Articolo di Omar Gelsomino, Foto di Mara Randello

Si narra che Agata, cresciuta in una ricca famiglia, a quindici anni decise di vivere nella purezza, consacrandosi a Dio. Fra il 250 e il 251 giunse a Catania il proconsole Quinziano per far abiurare tutti i cristiani: affascinato dalla bellezza di Agata le ordinò di adorare gli dei pagani ma, fallito ogni tentativo, Quinziano la fece processare, per poi essere incarcerata e torturata, fino all’asportazione del seno. San Pietro, accorso in suo aiuto, risanò le sue ferite.

L’amore che Quinziano provava per Agata si trasformò in odio, così la fece denudare su cocci di vasi e carboni ardenti ma un terremoto fece crollare il luogo del supplizio seppellendo i suoi carnefici. Mentre era martirizzata dal fuoco, il velo che indossava venne risparmiato dalle fiamme, divenendo una delle reliquie più preziose e Agata dopo atroci sofferenze morì. Durante un’eruzione vulcanica, avvenuta un anno dopo, i catanesi presero il suo velo come scudo, arrestando lo scorrere della lava. Da allora iniziò il culto, sino a quando divenne la patrona di Catania. Trafugata la salma nel 1040 a Costantinopoli, solo nel 1126 fu riportato il corpo a Catania, il 17 agosto le reliquie rientrarono nel Duomo, dove sono conservate in nove reliquiari.

Ogni anno, dal 3 al 5 febbraio, Catania riserva alla sua patrona festeggiamenti grandiosi, mescolando devozione e folclore, attira circa un milioni di turisti, tanto da essere annoverata tra le prime tre festività religiose al mondo, dopo la Settimana Santa di Siviglia e la Festa del Corpus Domini di Cuzco in Perù. Una processione imponente segue il fercolo d’argento, chiamato “a vara”, in cui sono custodite le reliquie di Sant’Agata, accompagnato da undici enormi candelieri, detti “cannalore”, sculture verticali in legno con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita della santa, appartenenti ciascuna alle corporazioni degli artigiani cittadini e i devoti infagottati “nel sacco” gridano “Je taliatila che bedda, Javi du occhi ca parunu stiddi, e na ucca ca pari na rosa. Semu tutti devoti tutti! W Sant’Agata“.

I festeggiamenti iniziano il 3 febbraio, con il corteo delle candelore (portate in spalle da 4 sino a 12 uomini che procedono con un’andatura caratteristica detta “a ‘nnacata“), apre la processione dell’offerta della cera, alla Santa che parte dalla Chiesa di Sant’Agata alla fornace in Piazza Stesicoro fino a raggiungere la Cattedrale in piazza Duomo, mentre da Palazzo degli Elefanti escono le due carrozze settecentesche del Senato che portano le autorità civili nella Chiesa di San Biagio per consegnare le chiavi della città alle autorità religiose, un concerto di canti dedicati alla Santa e lo spettacolo piromusicale concludono “a sira ‘o tri“; il giorno seguente prima dell’inizio della messa dell’aurora il busto reliquiario raffigurante Sant’Agata viene portato fuori dalla “cameretta” ed inizia la processione fuori le mura: a Santuzza incontra i suoi cittadini che l’acclamano sventolando un fazzoletto bianco ed inizia così il giro esterno della città, sino alle prime luci dell’alba, i momenti più salienti sono “a cchianata de Cappucini“, in cui il fercolo viene trainato dai devoti sino alla Chiesa di San Domenico e “a calata da marina”, la discesa verso il mare, tutti luoghi del martirio e della Santuzza, per poi ritornare in Cattedrale accolta dai fuochi pirotecnici.

Nella tarda mattinata del 5 febbraio viene celebrato il solenne pontificale a cui presenziano i vescovi siciliani ed un legato pontificio, e nel pomeriggio ha inizio il “giro interno” della città, il fercolo sale per via Etnea, per giungere a tarda notte in piazza Cavour in attesa dei fuochi d’artificio, continua facendo l'”cchianata ri Sangiulianu” sino ad arrivare in via Crociferi davanti al convento delle suore Benedettine che con i loro canti salutano Sant’Agata.

Un altro momento suggestivo prima che la Santuzza rientri nella sua “cameretta” sono i fuochi d’artificio che accolgono il suo ingresso in Chiesa e saluta i suoi cittadini, chiudendo cosi tre giorni di festa che non hanno eguali al mondo.

 

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