L’estate di Bufalino. Amore e nostalgia in “Argo il cieco”

rubrica a cura di Alessia Giaquinta

«Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate». Il celebre scrittore di Comiso, Gesualdo Bufalino (1920-1996), affidò alla sua seconda pubblicazione “Argo il cieco”, nel 1984, la storia di un amore non consumato, vissuto in una “città a forma di melagrana spaccata”, Modica.

Era estate, non una qualsiasi. Era l’estate della vita, la giovinezza, che improvvisamente riaffiora nei ricordi del protagonista, “assediato dall’inverno in un albergo romano”.

Una sorta di diario-romanzo in cui l’autore narra vicende autobiografiche, accompagnate da riflessioni e aforismi, che si può leggere “come una ballata delle dame del tempo che fu, o come Mea Culpa di un vecchio che veramente si ostina a promuovere in leggenda, attraverso ilarotragici ingranaggi di parole, la sua povera vita nova” come scrive egli stesso nella quarta di copertina, a descrizione del suo romanzo.

L’innamoramento, la giovinezza, le illusioni e le speranze del giovane professore Angelo Costa (protagonista e alter ego dell’autore) si intrecciano coi ricordi, le disillusioni e gli acciacchi di una «vecchiezza dietro la porta» che incombe sul suo corpo ma che non ostacola le memorie di quell’intrepida estate del ’51, fatta di profumi di gelsomini, bellezze mediterranee e facili innamoramenti.

«Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna» scrive nel romanzo.

Una lettura che intriga sin dalle prime pagine è quella di “Argo il cieco”. La penna di Bufalino, con magniloquenza ed eleganza, è capace di rendere al lettore un continuo lampeggiare di immagini, suoni, profumi e geniali invenzioni narrative che affascinano e commuovono.


Bufalino è certamente un motivo di vanto per la Sicilia, terra di cui, oltre che figlio, egli era un profondo conoscitore e studioso. «La Sicilia non ha mai smesso di essere un grande ossimoro geografico e antropologico di lutto e luce, di lava e miele – scrisse nella raccolta Cere Perse – (…) Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non finirò mai di contarle».

E noi non finiremo mai di ringraziarlo per avercele rese, con la sua penna e il suo acume letterario sopraffino, in ogni sua opera.

 

 

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