Museo del Costume di Scicli, oltre un secolo di storia iblea e non solo

 

Articolo di Salvatore Genovese    Foto di Museo del Costume

Si sa che, decidendo di visitare un museo, bisogna predisporsi a quello che viene comunemente definito ‘un salto nel passato’, più o meno recente.
Ma quello che accade, se si sceglie di visitare il Museo del Costume di Scicli, in fondo alla camillerianamente famosa via Francesco Mormino Penna (una delle principali location tra quelle utilizzate per la fiction del Commissario Montalbano e che per questo ha acquisito notorietà internazionale) è qualcosa di particolare: il visitatore, prima di varcare la soglia che introduce nei locali che, uno di seguito all’altro, ospitano la mostra, si sente ‘catapultato’ dentro un’antica (potrebbe essere diversamente?) macchina del tempo.
Il museo, infatti, è stato allestito dai coniugi Giovanni Portelli, medico appassionato di ricerche etnografiche, e Giovanna Giallongo, archivista (sarà un caso?) al piano terra di un grande edificio che, in passato, ha ospitato il Monastero delle Agostiniane. Prima di accedervi, si attraversano alcuni ambienti prodromici che sanno ancora di antico. Se poi ad accogliervi, accanto all’ingresso del Museo, è il decano Francesco Carpintieri che vi guarda austero da un gigantesco quadro ad olio, opera del pittore Gregorio Scalia che, insieme al figlio Raffaele, ha decorato la volta del salone di uno dei più noti edifici storici di Scicli, Palazzo Busacca, l’imprimatur di antico è cosa fatta!


L’ esposizione si compone di abiti, cappelli, scialli, ombrelli, bottoni, scarpe, biancheria intima e altri elementi del ‘coprirsi’ che temporalmente spaziano tra il 1860 e il 1960 ed è arricchita da utensili e grandi attrezzi da cucina, sapientemente allocati intorno a un grande forno a legna e a una tannura o apparecchiati sopra il classico tavolo di legno a sei posti.

Nel Museo del Costume di Scicli, uno dei più qualificati della Sicilia, fanno bella mostra antichi strumenti musicali e una culla in ferro battuto. Una ricca, anche per la preziosità degli abiti esposti, sezione museale è dedicata al mondo arabo.

Chiediamo al dottor Portelli come è nata l’idea di dar vita a questo museo.
«Da una specifica ricerca etnografica sul territorio realizzata nei primi anni ‘90. Si trattava di una raccolta di antiche ricette e, più in generale, del ‘sapere’ della cucina. Poi la ricerca si è ramificata e uno dei settori dove si è maggiormente sviluppata è stato quello dei costumi d’epoca, materiale ‘fragile’, in quanto destinato, nel tempo, all’obsolescenza; non a caso, è stato più facile recuperare costumi nobiliari e borghesi, piuttosto che popolari, poiché quest’ultimi non venivano conservati, ma utilizzati finché possibile. Altro settore che ci ha suscitato un certo interesse è stato quello fotografico, che oggi costituisce un vero e proprio archivio del quale sono testimonianza le foto che vengono, di volta in volta, esposte».


Quindi un interesse antropologico per il territorio sciclitano che si è generalizzato nel tempo?
«Concordo sulla sua progressiva generalizzazione, ma non sul fatto che riguardi solo Scicli. Costumi e quant’altro sono stati cercati e reperiti in un’area molto più vasta, comprendente numerosi altri Comuni dell’area iblea e non solo. La sezione araba, ad esempio, ha dei ‘pezzi’ provenienti dai Paesi del Nord Africa».

Ho notato un certo interesse per gli accessori. Sbaglio?
«Non sbaglia. Riteniamo, infatti, che gli accessori rivestano un’ importanza storica che va ben oltre l’interesse per semplici ‘oggetti antichi’. Sono piccoli, ma significativi segnali di vita, che indicano le differenze sociali di quei tempi. Basta mettere a confronto un abito da sposa borghese con uno popolare per rendersi conto anche della diversità degli accessori. A proposito di abiti nuziali, da notare che non sono di colore bianco, almeno fino al Concordato tra Stato e Chiesa del 1929, firmato da Mussolini e dal Cardinale Gasparri. Questo perché un abito da sposa colorato si sarebbe potuto usare anche in futuro; un abito bianco, no. Ma nei Patti Lateranensi fu deciso che doveva essere bianco!».

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