Articolo di Angelo Barone   Foto di Giuseppe Leone

ll Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, riunitosi dal 26 novembre al 1° dicembre 2018 a Port Louis, nelle Isole Mauritius ha iscritto “l’Arte dei muretti a secco” nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. L’iscrizione è comune a otto paesi europei: Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

Nelle motivazioni l’Unesco evidenzia che “l’arte dei muretti a secco consiste nel costruire sistemando le pietre una sopra l’altra, senza usare altri materiali se non, in alcuni casi, la terra asciutta. Queste conoscenze pratiche vengono conservate e tramandate nelle comunità rurali, in cui hanno radici profonde. Le strutture con i muri a secco vengono usate come rifugi, per l’agricoltura o l’allevamento di bestiame, e testimoniano i metodi usati, dalla preistoria ai nostri giorni, per organizzare la vita e gli spazi lavorativi ottimizzando le risorse locali umane e naturali. Queste costruzioni dimostrano l’armoniosa relazione tra gli uomini e la natura e allo stesso tempo rivestono un ruolo vitale per prevenire le frane, le inondazioni e le valanghe, ma anche per combattere l’erosione del suolo e la desertificazione, migliorando la biodiversità e creando migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”.

Orgogliosi di questo importante riconoscimento ci ha colpito il silenzio assordante con il quale è stata accolta la notizia in Sicilia e la comunicazione nazionale dell’evento che non cita mai come esempio il paesaggio degli Iblei, caratterizzato più che altrove dai muretti a secco.

Non vogliamo essere partecipi di queste distrazioni e rendiamo omaggio a questo riconoscimento con la copertina de “La pietra vissuta – Il paesaggio degli Iblei” di Mario Giorgianni, con un saggio di Rosario Assunto e le foto di Giuseppe Leone, edito da Sellerio Editore Palermo nel 1978.

Questa preziosa pubblicazione segna una pietra miliare nel far conoscere al mondo della cultura italiana l’essenza del paesaggio degli Iblei tramite le foto di Giuseppe Leone e trovo anticipatore di questo riconoscimento Unesco il saggio introduttivo – Iniziazione a un’altra Sicilia – del “filosofo delle forme” Rosario Assunto. “Per un convinto assertore dell’estetica del paesaggio le immagini fotografiche per le quali l’amico Giorgianni mi ha fatto l’onore di chiedere un commento teorico, hanno un interesse che non esito a definire di prim’ordine. Basterà, infatti, che uno le osservi con un minimo di attenzione per trovare in esse la conferma documentaria alla esteticità del paesaggio come oggetto di contemplazione vissuta (nel senso che contemplare il paesaggio fa tutt’uno col viverlo)”.

Furono i contadini i primi a costruire i muri a secco, utilizzando le pietre che venivano fuori dalla terra con l’aratura, per recintare i propri terreni e realizzare le chiuse dove alternare seminativi e pascoli. Successivamente nacquero i mastri del muro a secco, con i quali la tecnica di costruzione raggiunse il punto di raffinatezza che conosciamo e ammiriamo. Di questi mastri, Gesualdo Bufalino ne “Il sudore e la pietra” scriveva: “Li rivedo, questi eroi di rade e grevi parole, seduti ai quattro capi d’un tavolo per una partita di briscola; o fuori, sui marciapiedi estivi, a prendere il fresco che saliva dalle cantanti cannelle della fontana di Diana. Erano, ma io non lo sapevo né lo sapevano loro, i superstiti esemplari di una razza moribonda, i rappresentanti supremi d’una civiltà della bottega che presto sarebbe scomparsa o si sarebbe traviata in forme utilitarie e robotiche”. Fortunatamente i mastri di muri a secco non sono scomparsi e possono tornare protagonisti di quel restauro del paesaggio di cui scriveva Rosario Assunto né “La pietra vissuta”: “semplice restauro conservativo”. I muri a secco segnano la cultura iblea e sono parte della bellezza del suo altopiano che insieme allo splendore del barocco, all’armonia tra città e campagna e ai tanti prodotti di queste chiuse – il carrubo, il formaggio ragusano, l’olio Monti Iblei, il vino Cerasuolo di Vittoria, il cioccolato di Modica, il fagiolo “cosaruciaru” di Scicli e la cipolla di Giarratana – possono rilanciare il turismo e lo sviluppo di questa terra e continuare a far vivere le sue pietre.

 

 

 

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