Laura Distefano: il mestiere di scrivere tra rigore, passione e coraggio

di Patrizia Rubino   Foto di Salvatore Ferrara

C’è rigore, scrupolo e coraggio, nel lavoro di Laura Distefano stimata cronista di nera e giudiziaria ed esperta di storia della mafia siciliana. Giornalista professionista, 43 anni, originaria di Ispica, vive e lavora da diversi anni a Catania. Si fa notare per il suo stile incisivo che rivela studio e preparazione, attraverso l’intensa e lunga collaborazione con la testata online LiveSicilia, ma è anche la grande passione per il mestiere che traspare dai suoi articoli, a creare una forte empatia con i lettori.

Conclusa da qualche mese l’esperienza professionale con LiveSicilia, è approdata al quotidiano La Sicilia.

laura distefano giornalista

Quando scopri la tua passione per il giornalismo?
«Diciamo che l’ho maturata nel tempo. Da piccola amavo la danza e immaginavo una carriera da ballerina, crescendo ho abbandonato, però la passione per il ballo mi è rimasta dentro. Mi piaceva scrivere, a 12 anni ho cominciato a tenere un diario dove buttavo giù le riflessioni di un’adolescenza complessa. Ho frequentato un istituto tecnico, i miei genitori speravano in un mio futuro nell’azienda di famiglia, ma non era la mia strada così dopo il diploma scelsi di studiare Scienze della Comunicazione in Toscana. Non pensavo ancora al giornalismo, ma amavo scrivere e mi ero appassionata alla sceneggiatura. Tra il 2000 e il 2001 sono andata a studiare a New York, qui ho fatto uno stage alla Rizzoli; mi occupavo di fotocopie, ricerca di articoli e archiviazione. Un’ esperienza breve ma il contesto era molto stimolante. Rientrata in Sicilia, dopo una parentesi a Torino, il mio approccio importante al giornalismo nasce dalla collaborazione con Video Mediterraneo, emittente televisiva di Modica. Lavoravo per la redazione catanese: servizi giornalistici, riprese e anche il telegiornale, che confesso soffrivo perché non amavo andare in onda. Sono stati sei anni intensi, durante i quali ho imparato molto, grazie anche a colleghi che hanno creduto in me. Ho capito che quello era il mio mestiere, da qui la decisione di diventare giornalista professionista».

Nei tuoi articoli racconti di mafia e malaffare con una perizia non comune.  Come nasce l’interesse per questi temi?
«Nel 2012 sono entrata a far parte della redazione catanese di LiveSicilia – che ho lasciato da qualche mese – con un gruppo di giornalisti coordinati da Antonio Condorelli, oggi direttore, a cui sono molto grata per la grande opportunità di crescita professionale. Inizialmente scrivevo di tutto ma mi resi conto che riguardo ai fatti di cronaca giudiziaria specie quelli legati alla mafia catanese, c’era un buco, mancava il giusto approfondimento. Così ho cominciato a frequentare sempre più spesso il tribunale, a studiare i processi, a raccogliere dati, immergendomi nell’intricato mondo dei clan, scrivendo le loro storie fatte di guerre, alleanze e malaffare. Racconto di una mafia che c’è ma sembra non esistere perché si trasforma, s’infiltra e fa affari con i colletti bianchi. Ho fatto un lungo e complesso lavoro di ricostruzione della storia della mafia etnea dal ’93 ad oggi che ho voluto raccogliere in un libro che pubblicherò presto».


Per le tue inchieste hai ricevuto offese e anche intimidazioni.
«Purtroppo sì. Io rispondo sempre con il mio lavoro, raccontando i fatti e verificando le notizie nel rispetto della deontologia. Credo moltissimo nel ruolo sociale del giornalista, l’informazione stimola il pensiero dell’opinione pubblica e apre le menti. E quando succede con i giovani, l’ho riscontrato incontrando gli studenti, la soddisfazione è grandissima e sento che il mio lavoro ha valore».

C’è un approccio particolare nel tuo racconto di casi di cronaca.
«Cerco sempre di scavare, di andare oltre la nuda cronaca, che resta sempre di base. Ci sono storie che rimangono dentro: la piccola Elena Dal Pozzo uccisa dalla madre, il papà che dimenticò il figlioletto in auto, o l’ omicidio-suicidio di una coppia di anziani. Storie di vite dove anche il dettaglio, che cerco sempre, fa la differenza nel racconto».

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