Articolo di Titti Metrico   Foto di Roberta Castrichella

Di fronte ad un piatto di pasta leggendario, cucinato dalla mia amica Fanny, chef per passione e storica di professione, ripercorriamo la storia delle nostre origini, perché il cibo è cultura, un intreccio che è entrato di prepotenza nella nostra esistenza. Pensiamo alla moda, ai comportamenti, al nostro modo di usare le parole e poi… Spesso nella ripetitività dei gesti di ogni giorno, perdiamo l’attenzione e la curiosità della scoperta, quella che è celata in piccoli scrigni, in ogni cosa che oggi ci appartiene.
Cosa può raccontarci un piatto di pasta? Le nostre origini, la nostra terra, ascolto Fanny incantata mentre racconta la storia della pasta con le sarde. La leggenda narra che Eufemio da Messina, vissuto tra l’800 e l’828, fosse un Tumarca, avrebbe avuto da Bisanzio il comando della Sicilia orientale. Eufemio, essendo un valoroso combattente, cominciava a conquistare favori, si era reso protagonista per l’emancipazione dell’Isola, e i suoi successori gli avevano attirato le ostilità di Bisanzio, finché non lo accusarono di avere sposato una novizia, di nome Omozia, rapita da un convento, per questo motivo lo condannarono, ma Eufemio non accettò quest’accusa, tanto che radunò i fedeli del suo esercito e iniziò la conquista del territorio siciliano. A Siracusa, si proclama imperatore di Sikelìa, un impero indipendente da Costantinopoli, chiaramente il suo dominio durò poco, fu imprigionato e mandato in esilio in Tunisia, lì trovò rifugio presso l’emiro Aghlabide, Qayrawan Ziyadat Allah, a cui chiese aiuto per ritornare in Sicilia. L’Emiro accettò la proposta di Eufemio, perché già aveva in mente di occupare la Sicilia, considerata un centro strategico di controllo.
Organizzarono una flotta di settanta navi così Eufemio e i Saraceni si diressero verso le coste siciliane, approdando nottetempo sulla spiaggia di Mazzara del Vallo, oggi denominata “Cala dei Turchi”. I soldati giunsero affamati, quindi, avevano bisogno di soddisfare i propri istinti primari, così gli addetti alla cucina delle navi scesero a terra e cercarono di rimediare qualcosa per preparare loro del cibo. Sulle navi erano presenti grandi scorte di pasta, già in uso al tempo degli Egiziani, era un alimento secco, incamerato nelle stive, era di facile trasporto. Sulla spiaggia, trovarono grandi quantità di sarde, ancora oggi è chiamata munnizza, perchè munnizza? «Perché veniva usata come esca per i pesci, una volta usata, poi veniva buttata sulle spiagge».
I cuochi saraceni raccolsero questo pesce per loro grande risorsa nutrizionale, ma si posero il problema di doverne attenuare il puzzo: si misero a cercare tra la riva e parte della spiaggia, inoltrandosi videro una verdura selvatica, molto profumata appena la toccarono, era l’aneto, il nostro finocchietto selvatico, pensarono di raccoglierne una grande quantità per stemperare il sapore e l’odore pregnante della sarda. I cuochi, risaliti a bordo, iniziarono a preparare la pasta mettendo: aglio, aneto bollito e tagliato a pezzettini, incominciarono a cercare nelle riserve presenti sulla nave, presero lo zafferano profumato e prezioso, aggiungendolo al brodo della pasta, addolcirono il tutto con l’uva sultanina e la croccantezza dei pinoli, pensarono poi come condire questo piatto involontariamente sontuoso, poiché il condimento dei poveri era appunto la mollica abbrustolita, con una grande manciata di “muddica atturrata”, completarono il piatto.
Ecco quindi, che questo grande piatto che mescola gli elementi del mondo arabo con gli alimenti del nostro territorio, in questa mescolanza di profumi e di storia, assegnano alla pasta con le sarde il simbolo della Sicilianità.

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