di Titti Metrico  Foto di Samuel Tasca

Una ricorrenza molto sentita è la “Festa dei morti”. Celebrata il 2 novembre per la commemorazione dei defunti, ha origini antichissime, risale al X secolo. Si narra che la notte tra l’1 e il 2 novembre i defunti visitassero i propri cari ancora in vita portando ai bambini dei regali in dono. Generalmente si usava lasciare u cannistru (una cesta) affinché defunti potessero riempirlo di dolci, frutta secca e regalini, infine
prima di andare a letto recitavano un’ultima preghiera perchè accontentassero le loro richieste. Una strenna dei morti che assume un duplice significato: offerta alimentare alle anime dei defunti e offerta simbolica, nei dolci a forma umana, come assicurazione alle anime dei defunti in maniera che, cibandosi di essi, è come se ci si cibasse dei trapassati stessi. Appena svegli, recitavano la supplica “Armi santi, armi santi, Iu sugnu unu e vùatri síti tanti: mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai, Cosi di morti mittitimìnni assai”, (trad. Anime sante, anime sante, io sono uno e voi siete tanti: mentre sono in questo mondo di
guai, regali dei morti mettetemene in abbondanza).

Anche lo scrittore Andrea Camilleri nei “Racconti Quotidiani” ricorda com’era Il giorno dei morti «Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari.
Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio. […]. I dolci erano quelli rituali detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, rami di meli fatti di farina e miele, mustazzola di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza».

Già, ai giorni nostri una società sempre più consumistica ha fatto si che i giocattoli siano regalati in ogni periodo dell’anno perdendo quindi quello che era lo spirito iniziale della festa. Per fortuna rimane la tradizione dei dolci: dalla coloratissima frutta martorana (chiamata anche “pasta reale”) alle ossa ri motti (ossa dei morti), dai tetù o bersaglieri ricoperti di glassa al limone o al cioccolato ai ‘nzuddi e ai piparelli, dal rame di Napoli ai viscotta (biscotti) regina, dalle cotognate alla mostarda d’uva o di fichi d’India, senza dimenticare i famosi Pupi di zucchero, conosciuti anche come puppacena o pupa a cena. Si tratta di statuette di zucchero colorato, riproducenti paladini o generiche figure maschili e femminili, soprattutto nella zona del palermitano, a Caltagirone le statuine tradizionali raffigurano il carabiniere, la damina, la ballerina, la testa di moro e San Giacomo, mentre oggi si richiamano ai personaggi di cartoni animati e fumetti attuali.

«La tradizione dei Pupi di zucchero si perde nella notte dei tempi – spiega Giuseppe Ventura, titolare della Rinomata Pasticceria -. I primi pupi arrivano tra il 1550 – 1570, al riguardo vi sono due leggende: la prima è quella di un ricco arabo,che caduto in disgrazia offrì ai suoi commensali queste statuine di zucchero perchè non aveva nient’altro, un’altra leggenda racconta che, un mercante palermitano giunto a Venezia durante un ricevimento di Enrico III figlio di Caterina dei Medici, mise sulla tavola i pupi di zucchero, sorprendendo i commensali. Da allora molti pasticceri siciliani, nelle province di Palermo, Messina, Caltanissetta e Catania, compresa Caltagirone hanno preso spunto, realizzando statuine decorate a mano, veri e propri capolavori».

In ogni famiglia siciliana che porta avanti questa tradizione si trova un pupo di zucchero, anche esposto dietro una vetrina, perchè molti non hanno il coraggio di mangiarlo tanto sono belli, pochi, invece, addirittura le collezionano aggiungendo ogni anno un nuovo pezzo, formando così una bellissima collezione di Pupi di Zucchero.

È triste constatare come il sentimento più autentico della “festa dei morti”, l’arte di preparare e regalare i pupi di zucchero stiano scomparendo. Al loro posto, negl ultimi decenni, si stanno diffondendo sempre più le zucche di halloween. Conoscere le proprie tradizioni èimportante per non perdere mai le nostre identità, non può esserci popolo senza memoria delle proprie radici.

Lascia un commento
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *