Articolo di Irene Novello

Foto di Giuseppe Leone e Ass. Aditus in Rupe

Nell’entroterra siracusano, tra i Monti Iblei, sorge Palazzolo Acreide, città dalle antiche vestigia, dove la presenza del passato è testimoniata da importanti reperti archeologici ed eleganti monumenti. La città fu distrutta l’11 gennaio del 1693 dal catastrofico terremoto che interessò tutta la Sicilia orientale da Messina a Noto. Fu ricostruita a valle, dove importanti architetti come Labisi e Sinatra edificarono bellissime chiese in stile tardo-barocco. È grazie a questi edifici, come la Basilica di San Paolo e la Chiesa di San Sebastiano, che la città nel 2002 è stata dichiarata Patrimonio dell’UNESCO insieme alle altre sette “Città del Val di Noto”. Palazzolo Acreide, l’8 maggio scorso, è stato uno dei borghi attraversati dal Giro d’Italia nella quarta tappa Catania-Caltagirone.
Il territorio è stato abitato sin dall’epoca greca, infatti, più a ovest rispetto alla città moderna, sorgeva Akrai, colonia siracusana, fondata intorno al 664 a.C. L’insediamento greco occupava una posizione strategica che consentiva il controllo dell’entroterra su un altipiano posto tra le Valli del fiume Tellaro a sud e del fiume Anapo a nord, esteso su un pianoro di circa trentacinque ettari, a 770 metri sul livello del mare. Ad Akrai la ricerca archeologica inizia nel XIX secolo con il barone Judica, cui è dedicato il Museo Archeologico di Palazzolo Acreide presso il Palazzo Cappellani, dove sono esposti i reperti provenienti dalla città greca.
L’edificio più importante dell’area archeologica è il Teatro, scoperto nel 1824 dal barone Judica, è di età ieroniana, datato intorno al III secolo a.C., periodo in cui Akrai ha vissuto uno straordinario splendore. A differenza del Teatro di Siracusa, quello di Akrai non è stato scavato nella roccia ma è stato adagiato su un pendio naturale. La cavea è composta da nove settori, divisi da otto scalinate. Il barone Judica ricostruì la cavea fino al dodicesimo gradino. Al centro si sviluppava l’orchestra, luogo dove durante le rappresentazioni teatrali si muoveva il coro. La sua forma semicircolare permetteva una maggiore vicinanza della scena al pubblico. La scena era in legno e di dimensioni non troppo ampie, profonda tre metri, era chiusa da un muro. Il Teatro, di piccole dimensioni, poteva contenere circa 660 spettatori e nel complesso appare asimmetrico, perché inserito in un tessuto urbano già saturo. Nella parte alta del settimo cuneo il Teatro era collegato attraverso una galleria al bouleuterion, sede del Consiglio della città greca. In età romano-imperiale, la scena del teatro subì delle modifiche, fu avanzata di due metri, riducendo lo spazio dell’orchestra. Contemporaneamente si pavimentò l’orchestra con lastre in pietra levigata, ancora in situ, e si edificò un chioschetto di cui è ancora visibile il basamento. Il ritrovamento di macine e di una grande quantità di silos testimonia il fatto che, in epoca bizantina, su una porzione della scena fu costruito un edificio per la lavorazione del grano. La struttura rivive ogni anno con il Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani, organizzato dalla Fondazione Inda tra maggio e giugno. La manifestazione permette il confronto sui temi della cultura classica tra gli studenti di ogni parte d’Italia e d’Europa. Preziosa memoria della storia di Palazzolo Acreide è la Casa Museo di Antonino Uccello, «che trasformò la città in una piccola Atene» come racconta il fotografo Giuseppe Leone, che ha esordito illustrando il suo volume, La civiltà del legno in Sicilia. Il museo etnografico, creato tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 dall’etno-antropologo, raccoglie una collezione di manufatti che ricreano gli ambienti della casa della comunità contadina iblea. Il museo è oggi di proprietà regionale e rappresenta un pezzo di storia di Palazzolo Acreide.

 

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