Articolo di Irene Novello,  Foto di Michele Buscema e Pietro Spedale

Nella mitologia greca Demetra, la dea delle messi, personificava la forza generatrice della terra. La dea ebbe dall’unione con Zeus, Persefone (detta anche Core).

Il culto di Demetra è legato a quello della figlia Persefone e alle vicende che interessarono quest’ultima. Il mito racconta che Persefone, un giorno, mentre raccoglieva fiori vicino al lago di Pergusa (Enna), fu rapita da Ade, il re degli Inferi, che la portò a vivere con lui nell’oltretomba. La madre disperata, vagò per nove giorni in tutta la Grecia alla ricerca della figlia; decise di abbandonare i suoi poteri divini e di rifugiarsi ad Eleusi, fino a quando non avesse riavuto la figlia. Da quel momento tutta la natura s’inasprì e la terra diventò sterile. Zeus, preoccupato per il futuro dell’umanità, ordinò ad Ade di liberare Persefone e di restituirla alla madre. Ma Persefone, durante il suo soggiorno nell’oltretomba, inconsapevole delle conseguenze, aveva mangiato un chicco di melograno (il frutto degli Inferi), legandosi così per sempre al regno dei morti. Allora Zeus raggiunse con Demetra un accordo: Core avrebbe trascorso sei mesi dell’anno, a partire dalla primavera, con la madre sulla terra e gli altri sei mesi, dall’inizio dell’autunno, insieme al marito Ade negli Inferi. Fu così che Demetra tornò a far germogliare la natura, mentre Core tesseva la vita degli esseri viventi determinando il ciclo delle stagioni.

Il culto di Demetra è molto diffuso in Sicilia, è attestato da diversi santuari sparsi nell’isola, che ricordano il ruolo determinante di questa divinità per una terra che è sempre stata fertile sin dagli albori dell’umanità. Infatti, nei secoli che precedono la colonizzazione greca, era diffuso il culto della Dea Madre, divinità legata anch’essa alla fertilità della terra. Con l’arrivo dei Greci, a questo culto indigeno si sovrappone quello ellenico di Demetra, in particolare si diffonde sotto il governo dei Dinomenidi (VI-V secolo a.C.), che furono i tiranni di Gela e di Siracusa. Morgantina sembra essere stata nell’antichità il centro da dove il culto s’irradiò in tutta l’Isola. La città, oggi territorio di Aidone, fu fondata tra l’XI e il X secolo a.C. dai Morgeti, provenienti dalla penisola italica ed ellenizzata a partire dalla metà del VI secolo a.C. da coloni greci. Subì il dominio dei tiranni siracusani, durante la seconda guerra punica insieme con altre città siciliane si alleò con Cartagine e infine fu distrutta nel 211 a.C. dai Romani. Il sito offre al visitatore oltre mille anni di storia, e il fascino della visione di una città completa di quegli edifici che caratterizzavano la civiltà greca: l’agorà, il teatro, i santuari, il bouleuterion (sede del consiglio cittadino), i quartieri residenziali, le fornaci, etc. Morgantina è l’antica città dell’entroterra siciliano meglio conosciuta nelle sue vicende storiche, grazie alle numerose campagne di scavo iniziate a partire dagli anni ’50 con Bernabò Brea.

I suoi abitanti furono devoti al culto di Demetra e Core, testimoniato dalla presenza di numerosi santuari e dalla fertilità del territorio attraversato dal fiume Gornalunga. La produzione cerealicola fu la principale fonte di ricchezza, erano presenti diversi granai. Legati a questo culto sono dei reperti che negli ultimi anni hanno visto Morgantina al centro di una vicenda diplomatica e giudiziaria che ha riguardato il rimpatrio di opere d’arte italiane, custodite al Getty Museum di Malibù, e trafugate in Italia in tempi remoti. Si tratta della Dea di Morgantina, gli argenti, gli acroliti e la testa di Ade, oggi esposti al Museo Archeologico di Aidone. La testa di Ade è legata alle scoperte fatte da una giovane archeologa ennese, Serena Raffiotta, che studiando dei reperti conservati al museo di Aidone, trova un ricciolo azzurro, il quale si scoprirà appartenere al reperto custodito a Malibù. Il suo studio dimostra come la ricerca sia importante per la storia della nostra terra e per la conoscenza del nostro patrimonio culturale.

 

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