of shadows

A TUTTO VOLUME a cura di Paperboatsongs   Foto di Dodo Veneziano

Un siciliano in giro per il mondo, da Palermo in giro per quattro continenti, un ricercatore musicale di sentimenti a scavare per ricercare se stesso nella musica e nelle altre culture. Come è iniziato questo tuo lungo viaggio partendo dalle tue radici, dalla nostra terra?
«Il viaggio ha avuto inizio quando ero ragazzino, iniziai a suonare per emulare Johnny B. Goode in “Ritorno al futuro”, è molto poco poetico ma, in quel momento, ho deciso di essere quella persona lì. Nonostante la mia famiglia non è composta da musicisti chiesi la chitarra e per mesi cercai, vedendo innumerevoli volte il film in VHS, di imparare le posizioni delle dita sulla tastiera. Imparai Johnny B. Goode ancor prima del giro di Do. Crescendo iniziai ad ascoltare e scrivere musica che rifletteva la mia personalità».

Direi l’artista musicale contemporaneo più internazionale che abbiamo nella nostra Sicilia. Immaginiamo che il tuo feeling con la lingua inglese sia assolutamente naturale ma, cosa ti ha spinto a renderla la lingua dei tuoi sentimenti?
«Non ricordo cosa mi ha spinto a scrivere in inglese e l’ho sempre fatto da adolescente, è innata. Non riuscivo a fare il salto di astrazione in cui gli ascolti che incrociavo nel mio cammino si realizzavano poi in lingua italiana e l’inglese ha prevalso naturalmente e si è chiaramente perfezionato nel tempo, ho acquisito una familiarità sempre maggiore. È sempre strano rispondere a questa domanda in quanto è stato tutto davvero naturale».

Chi ha avuto modo, come me, di conoscere il libro ed il disco “Un mondo raro” che racconta la vita di Chavela Vargas scritto da te e Antonio Dimartino è rimasto affascinato da questa ricerca musicale e letteraria. Cosa c’era nella vita di Chavela Vargas che ti somiglia?
«È difficile dire che qualcosa possa rassomigliarmi a tale personaggio, a tale grandezza, è irrispettoso. Di certo la sua vocazione alla libertà assoluta, che poi ha pagato anche con la solitudine. La Costa Rica degli anni ’20 era intrisa di condizionamenti sociali che lei ha sfidato donandoci delle lezioni di vita, lezioni di libertà. Lei ha smontato un sistema di valori musicali improntati su un genere prevalentemente maschilista come quello della “ranchera messicana” con la propria interpretazione, lo ha reso esistenzialista al punto da poter paragonare le sue interpretazioni a quelle di Edith Piaf o Billie Holiday. Questo tipo di libertà nello smontare i generi musicali per trovare la bellezza mi affascina, una lezione che cerco di avere davanti ai miei occhi ogni giorno quando compio le mie scelte. Solo se sei libero scovi delle corrispondenze che ti sorprendono e creano nuove sinergie».

“Of Shadows” il tuo ultimo album, intenso e delicatissimo e tante date all’estero importantissime. Di quali “ombre” parli? Quali sono le ombre di Fabrizio Cammarata?
«Sono ombre dell’anima, di quando decidi di fare una ricerca nelle parti più buie e più scomode dell’interiorità. Proprio per questo nel titolo “delle ombre” ho voluto dare un carattere accademico tipico delle opere antiche, quasi latina se vogliamo. È un percorso, una ricerca e per quanto possa sembrare universale ciò che scrivo è molto personale, il mio viaggio, il mio racconto di una storia sentimentale. L’obiettivo era la ricerca interiore in sé e per me è stato un successo riuscire a compiere questa indagine, una sorta di auto-terapia efficace, spontanea e senza vergogna. Il disco quindi è un successo personale».

 

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