L’arte antica dell’intreccio dei vimini in Sicilia

di Eleonora Bufalino, foto di Rossandra Pepe

La Sicilia parla e racconta di sé e della sua gente, attraverso “melodie” che fanno riecheggiare il passato come a volerlo preservare dallo scorrere del tempo. Questo accade con le tradizioni, con i mestieri ormai desueti e con le arti antiche, come quella dell’intreccio dei vimini. Si tratta di una pratica artigianale risalente a secoli fa, probabilmente una delle più datate nella storia dei manufatti locali dell’isola. Infatti, sin dal Neolitico i cesti intrecciati venivano usati come contenitori per accogliere o trasportare. Dal Medioevo in poi, la loro produzione si è estesa su larga scala diventando industrializzata, ma il prodotto realizzato a mano risalta per unicità. In dialetto i cesti prendono il nome di panari”, “panarieddi”, oppure dicufini”, “cufineddi”, “cannizzi, a seconda del materiale utilizzato, dell’uso che se ne fa e delle dimensioni.

Abbiamo ascoltato le parole della signora Gianpaola Scollo, originaria di Monterosso Almo, che ci ha spiegato quest’arte di cui ha appreso i segreti grazie a un corso gratuito organizzato qualche anno fa dall’Associazione “Gli Amici del Presepe Vivente” di Monterosso, il cui obiettivo era proprio la salvaguardia e valorizzazione delle tecniche d’artigianato siciliano, parte essenziale del patrimonio culturale siciliano.

La signora ci ha spiegato che si tratta di un’arte non difficile ma che richiede molta pazienza, pratica e precisione: «Intanto, è importante premettere che la lavorazione si può fare o con il frumento o con le canne da fiume. Nel primo caso non si usa il frumento commerciale ma quello coltivato appositamente e solo di grani antichi, ovvero il grano russello, a spiga alta, o di tumminia. Entrambi questi tipi di grani hanno l’ultima parte della spiga, cioè lo stelo, pieno; questo agevola la lavorazione con ago e spago. Il grano deve essere, quindi, mietuto a mano e asciugato sui campi. Dunque, le spighe vengono tolte e si possono lavorare solo dopo averle lasciate in ammollo per almeno 24 ore. Si utilizza solo la parte più piena, vicino la spiga».

È un lavoro il cui risultato finale sono cesti e cestini usati per contenere pane, biscotti e altre vivande; per “salare” le olive nere o anche per sbollentare i ceci prima di farli diventare secchi e abbrustolirli, la famosa “calia”. Ma oggi i “panari” sono molto richiesti per i più vari allestimenti, dove spiccano come degli elementi decorativi eleganti e raffinati.

E poi c’è la tecnica che prevede l’impiego dei vimini e delle canne, da cui si ottengono dei prodotti più resistenti. In passato, infatti, erano utili addirittura per il trasporto delle pietre. La realizzazione dei cesti, in questo caso, è legata alla ricerca dei materiali nelle campagne; si prendono i rami dell’olivastro, ovvero l’ulivo selvatico che cresce spontaneo nella macchia mediterranea.


La signora Gianpaola ci dice che «i rami devono essere raccolti con la luna crescente o piena, perché risultano più forti. Sembra una sciocchezza che deriva da vecchie usanze popolari ma ogni usanza ha il suo perché e mio marito Giovanni, anche lui dedito a questa passione, ha appurato che se sono raccolti durante la fase di luna calante, i rami si spezzano più facilmente. La luna influenza molto la natura e la vita degli essere viventi! Un altro tipo di materiale da poter intrecciare deriva dalla piantagione del Salice Palermo che dona grandi alberi dal colore rossastro che crescono rigogliosi nelle nostre zone». Chiediamo allora se la tecnica varia rispetto a quella col grano e la risposta è che in questo caso per realizzare la base dei cesti si prediligono i ramoscelli d’ulivo e per i lati quelli dei salici o le canne. Solitamente i “panari” vengono adornati con uno o due manici laterali.

 

La tecnica dell’intreccio è specchio di una Sicilia in cui intere generazioni rendevano la competenza manuale un’arte, ma anche un mestiere apprezzato. Il suo fascino è racchiuso nel trasformare materiali semplici in vere e proprie opere d’arte di inestimabile valore.

 

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