L’arte della falconeria di Antonio Centamore

di Eleonora Bufalino, foto di Rossandra Pepe


Le origini della falconeria sono antichissime; introdotta in Europa nella seconda metà dell’ IX secolo, affascinò anche Federico II di Svevia, re di Sicilia famoso per la sua passione per gli uccelli rapaci, tanto da volerli conoscere in tutte le loro sfaccettature e aprire la strada a tecniche di addestramento fondate sul totale rispetto dell’animale. La falconeria era, in quel periodo storico, riservata ai ceti aristocratici e per un sovrano consisteva in una dimostrazione della sua potenza e del suo valore. I falchi sono animali alteri e superbi, che tentano di sopraffare gli altri uccelli, e per queste loro caratteristiche considerati nobili compagni di caccia per l’uomo; simbolo dell’autorità imperiale.

Oggi sono rari coloro che hanno trasformato la passione per i rapaci in un mestiere. È il caso di Antonio Centamore, maestro falconiere tra i più bravi al mondo; vive a Licodia Eubea, ma è sempre in viaggio alla ricerca di rapaci da addestrare. Lo incontro in un caldo pomeriggio estivo e mi mostra entusiasta la sua arte. Mi accoglie nel suo mondo; un luogo in cui accudisce con dedizione quotidiana numerose varietà di falchi pellegrini, astori, barbagianni, falchi sacri e altre specie dal valore inestimabile. Li accompagna nelle varie fasi della riproduzione, della crescita e dell’addestramento, sino a condurli in volo ad altezze incredibili. Nel momento in cui Antonio mi mostra fiero una coppia di falchi e ci dirigiamo al centro di volo, inizia la magia: gli uccelli spiegano le loro ali possenti. Nel frattempo ascolto le sue parole che provano a rispondere a ogni mia curiosità, ma entrambi sappiamo che non basterebbe un’intera giornata. Così mi abbandono allo spettacolo di due falchi, un maschio e una femmina che danzano librandosi nell’aria. Le mie domande sono intervallate dai loro versi, dai sibili di Antonio per richiamarli a sé e dal suono del vento, che mi spiega essere fondamentale per il volo.

Come ha capito che sarebbe diventato un maestro falconiere?

«È come se lo sapessi da sempre. Già a 14 anni sentivo un legame profondo con questi animali. Iniziai a fare volare i falchi senza che nessuno mi avesse insegnato come fare. “Il ragazzino che faceva volare i falchi”, dicevano. Mi portavano quelli feriti o che cadevano dal nido; io li curavo e al contempo imparavo ad addestrarli, costruendo giorno dopo giorno un rapporto diretto che mi attraeva ad essi sempre più. Da lì capii che sarei diventato un maestro falconiere al punto da abbandonare anche gli studi universitari per dedicarmi totalmente al loro studio».

 

Come descriverebbe il suo rapporto con i falchi?

«Intanto, li seguo in tutte le fasi della loro vita, dalla riproduzione, che può avvenire naturalmente o in maniera assistita ma sempre rispettando i ritmi della natura, a quando imparano a volare. Per questo li scruto in ogni comportamento sino a creare degli schemi che, ripetuti nel tempo, mi indicano come procedere nell’addestramento. Il falco riconosce in me l’amico che lo conduce in cielo come avrebbe fatto la madre; è quindi un rapporto genitoriale».

 

In cosa consiste la sua attività e in che modo oggi la svolge a livello professionale?


«L’ addestramento dei falchi veniva utilizzato in passato soprattutto per la caccia. Io non mi sono limitato a questo: oltre all’ambito industriale o negli aeroporti, utili all’allontanamento degli altri uccelli, l’attività che più prediligo è il volo, ciò che per eccellenza li contraddistingue. Ho creato, alle pendici dell’Etna, la Scuola Internazionale di Falconeria, primo centro ufficiale d’Italia che organizza corsi di formazione, aperti a tutti coloro che, anche distanti dalla mentalità della caccia, intendono imparare le tecniche di volo e contemplare le acrobazie di queste meravigliose creature».

 

Ammiro con stupore il modo in cui Antonio “parla” coi suoi rapaci e so di essere di fronte a una connessione tra uomo e animale difficile da raccontare; due mondi che si fondono nella fiducia e rispetto reciproci.

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