Articolo a cura di Alessia Giaquinta

Uno dei personaggi emblematici della nostra Sicilia è sicuramente Giufà, il ragazzo ingenuo e contorto, incredibilmente fortunato e in qualche modo filosofo, protagonista di numerose novelle che ci parlano di un mondo contadino e sempliciotto lontano dal nostro, eppure sempre contemporaneo.
In uno dei racconti tramandatici, si narra che Giufà, il giorno di Natale, fu mandato dalla madre a comprare la trippa dal macellaio, con la raccomandazione di ripulirla per bene.
Giufà allora, dopo averne acquistato un pezzo, decise di immergerla nelle acque del mare. Poco convinto del risultato, Giufà chiese aiuto a uno dei pescherecci che si trovava lì nei pressi. I marinai, allarmati dalle urla del ragazzo, si apprestarono a giungere a riva pensando che fosse successo qualcosa di grave: mai potevano immaginare che Giufà volesse chiedere loro se la trippa era stata pulita per bene.
A questo punto esistono delle varianti della storia.
Quella che ho scelto di raccontare vuole che il giovane Giufà, in preda alla confusione, decise di tornare a casa e chiedere consiglio alla madre che, nel frattempo, era uscita per recarsi alla Santa Messa di Natale.
Giufà, allora, la raggiunse in chiesa.
Proprio in quel momento, il sacerdote dal pulpito stava facendo un’omelia sui rischi dei peccati di gola. “Per la ventri (la trippa) – diceva il prete – si robba e s’ammazza. La gola è uno dei peggiori vizi”.
Giufà, a quelle parole, lanciò in aria la trippa e fuggì, onde evitare di cadere in tentazione.
Buon Natale, amici lettori di Bianca, e…badate bene a non fare come Giufà, sarebbe un vero peccato!

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