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Bianca Magazine N.25 Le antiche tradizioni di Bianca

Il Siciliano, la lingua del mondo

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Articolo di Alessia Giaquinta

Girando per la Sicilia non si possono non riconoscere nei luoghi, nelle usanze e anche nel linguaggio, le tracce delle numerose popolazioni che, nei secoli, qui si sono alternate.
Dominazione su dominazione, cultura dentro altra cultura: i siciliani portano nel sangue il mondo intero, questo è fuor di dubbio.
Passando per un mercato, ad esempio, si sentono i venditori abbanniari (gridare) i loro prodotti. Dal latino bannum, editto, perché sono vere proclamazioni quei vocii, fatti apposta per indurre la gente ad accattari (comprare), questa volta dal francese acheter. Siamo in Sicilia eppure, passeggiando tra quelle bancarelle, sembra di vivere la stessa atmosfera, gli stessi profumi, gli stessi atteggiamenti dei mercati di Tunisi.

Non è un caso. Gli arabi, in Sicilia, più che dominatori, sono stati veri fondatori di una cultura che, miscelandosi alle precedenti, ha arricchito le successive, sino a giungere a noi.
Il lascito arabo lo troviamo ancora oggi nella cucina, nell’agricoltura e nella pesca, ad oltre undici secoli dalla fine del governo islamico in Sicilia.
“Talìa i piscaturi ca sciabica, si priparunu a mattanza”, (“Guarda i pescatori con le reti, si preparano alla mattanza”). In questa frase, oltre all’etimologia araba (talìa da tala’a, guardare; sciabica da shabaka, rete) e a quella spagnola (mattanza, sacrificio) troviamo anche tracce di un antico metodo, lasciatoci dalle precedenti culture, per la pesca del tonno.
L’arrivo dei Normanni portò, poi, alla sua regolamentazione e impose nuove interessanti abitudini e parole che, oggi, fanno ancora parte della nostra cultura.
E se gli Arabi hanno dato un contributo per la nascita della cassata (da qas’at, bacinella, poiché un agricoltore imitò il dolce alla ricotta preparato da un arabo all’interno di una bacinella), ai Normanni si deve u mmirruzzu sutta sali (il merluzzo salato, dal francese merlus), u piscistoccu (dall’inglese stock fish) ossia il merluzzo essiccato interamente, la frutta martorana (preparata dalle monache per abbellire il loro giardino in occasione dell’arrivo di un prelato) e l’introduzione dei coltelli a tavola.

Sono tante, però, le eredità immateriali lasciateci dalle culture che, oltre ad averci preceduto, ci hanno plasmato. Greci, Romani, Musulmani e Normanni, in particolare, hanno determinato senza dubbio tutta la cultura, la cucina e il linguaggio siciliano.
U mustazzu, (dal francese mustache, baffi), ha rappresentato uno stile di bellezza per lungo tempo, così come quello di preparare i buatti ra salsa (dal francese bouatte, lattina), abitudine propria delle massaie dell’ isola.
Nessun siciliano dovrebbe mai affruntarsi (dallo spagnolo afrontar-se, vergognarsi) della sua identità, anzi, prìati (dallo spagnolo prear-se, rallegrarsi) dovremmo essere di questo sangue così speciale, variegato e dunque ricco, figlio di tutti i popoli del mondo.

 

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