una vera e propria factory per la promozione di nuovi talenti. Lo abbiamo voluto incontrare per parlare del suo nuovo lavoro.

Forse tutti ti pongono la stessa domanda, ma Maurizio Chi?
Maurizio è un cantautore, amante delle parole, della musica, un ballerino, una persona che ama esprimersi di certo.
In realtà il mio nome completo è Maurizio Chisári ma tutti spostano l’accento per cui abbiamo tagliato una parte del cognome cosi da permettere a tutti di ricordarsi meglio di me, ovvio questo comporta la domanda che mi hai appena posto ad ogni intervista ma ne sono consapevole.

Come mai hai scelto come titolo dell’album “2”? Cosa significa per te questo piccolo numero?
Ho scelto “2” come titolo di una canzone e di conseguenza dell’album in quanto sintetizza e al tempo stesso lascia spazio alla riflessione su un numero che condiziona la nostra esistenza.
Per tutta la vita andiamo alla ricerca dell’altra metà per creare il nostro “2” appunto, poi una volta trovato ci poniamo delle domande. Alcune di esse le troverete tra i versi delle canzoni che ho scritto, sono domande lecite il quale spesso però hanno risposte amare o difficili da accettare. Sono domande positive perché fanno crescere le nostre relazioni.
È un disco sull’amore, non sono canzoni d’amore anche laddove cosi pare.

Pare che ad ispirarti sia stata la convivenza, parli di una “casa tutta bianca” , di una spiaggia da raggiungere dove confrontarsi, di tradimento…

Indubbiamente.
Mi piace scrivere di quello che ho la fortuna di vivere e poi capire se anche gli altri che ascoltano si rivedono in quello che io ho vissuto.
È come un esperimento dove scopri che gli altri ti somigliano e tu non sei mai solo. Sono magie che solo la musica può fare.

Nell’album vi è un pezzo in siciliano intitolato “A’ comu jè gghiè”. Quanto è importante per te la tua terra e quindi anche scrivere in dialetto?
Anche se in Veneto vivo benissimo e sto imparando tantissime cose e prendo il meglio da un popolo che somiglia terribilmente al mio per tenacia, talento e orgoglio, provo sempre un senso di colpa per essermene andato dalla Sicilia.
Riscattarmi attraverso la musica, attraverso il dialetto è impagabile.
Poi non so perché ma è come se fossi un altro cantautore quando scrivo e canto in siciliano, un altro Maurizio.

Seguirà un tour all’uscita dell’album immagino quanto sia entusiasmante, come vorrai strutturarlo?
Ho sognato per anni di poter andare da solo in giro con la mia chitarra a far conoscere le mie canzoni proprio come le ho composte in casa mia.
Per questa ragione in alcune date andrò da solo con tutti i miei personaggi e le mie storie, altre volte con il trio/quartetto d’archi tutto rosa “Les fleurs” che mi aiuteranno a reinterpretare il mio punto di vista sull’amore.

Maurizio Chi?