Il fascino discreto del Marsala


Articolo di Titti Metrico    Foto di Samuel Tasca

 

Il vino Marsala è certamente uno dei patrimoni dell’enologia italiana e chi gli si avvicina per la prima volta non può non subirne il fascino; ciononostante oggi non gode della fama che meriterebbe.
La zona della costa occidentale della Sicilia che va da Trapani a Marsala e si affaccia sulle isole Egadi, si sa, è sempre stata particolarmente vocata alla produzione del vino, come testimonia l’apprezzamento che tutti i popoli del Mediterraneo le hanno riservato nel corso dei secoli.

I primi a scoprire le uve di questo territorio, infatti, furono i Fenici nel corso dei loro viaggi commerciali, ma, ironia della sorte, a scoprire le potenzialità del Marsala fu, molto più tardi (a fine ‘700), un commerciante inglese. Trovandosi a Marsala per affari, John Woodhouse fu costretto a sostarvi per qualche giorno con il suo equipaggio a causa delle avverse condizioni del mare. Quando per caso assaggiò il vino in una locanda del posto, ne rimase folgorato per l’accattivante complessità del gusto e dell’aroma che il Marsala riusciva a sprigionare. Capendo subito le potenzialità del prodotto s’ingegnò su come poterlo trasportare in nave senza fargli perdere nel lungo viaggio gli aspetti aromatici che tanto lo avevano colpito. La soluzione fu di addizionare alcool al vino con l’aggiunta di acquavite. Ne acquistò alcune botti da portare con sé in madrepatria, dove il vino ebbe un successo clamoroso perché ricordava i vini spagnoli e portoghesi che allora andavano di moda in Inghilterra, ma che avevano un costo decisamente superiore.

Fu così che Woodhouse decise di iniziarne la produzione e la commercializzazione sostituendo, per l’affinamento, al metodo fino ad allora utilizzato il “Perpetuum” (che consisteva nell’aggiungere al vino rimasto dalle annate precedenti quello di nuova produzione), il metodo “Soleras” che veniva invece utilizzato in Spagna e Portogallo per la produzione dello Sherry e del Madeira. Il metodo “Soleras” consisteva nel disporre il vino su diverse file di botti sovrapposte, riempiendo solo quelle poste nella fila più in alto e travasando, dopo un anno, parte del liquido nelle botti del livello inferiore, mentre quelle superiori venivano di nuovo riempite con il nuovo prodotto. In questo modo il vino che si trovava nella fila più in basso si arricchiva dei sapori e degli aromi delle uve delle differenti annate.


Ma a sancire la diffusione a livello mondiale del Marsala fu l’imprenditore di origine calabrese Vincenzo Florio, che rilevò le cantine Woodhouse divenendo il primo produttore del territorio e, grazie alla flotta mercantile posseduta dalla famiglia, cominciò a far conoscere il Marsala come vino da dessert in tutta Europa e successivamente anche negli Stati Uniti.

Oggi il Marsala è prodotto in diverse tipologie: il Marsala fine con un invecchiamento minimo di un anno; il Marsala superiore che invecchia minimo due anni; il Marsala superiore riserva che viene affinato per almeno quarant’otto mesi in legno, per arrivare al Marsala vergine o “Soleras”, il cuore del Marsala, con sentori floreali e di spezie oltre a cannella e liquirizia. Si può arrivare fino a 10 anni di affinamento in botte con il Marsala stravecchio o riserva.

Il Marsala viene prodotto con uve bianche Grillo, Inzolia, Cataratto o Damaschino, nel qual caso è denominato oro o ambra. In alternativa vengono impiegate uve a bacca rossa come Nero d’Avola, Nerello Mascalese o Pignatello per ottenere il Marsala rubino.
A secondo delle tipologie, si può bere come aperitivo, come vino da dessert o anche abbinato con frutti di mare perché il Marsala non è un vino banale, ma un vino che va capito perché allarga i confini del palato.


 


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