Articolo e foto di Samuel Tasca

La legge 180 del 1978 abolì in maniera definitiva i manicomi in Italia, nella prospettiva della nascita di comunità terapeutiche per la cura e la riabilitazione di persone socialmente e mentalmente ‘svantaggiate’. A più di 30 anni di distanza, uno dei fini principali della legge Basaglia, ovvero il reinserimento lavorativo e sociale dei soggetti svantaggiati, diventa finalmente realtà.

È proprio nel territorio del calatino che si dà spazio alle seconde opportunità. Come ci racconta Andrea Nicosia, presidente della Cooperativa “Terra Nostra” «il progetto nasce già nel 2004 quando ad alcuni ospiti venne proposto di diventare soci della cooperativa. Nacque così “Terra Nostra”, con l’obiettivo di inaugurare un percorso di integrazione sociale e professionale attraverso la pratica dell’agricoltura. La cooperativa costituì la possibilità concreta per questi ragazzi di scommettere su sé stessi, rendersi utili e col tempo divenire autonomi. Eppure, l’inserimento lavorativo non bastava: i ragazzi dovevano avere la possibilità di alloggiare in un posto che non fosse la comunità. La soluzione fu allora quella di creare dei gruppi appartamento dove oggi vivono dalle tre alle quattro persone per ogni abitazione quasi interamente autogestite».

«Vivere in appartamento significa essere più libero ed indipendente e anche creare un rapporto più unito con gli altri inquilini» – racconta Maurizio S., oggi banconista del bar del carcere, altra realtà volta al reinserimento socio lavorativo di queste persone.

In questo percorso di crescita la vera sfida arrivò nel 2012, quando ai soci della cooperativa “Terra Nostra” venne proposto di prendere in gestione un agriturismo, realizzando così ciò che oggi viene definito Fattoria Sociale, ovvero un esperimento che prevede la cura della terra e degli animali come continuazione dell’itinerario terapeutico.

La sfida venne raccolta anche da altre realtà del settore, come la cooperativa “Futura” che vinse la gara d’appalto per la gestione del bar del carcere di Caltagirone e avviò un’impresa di pulizie presso un gruppo residenziale a Catania. «Sicuramente un’esperienza importante, dai ritmi non sempre leggeri, ma oggi possiamo considerarla un successo di cui andar fieri» – continua Francesco Tasca, presidente della cooperativa “Futura” riferendosi all’esperienza avviata presso il bar del carcere.

Un successo, questo, condiviso anche dal dott. Raffaele Barone, medico psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Caltagirone e Palagonia, che attraverso l’ASP di Catania e altre realtà porta avanti una serie di progetti in questo campo. «L’obiettivo finale del trattamento di recupero è che le persone trovino il loro posto nelle comunità locali, diventando così non solo soggetti attivi, ma anche una risorsa per la comunità». Tra le varie iniziative, ritroviamo le borse lavoro, l’apertura del nuovo centro dedicato all’inclusione sociale e lavorativa di Piazza Marconi a Caltagirone, il budget di salute che permette il finanziamento di progetti personalizzati per i singoli individui che possono essere reinseriti nel tessuto sociale, e infine la formazione dei facilitatori sociali: ex ospiti delle comunità che grazie alla loro esperienza diventano un supporto psicologico per i nuovi utenti.

In questo clima di innovazione culturale e sociale, la vera soddisfazione arriva dalle parole di coloro che sono i veri protagonisti di questo cambiamento. Sebbene a volte non posseggano esperienze pregresse in quello specifico settore lavorativo, oggi svolgono delle mansioni conformi alle proprie capacità personali. «Aiutavo mia madre a infornare il pane e a impastare i panetti» ci racconta Nando, aiuto cuoco e pizzaiolo nella Fattoria Sociale di Piano San Paolo, che dopo un percorso riabilitativo di oltre 10 anni, oggi lavora e vive in appartamento assieme ai suoi amici e colleghi. Anche Roberto infatti, impiegato presso il bar del carcere, ha potuto mettere in campo le capacità maturate quindici anni prima in un altro contesto simile. Oggi si occupa di servire al bancone, ma da quello che ci racconta la parte che più gli piace è il contatto giornaliero con i clienti e il poter chiacchierare con altre persone.
Anche per Carmelo, che da tre anni si occupa invece del punto snack del bar del carcere, l’aspetto più gratificante del suo lavoro è proprio il contatto con le persone che si fermano a prendere un caffè. «Oggi ho trovato finalmente un equilibrio, il mio ruolo al lavoro mi gratifica molto».
Nel contatto con le persone, cortesia e disponibilità sono le qualità che hanno permesso ad Ignazio di diventare capo sala nel ristorante della Fattoria Sociale di Piano San Paolo. «All’inizio pensavo che gestire un ristorante fosse una sfida impossibile, ma affiancando il cameriere che lavorava da noi nei primi tempi gli ho praticamente rubato il lavoro!  – scherza Ignazio -. Gestire la sala per me è sinonimo di ordine, creatività ed eleganza».  A condividere un’esperienza simile è anche Maurizio D.S., impegnato presso il bar del carcere, il quale ci racconta: «All’inizio avevo un po’ di confusione, ma oggi mi sento contento e gratificato».

Il lavoro di squadra, l’impegno e il raggiungimento di obiettivi giornalieri ha permesso a queste persone di sperimentarsi e di superare le proprie difficoltà psicologiche. Nando, Ignazio, Roberto, Carmelo, Maurizio e tanti altri oggi vivono appieno la seconda opportunità che la vita sta offrendo loro, contribuendo con la loro esperienza ad abbattere ogni giorno il muro di isolamento e diffidenza che ruota attorno alla percezione del disagio mentale.

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1 commento
  1. Federico
    Federico dice:

    Ho letto questa storia bellissima che sembra un sogno. Guardando le foto si vedono persone buone, serene. Viene da chidersi se anche per le persone “normali” non bisognerebbe pensare ad un tessuto sociale diverso, dove l’individuo sia meno solo. Scopriremmo forse che la “non normalità” può essere migliore della “normalità”. Una normalità odierna dove si sono persi molti valori e strategie di benessere che facevano parte delle realtà rurali e che con questo progetto siete riusciti a ricostruire, aiutando chi viveva un disagio sociale, creando una realtà dove credo si sta meglio che fuori da essa.

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