Nel ventre della terra: viaggio tra i parchi minerari siciliani

di Irene Valerio   Foto di Ente Parco Minerario Floristella Grottacalda


Le miniere di zolfo della Sicilia, situate prevalentemente nel territorio di Enna, Caltanissetta e Agrigento, erano in funzione già al tempo dei Romani, i quali impiegavano la materia prima estratta per scopi medicinali e bellici. Le loro risorse, tuttavia, non attirarono molte attenzioni fino al diciannovesimo secolo, quando con la Seconda Rivoluzione Industriale crebbe la richiesta di polvere da sparo e gli imprenditori europei studiarono minuziosi piani per controllare le ricchezze offerte dal sottosuolo siciliano, mettendo a punto un sistema gerarchico che spesso gli studiosi hanno paragonato alla tratta degli schiavi.

Oggi questi centri non sono più operativi, in ottemperanza a un decreto emanato nella seconda metà del secolo scorso, ma negli ultimi anni alcuni sono diventati poli d’interesse turistico, come il Parco di Floristella-Grottacalda, situato in provincia di Enna, che ispirò Luigi Pirandello per il soggetto della famosa novella “Ciaula scopre la luna”.

Qui nelle notti più quiete, quando i rumori si attutiscono fino a divenire impercettibili, sembra quasi di udire ancora il mesto scalpiccio dei lavoratori che un tempo si trascinavano lungo questi umidi cunicoli, di Rosso Malpelo e del suo amico Ranocchio, di Ciaula e di zì Scarda, con il suo occhio bendato. Di giorno, invece, uno sterminato silenzio avvolge questi luoghi brulicanti di memorie abbandonate, e l’unico segnale di vita, quando non ci sono scolaresche in visita, è il gracchiare dei corvi che si fonde al soffio del vento.

Ci si trova, insomma, di fronte a un paesaggio che può apparire desolato, ma che un tempo risuonava di mormorii e di laconiche cantilene intonate dagli “uomini in piccone”, i quali trascorrevano nell’oscurità fino a dodici ore al giorno. Tra di loro, nelle gallerie dove non giungeva la luce del sole, c’era chi camminava a fatica dopo una vita in miniera; c’era chi nel pieno delle forze avrebbe voluto fare il falegname o il contadino, ma che per un tiro della sorte beffarda si era ritrovato lì a invecchiare prima del tempo; c’erano infine i bambini, i cosiddetti “carusi”, che non superavano i quattordici anni e assistevano impotenti al progressivo declino della loro anima che, invece di sbocciare, si faceva scura come il ventre della terra.


A richiamare questi uomini spingendoli verso le miniere ci pensavano apposite figure itineranti che, girando per i paesi arsi dalla fame, speculavano sulla miseria altrui proponendo alle madri di famiglia il “soccorso morto”, un prestito in denaro che sarebbe stato risarcito con le prestazioni dei figli, dei mariti o dei fratelli, i quali erano pagati con una somma talmente esigua da rimanere vincolati per una vita ai loro datori di lavoro, che divenivano a tutti gli effetti i loro padroni. Si trattava di proposte indecenti, ma per coloro che sostavano inermi davanti ai campi duri per la siccità la prospettiva di un impiego era rincuorante e induceva a sacrificare pure la libertà: anche se nessuno avrebbe voluto scendere nei tortuosi labirinti ululanti che inghiottivano chi volevano, per un pezzo di pane si era disposti ad accettare qualsiasi compromesso e si prestava fede persino alle promesse più infami.

Il periodo di più intensa attività delle miniere di Floristella e Grottacalda fu l’Ottocento, secolo nel quale si registrò una massiccia presenza di bambini e si verificò uno dei più umilianti processi di sfruttamento lavorativo della storia dell’Isola, un fenomeno sul quale ancora è doveroso far luce. Successivamente, a partire dagli anni Trenta, le due cave ennesi entrarono in crisi, fino a quando cessarono ogni attività e furono abbandonate, attraversando una fase di totale incuria.
La nascita del Parco Minerario di Floristella – Grottacalda, oggi il più grande della Sicilia, risale al 1991, quando fu deciso di trasformare questi luoghi di sfruttamento in musei della memoria, affinché il ricordo di ciò che è stato non decada e non venga sepolto dal silenzio.

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