Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Samuel Tasca

Poetessa e scrittrice di numerosi saggi e romanzi, Maria Attanasio è una delle maggiori rappresentanti della scrittura contemporanea attuale. La incontro, insieme alla poetessa Debora Paternostro e al fotografo Samuel Tasca, nel suo “rifugio letterario” in cima alla Scala di Santa Maria del Monte. La vista è mozzafiato, domina tutta la città e lo sguardo si perde. Maria Attanasio, con i suoi occhi verdi accentuati ancora di più dai raggi solari, inizia a raccontarsi.
«La scrittura permette di conoscere ciò che è lontano. Sono curiosa verso il mondo e la scrittura, mia e soprattutto degli altri. Mi piace la pluralità del mondo in tutte le sue manifestazioni, perché il mare della conoscenza è sterminato e quello della sapienza è piccolo. La scrittura è il primo modo di comunicare e la passione nasce quando si è adolescenti, c’è questo momento di insicurezza, disagio esistenziale, si passa dall’infanzia ad un’altra dimensione e normalmente ci si sente non compresi, soli: attraverso un diario, una poesia, una pagina scritta si trova lo stimolo alla comunicazione, chi non riesce a comunicare usa la scrittura. Basta sapere riconoscere le emozioni forti e tradurle. La poesia non è solo solitudine o amore, è anche tensione, nel dire ciò che si sente profondamente. C’è una separazione tra il linguaggio della poesia, che si è evoluto come tutti gli altri linguaggi, e il linguaggio della comunicazione verbale che è rimasto altro».
Il suo è un legame molto forte con la propria terra e le proprie radici che permea tutte le sue opere.
«Nella scrittura di tutti i siciliani, da Verga a Sciascia e Bufalino, e dei poeti da Cattafi a Piccolo, c’è sempre uno stretto rapporto tra scrittura e appartenenza. Allo stesso tempo c’è la capacità dello scrittore di rendere universale ciò che vuole dire, materializza in un luogo il suo dire che non resta lì. Queste sono le due caratteristiche presenti in tutta la scrittura dei siciliani, rendendola centrale nella letteratura italiana. Per me Caltagirone è la matrice per raccontare. Parto da quella traccia di esistenza trovata in un archivio, leggendo un libro di storia patria, inizio da un frammento per raccontare storie ed esistenze vere. Mi interessano solo le storie in cui trovo un gesto di resistenza al tempo, al mondo e al conformismo. Quel gesto mi tocca ed io devo raccontarlo. E questo lo trovo a Caltagirone, dentro la storia e la memoria di questa città».
Attivista politica e consigliere comunale tra le fila del PCI, per Maria Attanasio «la militanza politica non è solo l’appartenenza ad un partito ma è un modo di guardare il mondo. Sono stata militante perché ci credevo, ci credo e mi vedo attraverso le cose che scrivo. Io faccio politica attraverso la scrittura. Riverso nella scrittura quello che penso attraverso personaggi o metafore».
Di recente è stata insignita di due importanti riconoscimenti per la sua produzione letteraria. «Mi ha fatto piacere ricevere il Premio Internazionale Gradiva dalla State University of New York, con “Blu della cancellazione”, non me lo aspettavo nonostante in America avessi già pubblicato una mia raccolta di poesie con una casa editrice indipendente newyorkese. Allo stesso modo il premio Brancati Zafferana, un premio importantissimo che dal ’68 ad oggi non era stato consegnato a nessun poeta meridionale. Una grande soddisfazione, per pochi voti ho battuto una mia collega poetessa milanese».
A breve leggeremo “La ragazza di Marsiglia”, il suo ultimo romanzo in uscita il prossimo 9 maggio edito da Sellerio. «Anche questo è un romanzo storico, ma per la prima volta il personaggio non è di Caltagirone ma in qualche modo ha a che fare indirettamente con la mia città. Narra dell’unica donna che ha partecipato all’impresa dei Mille, una cospiratrice che conosceva Mazzini e Garibaldi e che era stata la prima moglie di Crispi, ma che una volta diventato presidente del Consiglio fece annullare il matrimonio per sposare una donna più giovane di lui di ventiquattro anni e lei, ritenuta un’eroina, venne cancellata completamente dalla storia».

La parola mi prese per mano
fuggendo
il dito adunco dell’inquisitore
attraverso morbi città assediate
gorghi di noduli e piastrine
fino
al risuonante giardino della città d’argilla
– lì mi depose e fui sua figlia –
ritornando
talvolta in dormiveglia
col sambenito della penitenza
alta
sul rogo, Sant’Erasmo.

Lascia un commento
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *