Il Gattopardo

Tito-lo a cura di Alessia Giaquinta

Il grembo della mamma è un ambiente fantastico, trovi tutto ciò che ti serve, sei al sicuro.
Per nove mesi ho vissuto lì ma, vi confesso, non vedevo l’ora di venire fuori: la curiosità di scoprire il mondo era davvero tanta! La mamma, al tramonto, era solita raccontarmi qualche storia, non capivo bene il senso delle sue parole ma ne percepivo l’emozione: mi parlava della terra in cui avrei abitato e mi raccontava la Sicilia con le parole dei grandi scrittori, passati e presenti, che hanno celebrato questa terra.
Il 17 settembre sono nato. Tito è il mio nome… e Bianca è mia sorella.
Vi racconterò la Sicilia attraverso la penna di grandi scrittori.

La meraviglia. Che termine immenso! Si fa fatica a descrivere cosa sia la meraviglia, ma è certo che è grazie ad essa che esiste il mondo: senza meraviglia non si vive, si “sta” e basta. Vivere significa meravigliarsi, guardare il mondo con stupore, come la prima volta, come fa ogni bimbo quando viene al mondo.

Spesso dimentichiamo di applicare quest’emozione alla vita e ci accontentiamo di stare, di subire passivamente la bellezza che ci circonda. Questo ci penalizza, come singoli individui e come comunità.

Allora facciamo un esercizio, insieme, utilizzando la letteratura come mezzo: partendo dal titolo di un libro, proviamo a calarci in una realtà e dimensione diversa, proviamo ad immedesimarci, a porci delle domande sino a scoprire la meraviglia.

Il titolo che vi propongo oggi appartiene alla grande letteratura siciliana. È “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sì, certamente ne avrete sentito parlare o, nella migliore delle ipotesi avrete letto il libro o visto il bellissimo film di Luchino Visconti. Ma cosa vi è rimasto di questa lettura? Il titolo, certo. Anche a distanza di tempo, quel che resta di una lettura nella memoria è proprio il titolo, talvolta provocatorio o interrogativo, comunque sintesi assoluta dello scritto.

Ma torniamo alla meraviglia. Cerchiamo di applicare questa emozione al titolo del libro di cui stiamo parlando e, qualora non ne emergesse nulla, corriamo a rileggere o, per chi non l’avesse fatto, leggere questo meraviglioso capolavoro della letteratura.

Vi lascio incuriosire: siamo in Sicilia, al tempo in cui gli aristocratici, nei loro immensi salotti erano soliti riunirsi per pregare… in latino. Non si tratta di una realtà lontanissima: più o meno 150 anni fa, eppure ne è passata di “acqua sotto i ponti”. A cosa mi riferisco: in primis all’aristocrazia che, piaccia o meno, non esiste più come ceto sociale dominante e poi alle abitudini, così diverse, così lontane dalle nostre…
La Sicilia stava cambiando, come adesso, come ogni giorno.
Questo è il motivo per cui l’autore ha scritto quest’opera, per sottolineare un’ evidenza che, però, non è ben accettata da tutti. Il principe di Salina, infatti, non accoglie bene l’idea che, con l’arrivo dei piemontesi e l’unificazione del Regno d’Italia, il suo ceto risulterà decaduto, senza importanza, … insomma i “gattopardi” (nome utilizzato per identificare l’aristocrazia) non esisteranno più.


Ma non esiste più neanche il lungo ballo che fecero Tancredi ed Angelica, sino alle sei del mattino, fatto di sguardi, profumi, delicatezza, eleganza.
Esiste, è certo, l’incanto di poter conoscere meglio la nostra terra, le passate abitudini, la sua storia per vivere al meglio il presente ed orientare il futuro. E la letteratura, in questo, è di fondamentale importanza.

Buona lettura e… non dimentichiamo di meravigliarci, proprio come Tito quando ha aperto gli occhi al mondo!

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