Il Presepe popolare siciliano: una tradizione secolare

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Samuel Tasca

In Sicilia la tradizione dei presepi risale al XV secolo. Soprattutto le classi popolari videro nel presepe, e di conseguenza nella Natività, un mezzo che rispecchiasse il dramma della loro esistenza e la speranza di un futuro migliore. Ognuno oltre a essere uno spettatore dell’evento diveniva al tempo stesso narratore e sceneggiatore, rappresentando in maniera aderente quella che era la sua realtà vissuta. Mentre tra le classi agiate si diffondeva sempre più il presepe “colto” (i cui pastori avevano un corpo costituito da un manichino in stoppa, la testa, le mani e i piedi in terracotta e rivestito con abiti di stoffa come nel caso del presepe napoletano o una fattura più pregiata in altre regioni italiane) il presepe “popolare”, realizzato da abili maestri e umili artigiani, era il più diffuso. In Sicilia, altro polo di produzione presepistica, vi erano quattro centri di lavorazione: a Palermo e a Siracusa “i bambinai” erano soliti plasmare le statuine di Gesù Bambino e i presepi con la cera; a Trapani si utilizzava il corallo accompagnato in seguito dall’avorio, la madreperla, l’alabastro, ecc; a Caltagirone, rinomata per le sue ceramiche, i presepi si realizzavano, come ancora oggi, in terracotta e raffiguravano scene di vita contadina.

Ogni anno in prossimità dell’Immacolata si perpetuava un vecchio rituale. In occasione del Santo Natale in tutte le case c’era tanto fermento, grandi e piccini correvano e si dividevano i compiti per allestire il Presepe, o come si usava chiamarlo ‘u casebbiu. Così i primi giorni di dicembre scattava la corsa a cercare i materiali necessari, a volte difficili da reperire: dalla buffetta, cioè un tavolo antico, magari in disuso, ai rami di cipresso (a simboleggiare la vita eterna); di alloro (la gloria), dell’edera (l’amicizia), della quercia (l’eternità) e della palma (la rinascita), utili a formare una sorta di arco che coprisse la parte posteriore del presepe, e sui quali venivano appesi i mandarini; ai bambini, invece, veniva affidato il compito di recuperare la terra, i sassolini e il muschio. Già, la raccolta di quest’ultimo diventava una vera e propria sfida: cercandolo lungo caseggiati di campagna e giardini, vinceva chi riusciva a portare il pezzo di muschio più grande senza farlo rompere.

Questi tre elementi servivano per la parte scenografica, con i quali si creavano campi, viali, collinette, si riempivano dei vuoti ed infine si usava il sughero per la grotta. Si realizzava una specie di volta per rappresentare il cielo con le sue stelle e poi si usava mettere del grano in prossimità della grotta e spargerlo sulla terra, fin quando non sarebbe germogliato, simboleggiando così il ciclo della vita.


Il passo successivo era quello di posizionare i pastorelli, le classiche figurine in terracotta, con i loro vivaci colori, che rappresentavano i vari personaggi. Le figurine generalmente più vicine a San Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino, insieme al bue e all’asinello collocate nella grotta, sono: lo zampognaro, ‘u spavintatu da rutta, cioè lo spaventato che esprime tutto il suo stupore di fronte al miracolo della Natività, i Re Magi, e poi ‘u cacciaturi (il cacciatore), ‘u durmutu sutta ‘u chiuppu (il pastore addormentato sotto un albero), ‘u ginnareddu (il vecchietto che si riscalda le mani), il pastore che reca in dono i frutti, la lavandaia, il venditore di ricotta, il falegname, lo stovigliaio, ecc. oltre agli altri personaggi che si richiamano a scene di vita popolare, contadina e pastorale.

Il presepe “popolare”, a differenza di quello “colto”, era contraddistinto da figurine dipinte solo sulla parte anteriore mentre sul retro erano completamente piatte, proprio perché erano destinate ai ceti meno abbienti. Ancora oggi, soprattutto in questo tempo di pandemia da Coronavirus, il presepe oltre a possedere un importante significato religioso rappresenta un’ancora alle radici e alle nostre tradizioni, un modo ulteriore per rimanere saldi alla nostra identità.

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