La Vara e i Giganti. A Messina, tra mito e devozione

di Alessia Giaquinta   Foto di Antonino Teramo

Fare festa è, per un popolo, avere la possibilità di poter esprimere attraverso segni, simboli e riti, la propria identità. E agosto, per Messina, è tempo di festa, di feste, documentate già a partire dal XVI secolo. A spiegarcelo è Antonino Teramo, cultore della materia presso la cattedra di Storia Moderna dell’ Università di Messina.

«Tra le processioni superstiti dell’agosto messinese, quella della Vara è la più nota. Si tratta di un’ enorme macchina di forma piramidale che mostra il momento dell’Assunzione in cielo della Vergine Maria e viene trainata da centinaia di “tiratori”, mediante delle funi».

La festa, celebrata il 15 agosto, ha origini antichissime. C’ è chi ha ipotizzato che la Vara derivi dal carro trionfale allestito dai messinesi in onore a Carlo V, passato da Messina nel 1535 dopo la spedizione di Tunisi. «Il carro aveva simboli cosmici e personaggi che presentavano molte analogie con la Vara. Secondo Giuseppe Bonfiglio Costanzo, che scriveva nel 1606, la Vara è stata ideata da un maestro artigiano di nome Radese, e derivava da un simulacro della Madonna a cavallo, e venne riadattata per le feste in onore di Carlo V», spiega lo storico.

Ma come si presenta oggi la Vara?
«Nella prima piattaforma è raffigurata la Vergine morta circondata dagli Apostoli, secondo l’iconografia di origine orientale della dormitio virginis. Salendo verso l’alto vi è una rappresentazione dei sette cieli, raffigurati dalla cortina delle nuvole che, partendo dalla base si innalzano circondate dal sole e dalla luna, concepiti come nel sistema tolemaico. Più in alto, in una terza piattaforma, è presente un globo celeste con stelle dorate, e in cima vi è Gesù che tiene sulla mano destra la Vergine assunta in cielo. All’interno della Vara, vi sono degli ingranaggi che, azionati manualmente portano al movimento rotatorio di tutte le figure e i personaggi, che un tempo erano interpretati da figuranti (almeno fino al 1866) ed oggi sono statue di cartapesta».

E i Giganti di Messina cosa rappresentano?
«Un’ altra processione molto caratteristica dell’agosto messinese è quella di due colossali statue a cavallo, composte da una struttura di legno e ferro rivestita di cartapesta, gesso e stoffa montata su un carrello metallico con ruote. Misurano in altezza più di 8 metri. Le due figure rappresentano un uomo e una donna, originariamente conosciuti con i nomi di Cam/Zanclo e Rea/Cibele, identificati come i fondatori della città. Non è fuor di luogo ipotizzare che le due sculture furono ideate nel XVI secolo in un clima in cui le città miravano ad esaltare le proprie glorie municipali e a dimostrare l’antichità della propria fondazione attraverso l’esibizione di resti ossei ciclopici, rinvenuti durante scavi e attribuiti a ipotetici Giganti, primi abitatori o addirittura fondatori della città. Possiamo ancora ipotizzare che le statue dei giganti costituissero un unico apparato festivo assieme alla Vara, che rappresentava un trionfo cristiano a suggello delle glorie cittadine, caratteristica che è andata perdendosi ai nostri giorni essendo oggi percepite le due processioni come totalmente distinte. Nel corso dei secoli i due Giganti assunsero una forma definita e nel Settecento cambiarono anche i loro nomi in Mata e Grifone con una tradizione popolare che riporta la storia di un guerriero saraceno che per amore si convertì al cristianesimo».

Quest’anno ci saranno le processioni?
«Le processioni sono state interrotte solo dagli eventi tragici che hanno segnato la storia della città. La ripresa delle tradizioni ha sempre in qualche modo rappresentato un ritorno alla normalità, come ad esempio nel 1926 quando la processione fu riproposta per la prima volta dopo il terremoto del 1908, che aveva cancellato Messina. Lo scorso anno, nel 2020 la processione non è stata attuata, così come non ci sarà neanche quest’anno a causa della pandemia in corso. L’augurio è che un ritorno della processione possa rappresentare il prima possibile il ritorno ad una normalità di cui abbiamo tutti bisogno».

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