Paladini della Cultura

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Giulia Parlato

Dopo il cortometraggio “Rita” i due registi palermitani, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, realizzano il loro primo lungometraggio “Salvo” premiato al Festival di Cannes nel 2013. Sicilian Ghost Story ha aperto la Semaine de la Critique ed è stato premiato con i Nastri d’Argento come miglior fotografia e scenografia e al Magna Graecia Film Festival.

Come nasce questa vostra collaborazione?

  1. P.: «Ci siamo conosciuti a Torino, frequentando un master in tecnica della narrazione alla Scuola Holden e abbiamo deciso di scrivere insieme. Abbiamo lavorato a lungo come sceneggiatori, script editor e consulenti di case di produzione per lo sviluppo dei copioni e nel 2009 abbiamo realizzato il nostro primo cortometraggio da registi, “Rita”. Nello stesso periodo stavamo lavorando alla sceneggiatura del nostro primo film “Salvo”, che realizzammo nel 2012 e da lì è iniziata la nostra carriera di registi».

Perché avete voluto raccontare proprio la storia del piccolo Giuseppe Di Matteo?

  1. G.: «Come tutti i palermitani e i siciliani abbiamo vissuto gli anni ’80 e ‘90, gli anni più terribili della recente storia siciliana. Nel 1993 viene sequestrato il piccolo Giuseppe Di Matteo da Brusca perché il padre, Santino Di Matteo, sta collaborando con i magistrati nella ricostruzione dell’attentato a Falcone e dopo 779 giorni di prigionia il bambino viene soppresso. Quell’episodio è stato il culmine della violenza della mafia siciliana ed il momento in cui abbiamo deciso di provare a costruirci un futuro lontano dalla Sicilia. Dopo il primo film “Salvo”, per noi era giunto il momento di confrontarci con la ferita più terribile di tutte, il sequestro e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo: volevamo, da quella storia così dura, senza redenzione per nessuno, provare a costruire una storia di speranza, quanto meno per i coetanei di Giuseppe, per le nuove generazioni di siciliani».

 

Cosa avete provato ad aprire la Semaine de la Critique a Cannes quattro anni dopo la vittoria con “Salvo”?

  1. P.: «È stato molto emozionante perché abbiamo condiviso questa esperienza non solo con i due protagonisti, Gaetano Fernandez e Julia Jedikowska che nel film interpretano Giuseppe e Luna, ma anche con gli altri quattro ragazzi coprotagonisti. La loro commozione e i loro sentimenti hanno trascinato tutto il pubblico in sala».

Perché avete scelto di raccontare delle storie attraverso il format della favola?

  1. G.: «Interrogandoci sul senso dell’esperienza del bambino e degli ultimi due anni e mezzo della sua vita, di negazione della vita, dei sentimenti e dell’amore abbiamo cercato una chiave che portasse a tutto ciò che nella realtà a Giuseppe Di Matteo è mancato. Fondamentalmente è mancato l’amore, per questo abbiamo creato una favola d’amore che da un lato non dovesse tradire minimamente la realtà, la favola è sicuramente una favola nera, ma dall’altro lato dovesse schiudere la possibilità per il ragazzino, il protagonista della storia e lo spettatore una possibilità di speranza per il futuro. La chiave è stata la favola d’amore, partendo dalla creazione di un personaggio immaginario, Luna, una sua compagna di classe, innamorata di Giuseppe che, al contrario del mondo che lo circonda, non è disposta ad accettare lo stato di fatto, ma vuole capire e ritrovare Giuseppe costi quel che costi, anche a costo della propria vita».

Qual è la vostra maggiore soddisfazione e i vostri progetti futuri?

  1. G.: «Il fatto che non si sia limitato solo ad arrivare nelle grosse città ma anche nei centri più piccoli siciliani e del Meridione e che questo bel percorso del film, partendo dalla Sicilia, avrà incontrato migliaia di studenti».
  2. P.: «Accompagneremo il film in Italia e all’estero sino alla prossima primavera. Stiamo riflettendo e studiando su alcune idee che hanno a che fare con la Sicilia ma probabilmente all’interno di generi diversi, non è detto che debbano confrontarsi per forza col mondo della mafia».
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