La Villa Romana del Casale di Piazza Armerina: viaggio nella bellezza che “disseta ogni arsura”

Articolo di Irene Valerio


La Valle dei Templi di Agrigento, il Teatro Greco di Tindari, le Terme di Acireale, la Necropoli punica di Palermo, la Neapolis di Siracusa… Stilare un elenco dei beni archeologici siciliani è un’ opera ardua, giacché la nostra bella isola straripa di tesori nascosti e di località in cui il tempo pare essersi fermato: dal versante ionico alla costa tirrenica fino ai selvaggi territori dell’ entroterra, ancora poco valorizzati, la Sicilia riserva sorprese a ogni angolo. Tra queste un posto d’onore è certamente occupato dalla Villa Romana del Casale, a pochi chilometri da Piazza Armerina, un luogo dal fascino superbo e dalla storia avvincente.
Fino al Settecento, infatti, la residenza nobiliare, che secondo gli studiosi risalirebbe al IV secolo, giaceva abbandonata nel silenzio della dimenticanza, nelle profondità della valle del fiume Gela, dove un gruppo di contadini si accorse della presenza di strutture murarie che spuntavano dal suolo e la sepolcrale quiete divenne di nuovo vita, si rianimò rivelandosi con l’abbagliante purezza delle cose dimenticate.

All’ epoca non esistevano ancora i moderni mezzi di comunicazione, ma la notizia si diffuse velocemente e attirò presto l’attenzione dell’ opinione pubblica. In modo particolare, fu l’attrattiva di possibili tesori da scovare che creò fermento, tanto che nel periodo successivo alla segnalazione dei contadini, quando ancora nessuna squadra di esperti aveva ricevuto l’incarico di coordinare gli scavi, i tombaroli trafugarono l’area. Nelle epoche seguenti le scorribande dei malintenzionati si susseguirono, impunite e incontrollate, con frequenza e furono arginate solo negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando lo studioso Gino Vinicio Gentili fu scelto per sorvegliare le attività di scavo e recupero degli ambienti incustoditi e ancora inesplorati della Villa del Casale. L’ operato dello specialista, tuttavia, non preservò l’area archeologica da ulteriori minacce: nel 1991, per esempio, a causa di una valanga il sito rischiò di scomparire e nel 1995 un gruppo di vandali mai identificati sfregiò alcuni dei più famosi mosaici.


Nonostante le avversità e gli oltraggiosi atti di deturpazione, la Villa del Casale oggi è ancora viva, pronta ad accogliere i visitatori e a stupirli con il suo arcaico fascino e i suoi torrenziali silenzi che raccontano di giorni lontani e di un mondo dimenticato, che trasportano nel passato e narrano storie che per secoli sono rimaste imprigionate nell’umida oscurità del sottosuolo.

La testimonianza più sorprendente, da questo punto di vista, è il mosaico della Grande Caccia, che si sviluppa lungo il corridoio di congiunzione tra la parte pubblica e la parte privata della villa: qui, su una superficie lunga oltre sessanta metri, è raffigurata una sorta di mappa tematica del territorio imperiale romano, con sezioni dedicate all’area asiatica e porzioni riservate alla zona africana, distinguibili in base agli animali ritratti, immortalati nell’itinerario che dal momento della cattura li conduceva a Roma. Basta poi spostarsi di poco per rimanere folgorati dallo splendore di altre scene, come l’iconico mosaico rappresentante le ragazze in bikini, quello dedicato alle danze in onore della dea Cerere e quello conosciuto con l’appellativo di “Piccola Caccia”, situato nello spazio originariamente occupato dalla sala da pranzo.
Quella della Villa del Casale, insomma, è una bellezza iridescente ed eterogenea, una bellezza dai colori secolari che “disseta ogni arsura”, una bellezza che ispira e che sembra pronunciare parole incoraggianti anche adesso, in questo periodo di scoramento e confusione, quasi come se volesse dire che il sole tornerà a splendere e prevarrà sul buio che pare incombere su ogni cosa.

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