L’elegante dimora dei Cocuzza. Scrigno di storia di una delle più potenti famiglie siciliane del XIX secolo

Articolo e foto di Alessia Giaquinta


I palazzi delle nostre città parlano: ci raccontano storie di gloria, di lotta al potere, di sfarzo ed eleganza. Bisogna osservarli, mai banalmente. La loro storia è la nostra storia. Più volte, ogni giorno, percorro piazza San Giovanni, nel mio paese, ed ogni volta mi lascio rapire dall’abbraccio architettonico di chiese e palazzi che si alternano in uno scenario che più volte è stato set cinematografico.

 

Vivo a Monterosso Almo, uno dei borghi più belli d’Italia, un luogo in cui o nasci o scegli. Raramente si è di passaggio, qui. Forse questo è il suo limite o forse la sua più grande ricchezza.

Eppure, un tempo, Monterosso fece da capofila nei progetti delle vie di comunicazione per far uscire il paese dall’isolamento. Ecco, questa è una storia.

 

E per raccontarvela vi porto a Palazzo Cocuzza, splendido gioiello in stile neoclassico e liberty della città, un palazzo capace di parlare di eleganza, eccesso, potenza e declino. Un palazzo che racconta la storia di una delle famiglie più influenti dell’area iblea nel XIX secolo: i Cocuzza.

Osserviamo il palazzo dall’esterno. Non si trova in una posizione casuale, tutt’altro. La scelta di edificare lì la dimora dei Cocuzza ha dei motivi storico-sociali ben precisi. Erano gli anni, quelli, dell’ascesa della borghesia terriera a scapito dell’antica nobiltà. I borghesi, per intenderci, i soldi li avevano fatti col sudore, con l’ingegno, non come quei nobili che, già alla nascita, si ritrovavano ricchi. Allora bisognava ostentare questo nuovo potere emergente, bisognava che anche l’arte e l’architettura fossero espressione della nuova classe emergente. E don Salvatore Cocuzza (1811-1892) era uno di loro, un “massaru arriccutu” a spese di quella nobiltà decaduta, e bisognava mostrarlo.

 

Che c’entra il palazzo? Ve lo spiego subito. I Cocuzza acquistarono quel lembo di terra in piazza (già occupato da case, che fecero abbattere) per costruire la loro dimora proprio davanti a quella degli aristocratici Noto, in maniera tale da impedire loro la visuale sulla piazza. E non solo. Il palazzo, oltre ad essere imponente, è ricco. Per l’occasione furono chiamate le migliori maestranze locali: affreschi, stucchi, pavimentazione, ogni cosa doveva esprimere eleganza, sfarzo.

Entriamo nel palazzo, oggi sede del museo comunale e polo culturale. Oltre 1200 mq di magnificenza: 14 vani nel seminterrato (dove c’ erano fienili, stalle e magazzini), altri 14 vani al primo piano (adibiti a uffici, camere per gli ospiti e servizi) fino a giungere, attraverso una maestosa scalinata, al piano nobiliare dove oltre alla cucina, alla sala da pranzo e al salone delle feste, vi erano le camere da letto per l’inverno e quelle per l’estate (distinte in base all’inclinazione del sole) con visuali panoramiche sulle due piazze del paese e sui territori del Calatino, visibili chiaramente da quella posizione.

 

Neanche questo è un caso. I Cocuzza avevano possedimenti a Marineo, nei territori di Grammichele, ed in particolare una grande stalla e tanti vigneti che riuscivano a sorvegliare da quell’ampia visuale. Ovviamente lavoravano per loro campieri, garzoni, insomma si narra di oltre 3000 uomini e donne alle loro dipendenze.

I Cocuzza completarono la loro ascesa sociale con l’elezione di Federico Cocuzza alla Camera dei Deputati, e poi al senato. Nel 1911 fondò, insieme ad altri imprenditori, la Società Anonima Ferrovie Secondarie della Sicilia, che permise i collegamenti ferroviari nell’area iblea: che lungimiranza!


Eppure questa storia ha un triste epilogo. Quando, disgraziatamente, l’unico erede maschio morì all’ età di 20 anni, fu interrotta la costruzione del palazzo (ancora oggi è visibile un’ala non rifinita) e si giunse al declino. Eppure la maestosità e l’ eleganza di quel palazzo, nonostante anni bui, non smette ancora oggi di stupire.

Osservo i motivi floreali degli stucchi, gli affreschi neoclassici di muse e paesaggi ameni e lascio alla mia immaginazione continuare… Eleganza fa rima con speranza: che tutti possano lasciarsi ammaliare, e si possa sempre più valorizzare!

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