Le campane di Tortorici: un’arte tramandata nei secoli

di Samuel Tasca

«Quando si completa la campana c’è l’orgoglio per una sfida vinta, c’è la folla che l’ammira, che la solleva sul campanile, c’è l’ansia per sentire il suono buono e perfetto e se tutto va bene lo scampanio a voga diventa l’orgoglio per un’opera fatta con ingegno e maestria, apprezzata e applaudita da tutto un popolo festante che ha ritrovato una nuova voce. Per l’insieme di queste cose siamo stati sempre famosi».

Sono le parole pronunciate da Jacopo Marotta, uno dei mastri campanari della città di Tortorici, borgo immerso nei verdi e boschivi scenari dei Monti Nebrodi, conosciuto a molti come la “città delle campane”. Un comune in cui la natura si fonde con il paesaggio urbano caratterizzato dai vicoli e dalle numerose contrade che scendono giù per la vallata. In questo luogo l’antica arte della realizzazione delle campane è stata tramandata di padre in figlio per secoli.

campana storica di tortorici

La lavorazione del bronzo, infatti, sembra essere stata una delle attività principali degli abitanti tortoriciensi. Si hanno tracce delle prime fonderie già dal XIII secolo. Il piccolo borgo deve alle sue campane la sua notorietà: quasi tutte le chiese di Sicilia e Calabria sembrano essere dotate di campane provenienti, appunto, dalle fonderie di Tortorici. Tra queste, anche alcune campane famose, come la grande campana che risiede nel Duomo di Catania, risalente al 1338; Dina e Clarenza, le note campane dell’orologio posizionato al Duomo di Messina; o la campana del Convento della Gancia a Palermo, passata alla storia poiché, all’udire dei suoi rintocchi, il popolo siciliano insorse nel 1860 contro il governo borbonico.


Una storia orgogliosa che oggi è possibile ripercorrere presso l’ultima fonderia rimasta in città: la Fonderia Trusso, oggi divenuta museo. Qui, oltre alla storia, è possibile viaggiare nel tempo e ripercorrere i processi elaborati che portavano alla realizzazione delle campane. Una lavorazione che si basava sui quattro elementi di acqua, terra, aria e fuoco che i mastri campanari ripeterono di giorno in giorno, affinando la loro arte e producendo campane dal suono perfetto. È, infatti, visitabile sia la camera della fornace, che l’area dedicata allo sfiatatoio e al colatoio dove il metallo fuso assumeva la forma delle campane così come la conosciamo. Oltre ai numerosi attrezzi utilizzati, è possibile osservare anche l’ultima campana realizzata nel 1956.

Quando sentirete un rintocco di campane oggi, che sia per annunciare un lieto evento o l’uscita di un Santo in processione, fermatevi un momento ad ascoltare quel “suono buono e perfetto”: nei rintocchi di quella campana ritroverete il popolo di Tortorici e la sua arte di maestri campanari.

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