Articolo di Alessandra Alderisi, Foto di Samuel Tasca

I colori dell’autunno dipingono di toni caldi e avvolgenti non solo il paesaggio dell’altopiano ibleo ma anche le ricette di tutta la cucina siciliana. Tra gli ingredienti più sani e genuini da portare in tavola, senza rinunciare al gusto, la nostra generosa terra ci regala a partire dal mese di ottobre i frutti del melograno che, ricchi di antiossidanti, vitamine e sali minerali, rappresentano un ottimo alleato del nostro sistema immunitario in vista della stagione invernale.

Ogni melagrana con la sua buccia coriacea, spessa e dal colore rosso intenso è come uno scrigno che custodisce e protegge delle gemme di rara bellezza, i suoi semi dal sapore acidulo e ricco di tannino. Da essi si ricava, dopo la spremitura, un succo dissetante, drenante e anti-age, un nettare di benessere che ha le proprietà di un vero e proprio elisir di eterna giovinezza.

L’albero del melograno è una pianta millenaria di origine asiatica. La sua coltivazione e diffusione nella zona mediterranea si deve prima di tutti ai Fenici, e in seguito anche ai Greci, ai Romani e agli Arabi. I suoi frutti antichi intrecciano la loro storia con i miti e le leggende di questi popoli tessendo le trame di una simbologia che, accompagnata da un’aura di magia, è rimasta intatta fino ai giorni nostri.

Nell’immaginario della tradizione ebraica, per esempio, la melagrana ha sempre avuto un significato connesso ai concetti di giustizia, correttezza e saggezza. La credenza vuole, infatti, che i chicchi contenuti al suo interno siano 613 come le prescrizioni della Torah. Passando dalla religione abramitica al culto degli Dei arriviamo alla mitologia greca, dove Persefone viene spesso raffigurata con questo frutto in mano. Si tratta di una suggestione iconografica che affonda le sue radici nella leggenda. Persefone era figlia di Zeus e Demetra, dea dell’agricoltura. Un giorno mentre raccoglieva i fiori per i campi la terra sotto i suoi piedi si aprì facendola sprofondare nell’oltretomba dove ad aspettarla c’era Ade, dio degli Inferi, che invaghito della fanciulla decise di sottrarla al mondo dei vivi per farne la sua sposa. Demetra adirata per il rapimento della figlia decise di fare in modo che i frutti non maturassero più e così ebbe inizio l’inverno perpetuo. Zeus ordinò allora ad Ade di liberare Persefone. Egli non oppose resistenza a questa decisione ma con l’astuzia e l’inganno trovò il modo di costringerla a tornare da lui. Persefone aveva mangiato il seme della melagrana e con questo gesto aveva accettato inconsapevolmente di passare sei mesi sulla terra con la madre e gli altri sei mesi negli Inferi come sposa di Ade. Il frutto in questo caso diventa simbolo di un legame, tra la vita e la morte, che influisce anche sullo scorrere delle stagioni e sui cicli produttivi delle colture.

Ma quali sono le usanze e le storie della nostra isola connesse indissolubilmente al melograno? Si narra che le spose siciliane fossero solite portare i rametti di questo albero portafortuna tra i capelli come emblema di fertilità, ricchezza e buon auspicio per le nozze. Le melegrane, inoltre, erano sempre presenti negli addobbi natalizi per augurare prosperità e benessere. Anche Gesualdo Bufalino prese ispirazione da questo frutto e nel suo romanzo “Argo il cieco, ovvero i sogni della memoria” ci restituisce con le sue parole un’immagine poetica della città di Modica definita come “un paese in forma di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno spone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi, con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re…“.

La coltivazione del melograno rappresenta oggi un modello di agricoltura innovativo e sostenibile, che riscopre le origini per trovare nuova linfa vitale in quello che è un mercato in rapida espansione grazie a un crescente interesse dei consumatori per questo frutto entrato a pieno titolo nella top ten dell’healthy food.

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