Articolo di Omar Gelsomio   Foto di Leonardo Casali

“Voglio che il Mediterraneo torni a essere un mare di vita”

Aiutare gli altri per lui è un dovere. Tra gioie e dolori il dottor Pietro Bartolo dagli anni ‘90 guida il Poliambulatorio di Lampedusa, l’isola sospesa tra Europa e Africa, approdo di migliaia di migranti. Da allora ne ha salvati, visitati e curati oltre 350 mila. Lampedusa è l’ultimo lembo dell’Europa e per ricordare le vittime del mare Mimmo Paladino realizzò nel 2008 la Porta d’Europa «é una porta sempre aperta, dove inizia e finisce il Vecchio continente, Lampedusa non ha filo spinato, non ha mai posto un muro, li ha sempre accolti». Pietro Bartolo è molto legato alla sua Isola, al suo mare, alle sue radici. «Io sono nato qua. Vengo da una famiglia di pescatori e anch’io ho fatto il pescatore. Ho studiato fuori quindi sono stato un migrante anch’io, dopo la specializzazione decisi di tornare tra la mia gente. Per me il mare è tutto. Accogliamo tutti quelli che vengono dal mare. Tante popolazioni hanno solcato il Mediterraneo determinando l’incontro e lo scambio di culture e tradizioni, perché lo scambio culturale aggiunge, non sottrae. In questi anni però il Mediterraneo è stato trasformato in un cimitero, adesso voglio che ritorni a essere un mare di vita». Non sono mancati momenti di sconforto di fronte a tragedie immani. «Ho avuto dei momenti di crisi quando ho dovuto fare delle ispezioni cadaveriche, soprattutto ai bambini. Mi sono chiesto, ma perché io? Quando finirà tutto questo? Poi rifletto e continuo, è doveroso farlo, altrimenti mi sentirei un traditore». Il naufragio del 3 ottobre 2013 sconvolse tutti. «È stato il giorno più brutto della storia di Lampedusa, morirono 368 persone. Uomini, donne e bambini, arrivarono con i vestiti a festa nel continente tanto sognato ma non ce la fecero». La sua storia è diventata popolare grazie ad un docufilm in cui è protagonista e che nel 2016 ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino e la nomination all’Oscar. «Fuocoammare è stato un dono arrivato dal cielo, mi ha dato la possibilità di diffondere il messaggio dell’accoglienza al mondo intero e ringrazio Gianfranco Rosi. Avevo l’esigenza e la responsabilità, come medico e come uomo, di raccontare storie di esseri umani che hanno vissuto enormi sofferenze e violenze, inseguendo speranze e sogni. Già, il sogno di arrivare in un paese e vivere una vita serena, dignitosa, normale. Poi è stata la volta del libro Lacrime di sale (scritto insieme alla giornalista Lidia Tilotta, ndr), Le stelle di Lampedusa e un nuovo film, con la regia di Maurizio Zaccaro, in cui Sergio Castellitto interpreta il mio ruolo. Non immaginavo di scrivere dei libri né di recitare in un film, ma si è reso necessario raccontare alla gente e agli studenti, italiani ed europei la verità». Tra le tante storie narrate in “Le stelle di Lampedusa”, una è drammatica. «Una storia che mi ha segnato maggiormente è quella di Anila, una bambina che parte dalla Nigeria: pensando di essere adulta, da sola si mette in viaggio per un anno e mezzo, subendo violenze e due naufragi: una volta sbarcata la portai nel poliambulatorio e quando le chiesi perché fosse venuta da sola, cosa cercasse, dov’erano i suoi genitori, lei mi rispose che cercava la mamma che stava in Europa. Quando la ritrovai, iniziò la lotta contro una burocrazia vergognosa, durata sei mesi, ma ce l’ha fatta». Nonostante tutto lui non si rassegna e continua la sua missione. «Fuori dal molo Favaloro in un murales c’è scritto “Proteggere le persone e non i confini”. Ho fatto mio un pensiero del grande Charlie Chaplin che dice “Non sono cittadino di nessun posto, non ho bisogno di documenti e non ho mai provato un senso di patriottismo per alcun paese, ma sono un patriota dell’umanità nel suo complesso. Io sono un cittadino del mondo”. Restituirei tutti i premi ricevuti in questi anni, cittadinanze onorarie, lauree honoris causa, sono diventato cavaliere e commendatore della Repubblica, purché tutto questo finisca quanto prima, per non vedere più sofferenze e morti». Pietro Bartolo rimane il simbolo dell’accoglienza combattendo la disinformazione con le sue testimonianze.

 

 

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