Salvatore Agati. Il dottore del cuore.

di Samuel Tasca, foto di Matteo Arrigo


«Da piccolo pensavo già che da grande avrei voluto fare il cardiochirurgo», inizia così la mia chiacchierata con il dott. Salvatore Agati, direttore del Centro Cardiologico Pediatrico del Mediterraneo “Bambin Gesù” di Taormina, struttura d’eccellenza del Sud Italia (unica da Napoli in giù) specializzata nella cardiochirurgia pediatrica, cardiologia pediatrica, anestesia e rianimazione pediatrica, neonatologia e pediatria. Il centro, da ormai dodici anni, è inoltre convenzionato con l’Ospedale Bambin Gesù di Roma.

A guidare l’equipe di medici è proprio il prof. Agati, che di quel sogno infantile ne ha fatta oggi una professione e anche una missione di vita. «Da ragazzino vidi in televisione il prof. Marcelletti che nel 1986 fece il primo trapianto di cuore pediatrico in Italia. Ricordo di aver detto a mia madre:“Da grande voglio fare questo”».

Una scelta sicuramente impegnativa, sia per la complessità della materia che per il senso di responsabilità che da essa ne diviene. «La cosa più affascinante dell’effettuare queste procedure chirurgiche sui bambini è avere la consapevolezza che poi questi saranno destinati a crescere. È un mestiere nel quale puoi osservare i frutti non solo a livello tecnico, nell’organo del bambino che si svilupperà, ma soprattutto nella vita di questi piccoli che continua».

Una disciplina, questa, nella quale è necessaria formazione continua, ma soprattutto il confronto. «È come un artigiano che va di bottega in bottega e, vedendo lavorare gli altri, apprende e si contamina. – dice Agati -. Oltre a questo, ovviamente, bisogna possedere il “dono” che non è solamente tecnico, ma soprattutto caratteriale. Bisogna saper gestire le emozioni, le ansie, le cose belle, ma anche le cose brutte».

Ed è proprio questo “dono”, così come lo definisce il dottor Agati, che mi ha spinto a intervistarlo. Sono state le parole dei genitori di Giulia, una bambina operata al cuore presso il Centro Mediterraneo, a mostrarmi quanto il ruolo del Professore e degli altri medici che lavorano nel suo staff sia di grande aiuto e conforto a tutti coloro i quali scoprono che il figlio o la figlia che porti in grembo sta sviluppando una malattia congenita. «Quando si opera un bambino non intervieni solo su una singola persona: un bambino coinvolge una famiglia intera – spiega il dottor Agati –. Vuol dire impattare su un grande numero di persone in un momento solo. Per cui bisogna avere la capacità di comunicare con i genitori in maniera chiara ed efficiente, stando molto attenti a mantenere una strategia comune, come un’unica squadra. Siamo legatissimi a Papa Francesco e lui ci ha insegnato come la “medicina delle carezze” fa parte delle specialità mediche che vanno messe in atto non solo con i bambini, ma anche con i genitori e le altre persone coinvolte. Bisogna avere la capacità di alleviare il dolore e di creare un ambiente empatico in cui si riesce a star vicini ai pazienti e alle loro famiglie in ogni momento, da quelli facili a quelli difficili. Avere a che fare con i ragazzini significa prendersi cura del futuro del mondo».


Una vera e propria missione di vita che nel tempo ha visto Salvatore Agati spendersi in prima linea anche nel mondo delle missioni umanitarie internazionali. Un’ esperienza iniziata quasi per curiosità, ma della quale non è più riuscito a fare a meno. «Non è solo una questione tecnica o di strumenti, è come avviare un programma culturale, legato all’essere umano in sé e non tanto al professionista. Noi abbiamo sempre selezionato posti dove era già presente un team di base che poteva fornire assistenza, ma che al tempo stesso potesse apprendere e progredire nella formazione medica da investire sul proprio territorio».

Nonostante sia un commento che riceve molto spesso, a Salvatore Agati non piace essere definito “un angelo”; dopo averlo conosciuto però, posso sicuramente affermare di aver incontrato un uomo, oltre che un illustre professionista, che proprio per la sua umanità continua a far battere i cuori e ad alimentare la speranza.

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