Il Natale delle tradizioni

Articolo di Alessia Giaquinta

“47, muortu ca parra”
“Quaterna!”
Tutti seduti attorno ad un tavolo, lo stesso dove prima si è consumato il ricco pranzo e la cena di Natale. Dal più anziano al più piccolo della famiglia: nessuno può mancare. È Natale, la festa che celebra la bellezza dello stare insieme, per eccellenza.
Si gioca a tre sette, a briscola, a zecchinetta, a sette e mezzo e a tombola; chi vince esulta, chi perde chiede un altro giro ma comunque tutti godono di quei momenti per rilassarsi e sorridere dietro la – spesso buffa – simbologia assegnata ai numeri: “1, pippinieddu”, “11, carabinieri”, “69, comu u metti e metti” e così via. Si parla di tutto: dal matrimonio della figlia della vicina al nuovo lavoro del compare, alle riflessioni in merito alla fine dell’anno.

Le donne preparano, da giorni, i cibi da portare a tavola. Gli uomini, dopo aver ucciso il maiale – come vuole la tradizione -, si organizzano per farne salsicce e salumi, da consumare nel corso dell’anno. I bambini hanno l’entusiasmo del Presepe: nell’angolo più a vista della casa allestiscono la Natività con statuine semplici di terracotta o cartapesta su una base di lippu (muschio) e ornamenti di sparacogna e agrumi. Pastorelli, greggi, massaie e contadini: tutti compaiono nel Presepe tranne Gesù Bambino che va posto esclusivamente alla mezzanotte del 24 dicembre, al ritorno dalla Veglia di Natale.
Si tratta di vivere una tradizione plurisecolare che, nel tempo, ha subìto trasformazioni e, per certi versi, radicali cambiamenti: oggi, infatti, spesso con nostalgia si parla del Natale…


Cosa abbiamo perso?
Sicuramente il valore di una festa che, al di là della religione, era in grado di riunire le famiglie, oggi spesso disgregate e tendenzialmente più propense a festeggiare in autonomia, magari lontano dalla propria terra. Manca la laboriosità delle donne che, per l’occasione, preparavano focacce, mucatoli, buccellato, torrone e cannoli perché anche la tavola, apparecchiata con tovaglie finemente ricamate, potesse essere in festa. Oggi si corre, invece, per gli sconti natalizi al fine di acquistare regali poco pensati ma validi lo stesso purché siano fatti, anche distrattamente. I pranzi e le cene spesso si consumano in ristoranti e agriturismi così da “non occupare casa” e dunque svincolarsi dai preparativi necessari all’allestimento del convivio. I bambini più che dal presepe, sono attratti da Babbo Natale, l’uomo buono dalla barba bianca che porta i regali a chiunque si sia comportato bene e dunque, se si appartiene a questa categoria, ci si aspetta l’arrivo di doni costosi e in voga.
Al di là dei soldini che i nonni, da tradizione, consegnano ai nipoti la notte di Natale, oggi si attende anche il regalo da scartare e magari, se non è all’altezza dei gusti, da cambiare.
La Novena di Natale, suonata dagli zampognari casa per casa, con la ciaramedda (la zampogna) è stata superata: sono le musiche provenienti dai negozi a creare l’atmosfera e a richiamare l’attenzione.
Anche l’antico rito di rompere, il 31 dicembre, qualcosa di vecchio come un piatto – magari più volte riparato nel corso dell’anno – è andato perduto. Non si aspetta più quest’occasione per sbarazzarsi delle cose vecchie e consunte – simbolicamente intese come addio all’anno appena concluso – ma lo si fa comunemente, senza troppi pensieri, quando si vuol sostituire qualcosa.

Noi, oggi, siamo figli di un’epoca diversa: sicuramente migliore se la s’intende in termini di benessere e possibilità ma povera se consideriamo la dispersione delle nostre tradizioni e la carenza di valori che, spesso, accompagnano gli eventi.
Non si può, né si deve, tornare indietro: bisogna, invece, arricchire il presente dell’immensa eredità di tradizioni che ci è stata consegnata e che, necessariamente, dobbiamo recuperare nel presente e affidare al futuro.

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