Isolano per scelta. L’artista Salvatore Russo e il suo legame con Stromboli

di Samuel Tasca   Foto di Leonardo Nardi Utano

La Sicilia, grazie alle sue vaste dimensioni, raramente offre ai suoi abitanti la percezione di sentirsi isolati dovuta al fatto di vivere su un’isola. Magari ce ne rendiamo conto quando siamo in fila per il traghetto, ma nella maggior parte dei casi, le nostre giornate scorrono inalterate dal nostro essere isolani. Ma cosa si prova davvero nel crescere e vivere su una delle tante isolette che circondano la nostra Sicilia?

Lo abbiamo chiesto a Salvatore Russo, classe 1964 e originario di Stromboli, che da sempre vive su quest’isola meravigliosa nell’arcipelago delle Eolie.
«Penso che nascere e crescere su un’isola come Stromboli con gli anni diventa qualcosa di bellissimo. Quando sei piccolo pensi che tutto si trovi in città, dalle discoteche ai bar, al divertimento. Poi, crescendo, ti rendi conto che i valori veri della vita sono quelli che viviamo qui sull’isola: quella semplicità che in città, purtroppo, non sempre si trova».

È parlando di quella semplicità che Salvatore, ricordando la sua infanzia, ci racconta delle giocate a carte con gli amici durante le sere invernali, dell’unione che si riscontra tra tutti gli abitanti (circa cinquecento) quasi a sentirsi parte di un’unica grande famiglia; e ancora quell’entusiasmo nel veder arrivare i turisti a maggio e poi la malinconia di vederli partire a settembre. «Tutti andavano via e tu rimanevi un pochino solo. Diciamo che si ritornava ad essere isola e quindi isolati, e allora veniva voglia di partire anche a te».

Eppure Salvatore ha sempre scelto di restare, anche quando gli venivano offerti dei posti di lavoro altrove, e alla fine, infatti, la sua Stromboli l’ha in qualche modo ricompensato creando con lui un legame speciale che lo ha portato a scoprire una passione e un talento per la scultura. Seguendo le orme del padre, a vent’anni Salvatore diventa titolare della sua ditta edile. In quegli anni, sull’isola, venne chiamato Lorenzo Reina, scultore di professione, per realizzare una scultura in pietra lavica. Salvatore e il padre furono ingaggiati per trasportare con i loro mezzi i massi che l’autore avrebbe dovuto scolpire. Per la prima volta, così, entrambi ebbero modo di assistere alle fasi di realizzazione di una scultura. Salvatore ne restò affascinato, ma dopo alcuni tentativi, decretò di non possedere quel talento richiesto dall’arte scultorea. «Fino a quando, – ci racconta – nel 2009 mi trovavo a Milazzo con la famiglia e ho sentito come un richiamo. Dissi a mia moglie che l’indomani sarei dovuto tornare a Stromboli perché dovevo lavorare una pietra. Venni a Stromboli il 4 gennaio e il giorno dopo sono ripartito con questa pietra scolpita nello zaino».


Da allora quel richiamo non si è più assopito e Salvatore ha rafforzato sempre più il suo legame col vulcano. «Non ho un progetto iniziale anche perché non so disegnare. Alla fine quando finisco mi fermo a guardare e cerco di capire quello che ho fatto. È qualcosa che mi parte da dentro. Il mio modo personale di tirare fuori qualcosa dalla roccia. Non sono mai stato un chiacchierone e questo è il mio modo di esprimermi. È un rapporto nel quale lui (il vulcano, ndr) mi offre le pietre e io le lavoro. È uno scambio. Cerco di dare un’anima a ciò che il vulcano sputa fuori».

Salvatore ha esposto le sue opere da Palermo alla Spagna, ad Edimburgo, a Londra, nelle maggiori città italiane, oltre ad aver ricevuto numerosi premi nell’arco di questi anni. Ciò che traspare di più dalle sue parole, però, è ancora la sua semplicità e la sua umiltà (“io scolpisco, se posso usare questa parola, …”, ci dice ancora durante l’intervista). Il suo essere isolano non lo ha mai abbandonato ed è ciò che gli ha concesso di vivere questo straordinario legame con il suo vulcano e con la sua isola.

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