Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Giuseppe Leone

Impareggiabili nella loro bellezza, forma e struttura, i muretti a secco caratterizzano il territorio ibleo da numerosi secoli e hanno orecchie e occhi pronti a testimoniare la meravigliosa vivacità storica e biologica della nostra terra.

Ci pensate se al posto dei muretti a secco, nelle nostre strade, ci fossero solo guardrail?
Beh, non sarebbe la stessa cosa, quantomeno non sarebbe la nostra terra.
Stanno lì, da secoli ormai e se interrogate, quelle pietre, raccontano storie che ci appartengono e che nutrono la nostra memoria storica.
Durante il XV secolo, nella Contea di Modica, governata dagli Henriquez-Cabrera, si stabilì una nuova forma di affitto dei terreni che permise alla Contea di diventare tra i più importanti stati feudali dell’Isola.
Questo affitto è detto enfiteusi. In pratica, i Cabrera affidarono ai contadini grandi appezzamenti di terreni incolti, pretendendo in cambio dodicimila salme di frumento prodotto.
Questo costituì una svolta storica per l’altopiano ibleo poiché il contratto di enfiteusi permise la formazione di un nuovo ceto di piccoli e medi proprietari impegnati a custodire e coltivare le terre. E dunque, i muretti a secco? È logico pensare che fosse necessario recintare, dividere, i vari appezzamenti di terreno. Per questo motivo i contadini si premurarono ad escogitare un metodo per incorniciare i terreni attraverso un’arte che si tramanda da generazione in generazione.
I muretti a secco, dunque, nascono dall’esigenza di segnare il limes, il confine. Essi, inoltre, nella maggior parte dei casi, prendono vita dal terreno stesso: le pietre dei muretti, infatti, derivano dall’opera di spietramento connessa alla bonifica delle campagne.
Dunque immaginiamo questi mastri ri mura (costruttori di muri) che abilmente costruivano quella suggestiva ragnatela che, ancora oggi, percorre le nostre campagne. Immaginiamoli con i loro attrezzi: u martieddu (il martello) che definisce le sporgenze della pietra e a lenza (lo spago) che definisce il tracciato. Immaginiamoli immersi in quest’arte – non potremmo definirla diversamente – che prevede l’accostamento delle pietre senza l’utilizzo di malta o cemento, a secco appunto.
I muretti a secco sono stati inseriti nel Registro delle Eredità Immateriali dell’UNESCO e indubbiamente costituiscono una delle peculiarità del territorio ibleo che, attraverso questi, viene esaltato come un meraviglioso quadro impreziosito da una splendida cornice.
Immaginate. Ci sono due contadini che litigano perché i muri di un terreno hanno invaso quelli del vicino; uno dei due si accinge a far crollare una parte della costruzione. Guardate lì, invece, ci sono delle pecore che pascolano liberamente all’interno delle cornici dei muretti a secco, senza occupare i terreni vicini.
Da quella parte, invece, i muretti hanno arginato le frane del terreno. Quanti quadri si presentano ai nostri occhi incorniciati dai muri a secco. Ne ho visto un altro: una simpatica lucertola tra le fessure dei muretti aveva costruito la sua dimora sopra quella di un gruppo di lumache. Chi lo ha detto che i muri non parlano? Bisogna saperli ascoltare, guardare e conservare.
Loro stanno lì, vivi, testimoni di storie, della nostra storia.

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