Sciascia e il cinema. “Questo non è un racconto”, l’inedito pubblicato a 100 anni dalla nascita

di Alessia Giaquinta

«Fin oltre i vent’anni sognai di fare il regista, il soggettista, lo sceneggiatore» dichiara in un’intervista il celebre scrittore Leonardo Sciascia (1921-1989). Il suo legame con il cinema ha inizio nel piccolo teatro di Racalmuto – sua città natale – che grazie ad un cinematografo, due volte a settimana, si convertiva in una sala proiezione. È qui che il giovanissimo Sciascia assiste, negli anni ’30, a due dei film che lo segnano profondamente: “Il fu Mattia Pascal” di Marcel L’Herbier con Ivan Mozzuchin, e con lo stesso attore “Le avventure di Casanova” di Aleksandr Volkoff.

«Studiando a Caltanissetta, avevo modo di vedere più film: uno al giorno, e a volte anche due. Ogni anno riempivo un libretto di annotazioni sui film visti: avevo, prima che lo facessero i giornali, inventato una specie di votazione con asterischi: cinque il massimo voto».

Insomma: un grande amatore del cinema fu Sciascia, sin da giovanissimo. E se, man mano che avanzava con gli anni, lo scrittore si allontanava sempre più dalla macchina da presa e dal ruolo di spettatore, non si può dire lo stesso del cinema che, invece, ha preso moltissimo da lui (sebbene Sciascia non riuscirà a concretizzare nessuna collaborazione con qualche regista). Basti pensare che ben nove delle sue opere hanno ispirato dei film: da “Il giorno della civetta” di Damiano Damiani a “Cadaveri eccellenti” di Franco Rosi, da “A ciascuno il suo” e “Todo modo” di Elio Petri a “Una storia semplice” e “Porte aperte” di Gianni Amelio.


questo non è un racconto

Una pubblicazione interessante, a questo proposito, è “Questo non è un racconto”, scritti inediti sul cinema di Sciascia. In occasione del centenario dalla sua nascita, nel 2021, la casa editrice Adelphi ha pubblicato per la prima volta il volume che raccoglie tre dattiloscritti segnalati da Vito Catalano, nipote dello scrittore, che erano indirizzati a tre importanti registi. A curare la raccolta è stato Paolo Squillacioti che, nelle note a conclusione del volumetto, restituisce il rapporto che ha legato lo scrittore con il grande schermo.

I tre manoscritti erano indirizzati al regista Carlo Lizzani, a Lina Wertmüller e a Sergio Leone. Per il primo, Sciascia aveva scritto un soggetto sulla storia di Serafina Battaglia, donna che aveva sfidato la mafia nelle aule giudiziarie (lavoro non portato a termine che genera malintesi con il regista). Il soggetto indirizzato alla Wertmuller era quello di una giovane che, dopo aver assistito ad un omicidio mafioso, decide di testimoniare l’accaduto (lavoro incompleto). L’ultimo manoscritto, per Sergio Leone, era niente di meno che un dialogo che Sciascia indirizzava ad un ipotetico assistente di regia avente per soggetto la storia del celeberrimo film “C’era una volta in America”. Lo scrittore, in questo dialogo, esprime idee, suggerimenti, perplessità e indicazioni che, visionando il capolavoro di Leone, è possibile facilmente rintracciare. L’autore siciliano, però, non firmò nessun contratto di collaborazione con il regista, anzi lo abbandonò nel bel mezzo di un pranzo, comunicandogli di non essere più interessato a portare avanti quel lavoro.. Curioso, no?

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