Le minne di Sant’Agata, ‘a picciridda

Articolo di Titti Metrico   Foto di Samuel Tasca

Se vi trovate in Sicilia dal 3 al 6 Febbraio, vi consiglio di visitare Catania: è il periodo dell’anno dove la città mostra tutta la sua devozione per la Picciridda, sì, parliamo proprio di lei, “Sant’Agata”.
I turisti, sempre più numerosi a visitare la città, non possono fare a meno di fermarsi in una pasticceria, per gustare il tipico dolce che già dalla sua forma richiama la storia di Sant’Agata.
Per capire meglio cosa sono le “minnuzze” è meglio che vi racconti brevemente la sua storia. Nel III secolo d.C. la bellissima Agata, figlia di una ricca e nobile famiglia catanese, proprietaria di molti terreni, fu educata secondo i principi della fede cristiana, così sin da bambina sentì che il suo cuore apparteneva a Cristo, tanto che a quindici anni il vescovo di Catania accolse la sua richiesta, quella di consacrarsi a Dio. Durante la cerimonia ufficiale chiamata “velatio”, il vescovo le impose il velo rosso, indossato dalle vergini consacrate. Alla cerimonia era presente anche Quinziano, proconsole di Catania, che rimase colpito dalla sua bellezza al punto che commise un atto ingiusto: la accusò di vilipendio della religione di stato, una grave accusa, quindi ordinò di catturarla e portarla a palazzo. Agata riuscì a scappare, rifugiandosi in luoghi che oggi sono diventati di culto, ma alla fine fu catturata e portata davanti al cospetto di Quinziano che rivedendola fu assalito da un’ardente passione. Agata, tuttavia, non cedette. Il proconsole allora decise di affidare la giovane a una cortigiana di facili costumi di nome “Afrodisia” per rieducarla. La cortigiana dopo un mese di banchetti osceni, festini, divertimenti e ogni tentazione immorale, sconfitta, riconsegnò la giovane a Quinziano dicendo: «Questa ha la testa più dura della lava dell’Etna». Il proconsole la fece imprigionare, torturare e non riuscendo a piegarla, assalito dalla rabbia, le fece strappare i seni con delle grosse tenaglie. L’apparizione di San Pietro risanò le ferite ma Quinziano ordinò di metterla al rogo, così mentre lei veniva martoriata dal fuoco il velo che indossava rimase intatto, per questa ragione “il velo di Sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose.
I piccoli seni, ricordo dell’infame martirio, sono diventati il dolce simbolo della Santa Patrona della città di Catania.
Le “minnuzze di Sant’Agata” sono tonde e bianche, una cassatella ricolma di gusto fatta con un morbido pan di spagna, bagnato con il rosolio, un cuore di freschissima ricotta di pecora farcita con gocce di cioccolato e canditi, e un guscio di fondente di zucchero rifinito con una ciliegia candida in cima. La scrittrice Giuseppina Torregrossa nel suo libro “Il conto delle minne” scrive: “La decorazione era una fase particolarmente delicata e io percepivo tutta la solennità del momento. Le cassatelle dovevano assomigliare a seni veri, altrimenti correvamo il rischio di scontentare la santa che, suscettibile com’era, avrebbe potuto toglierci la sua protezione. La nonna si metteva gli occhiali, apriva le persiane per far entrare più luce, poggiava una ciliegina, si allontanava un poco dal tavolo e controllava che fosse centrata bene…”. Ma, attenzione a non portare ai catanesi le cassatelle di pasta frolla chiamandole “minnuzze di Sant’Agata”, perché non finirebbero di prendervi in giro, quelle sono le “minne delle vergini”, tutt’altra storia, che vi racconterò magari un’altra volta.

Ingredienti e dosi per dieci dessert

PER LA PASTA FROLLA
Farina 00 485 gr
Burro 190 gr
Zucchero a velo 150 gr
Uova 3 tuorli
1 bacca di semi di vaniglia
o 1 bustina di vanillina

PER IL RIPIENO
Ricotta di pecora 600 gr
Arance candite 80 gr
Cioccolato fondente 100 gr
Zucchero a velo 100 gr
Arance scorza grattugiata di 1 (facoltativa)


 

PER LA GLASSA E GUARNIRE
Zucchero a velo 525 gr
Uova 3 albumi
Limoni 3 cucchiai di succo
Ciliegie candite 10

Vi consiglio di servirne sempre la coppia su un piatto

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