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Bianca Food Bianca Magazine N.28

Le fave, ambasciatrici della primavera

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Articolo di Titti Metrico

Con l’arrivo della bella stagione esplodono i colori della natura e durante le passeggiate in campagna assistiamo a bellissime scene come quelle delle greggi al pascolo con vecchi pastori seduti su una grossa pietra a consumare il loro sano spuntino: pane, formaggio e fave. Li osservo per verificare se credono ancora alla leggenda secondo cui se si trova un baccello di fave con sette semi all’interno, si avrà una lunga e fortunata vita.

Il suo nome scientifico è Vicia faba o Faba vulgaris e appartiene alla famiglia delle leguminose. Le fave arrivano dall’Oriente, hanno origini antichissime, le consumavano già nell’età del bronzo e del ferro, ma le testimonianze più significative sul loro valore storico – antropologico appartengono all’epoca greco-romana. In molti mosaici pavimentali romani le fave sono raffigurate come pasti per i defunti, era abitudine usarle durante i riti funebri poiché si credeva che all’interno dei loro semi risiedessero i morti.

Nel Medioevo le fave furono definite “cibo rozzo” buono per sfamare gli animali, per concimare terreni o solo cibo per la gente povera, era diffusa l’abitudine di miscelare la farina di fave con quella cereale. Anche Plinio il Vecchio annota come questa miscela potesse essere consumata in un vasto ricettario assieme ad altri alimenti, questi piatti poveri divennero il simbolo dell’alimentazione monastica, mentre i ricchi mangiavano solo carne.

I nostri nonni si sono temprati mangiando legumi, immancabili sulle tavole dei contadini. Le fave rappresentavano la carne dei poveri, in quanto sostituiscono l’apporto proteico della carne, tanto che un detto popolare recita: «Favi e pisieddi a li puvirieddi”, ovvero fave e piselli ai poverelli.
Ancora oggi qualche nonna pratica la “muzzicatura” delle fave secche: era un vero e proprio rituale eseguito dalle donne, che ritmicamente le sgusciavano sedute davanti casa, battendole con un ciottolo sulla “chianca” (fianco, ndr). Una volta “muzzicate” le fave erano lasciate a bagno e poi con l’antica sapienza contadina preparavano a “pasta cò maccu” che può essere preparata sia con fave secche sia fresche.

In antichità considerato “il piatto del buon auspicio” veniva offerto dai proprietari terrieri al termine del raccolto a tutti i contadini per festeggiare la fine dei lavori.

Le fave contengono numerose sostanze nutritive e apportano numerosi benefici alla salute. Sono un alimento con un ottimo apporto di fibre, proteine e, soprattutto, di sali minerali come il fosforo, il ferro e il potassio.

 

La pasta cò maccu ri favi

La purea densa di fave, u maccu, è uno dei piatti tipici della cucina siciliana povera preferito dai contadini siciliani. Nonostante sia un piatto rinomato e preferito in tutta la Sicilia sembra che la ricetta sia nata nella zona di Agrigento o di Ragusa, dove ancora oggi viene servito a tavola durante tutto l’anno, soprattutto durante l’inverno. La pasta cò maccu rappresenta anche il piatto tipico della festa di San Giuseppe.

INGREDIENTI

  • 500 gr. di fave secche o fresche senza buccia
  • 1 mazzetto di finocchietto selvatico
  • 1 costa di sedano
  • 1 cipolla bianca
  • 200 gr. di spaghetti spezzettati, tagliatelle o altra pasta corta
  • 4 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • sale q.b.
  • pepe q.b.

PREPARAZIONE

Lasciate le fave a bagno in una ciotola con acqua fredda per una notte, il giorno dopo sciacquatele e tenetele da parte. Tritate sedano, cipollotto e carota e fateli soffriggere in un tegame con olio di oliva. Una volte cotte, aggiungete le fave e il finocchietto tagliato a pezzetti. Fate insaporire qualche istante mescolando bene con un mestolo di legno in modo che non aderisca al fondo del tegame. Dopo aver aggiunto acqua abbondante, fate cuocere a fuoco lento per alcune ore. Una volta ottenuta una crema densa delle fave aggiungete la pasta che preferite. Quando la pasta è cotta togliete dal fuoco e impiattate. Per completare il piatto aggiungente un filo d’olio extravergine di oliva, il pepe nero e il finocchietto selvatico. Una vera delizia per il palato.

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