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Bianca Magazine N.24 Bianca People

Tu da bambino come giocavi? Il primo incontro di Paolo Borsellino con la Mafia

Pubblica

 

Articolo di Irene Valerio

 

Di Cosa Nostra nella prima metà del secolo scorso non si parlava molto, neanche a Palermo: la gente non ignorava la sua esistenza, sapeva che affiliarvisi era un modo per arrotondare le entrate e che le sue attività si svolgevano perlopiù nei quartieri dei pescatori, ma non conosceva nulla sulla sua organizzazione, sul suo effettivo potere e sui traffici che tale struttura controllava.
Di Mafia non si scriveva ancora sui giornali e non se ne discuteva nemmeno in famiglia: nessuno ammetteva di essere pedinato dal suo occhio scrutatore, nessuno si sentiva schiacciato dalla sua morsa infame, ma tutti concordavano nel riconoscere l’autorità di certi personaggi ai quali bisognava portare rispetto e che era preferibile non infastidire.

Di criminalità organizzata non si dibatteva neppure in casa Borsellino, al numero 57 di via Vetriera, sebbene Cosa Nostra operasse già ovunque, anche nella Kalsa, il quartiere del capoluogo siciliano dove i coniugi Diego e Maria risiedevano con i figli. Con ogni probabilità, dunque, quando Paolo Borsellino si ritrovò per la prima volta faccia a faccia con il sistema che da adulto, scrollandolo fin dalle fondamenta, avrebbe attaccato, non comprese fino in fondo la natura di ciò in cui si era imbattuto, anche se l’episodio – come ha testimoniato la sorella Rita – lo turbò parecchio.

All’epoca Paolo aveva dodici anni ed era un ragazzino con “l’argento vivo addosso”, che amava i libri, le partite di calcio in strada e le avventure, soprattutto quelle che gli raccontava lo zio Ciccio, che aveva combattuto la guerra d’Abissinia, in Africa. Tra i suoi interessi c’era anche la storia, tanto che già a otto anni aveva ricostruito l’albero genealogico della famiglia Savoia, e fu proprio la curiosità per il passato a spingere il futuro magistrato ad andare un giorno a Belmonte Mezzagno con l’intento di tracciare il ramo materno della sua ascendenza: senza avvisare i familiari, il ragazzino prese l’autobus per il paese natio della madre e lì si presentò all’ufficio comunale, dove gli stupiti impiegati gli procurarono i documenti richiesti e gli narrarono una storia sul conto del nonno materno, Salvatore Lepanto: negli anni Trenta dell’Ottocento, egli stava passeggiando per l’affollata piazza del comune palermitano, com’era consuetudine la domenica. I suoi compaesani, passando davanti all’uomo d’onore locale, compivano tutti lo stesso rituale, ovvero gli porgevano gli ossequi. Il signor Lepanto, tuttavia, non volle fermarsi, proseguì senza togliere il cappello e non pronunciò il voscenza binirica. Il mafioso, indignato, lo fece richiamare, lo costrinse a inginocchiarsi e lo schiaffeggiò, umiliandolo pubblicamente.

Quando rincasò, con grande sollievo dei genitori, che non sapevano più dove cercarlo, Paolo era sconvolto e, inquieto, riferì cosa aveva scoperto. Poi i giorni passarono, al fatto non si accennò più e presto fu dimenticato, ma viene spontaneo chiedersi se fu pure a causa di quest’evento, che mostrò a un’anima ancora innocente tutta la putrescenza dell’iniquità, che Borsellino scelse di consacrare la vita alla lotta contro l’ingiustizia: in fondo, le esperienze maturate nel corso dei primi anni di vita, le persone frequentate durante l’infanzia e l’ambiente in cui si cresce hanno un ruolo cardinale nel determinare l’adulto che sarà. E il magistrato palermitano ne era ben consapevole. Non a caso, ogni volta che si recava in carcere per interrogare un mafioso per la prima volta, esordiva sempre con la stessa domanda: “Tu da piccolo come giocavi”? Per lui, infatti, il bambino prevaleva sul criminale e l’uomo sovrastava il giudice, una convinzione a cui era giunto forse anche per merito dell’ esempio fornitogli dal padre, che nel secondo dopoguerra vendette medicine a credito, segnando nomi e cifre su un taccuino che puntualmente stracciava quando i fogli erano pieni, senza richiedere risarcimenti. A suo parere, difatti, ogni bambino meritava gli stessi privilegi di cui godevano i suoi figli.

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