A cura di Alessia Giaquinta

C’era una volta Betta Pilusa…
Inizia così una delle favole che le donne siciliane tramandano da generazioni, oggi sostituita dai giochi di uno smartphone o dalla tv, che poco lascia all’immaginazione.
“Nonna, racconta”, dicevo. E lei iniziava: non una volta, bensì due e anche tre volte. Sembrava la conoscesse a memoria. Era così bello ascoltarla. Erano davvero momenti “da favola”. Chi era Betta Pilusa? Beh, potremmo dire, la donna ideale. Bella, intelligente e brava in cucina. Nelle favole però, siamo abituati a castelli, principi, re e regine. E anche in questa storia non possono mancare. Betta era vittima di un incantesimo poiché aveva indossato l’anello nuziale della madre la quale, prima di morire, aveva profetizzato che chiunque lo mettesse al dito avrebbe dovuto sposare il marito.
Betta, insomma, avrebbe dovuto sposare il padre. Assurdo!
Per scampare a questo pericolo, Betta inizia a fare delle richieste irrealizzabili.
“Padre, vi sposo solo se mi donate un vestito fatto di stelle”. Il padre vende l’anima al diavolo pur di ottenere quanto richiesto dalla figlia. Così la ragazza chiede una veste di alghe e poi ancora una di fiori. Il padre ottiene ogni cosa. Sconfortata, Betta, fa l’ultimo tentativo: “Desidero un mantello di pelo d’orso”. Anche questa volta il padre, grazie al suo accordo col diavolo, riesce ad avere il mantello richiesto da Betta.
Disperata, la ragazza tenta la via di fuga e corre fino a raggiungere il castello di un bellissimo reuzzo. Betta trova ospitalità presso le cucine del castello e lì è tenuta nascosta dalla servitù che la chiamò Betta “Pilusa”, in riferimento alla pelliccia che indossava. La sera, però, la ragazza partecipava alle feste di ballo indette dal reuzzo. Per le occasioni Betta indossava i tre abiti donati dal padre. Era bellissima e nessuno l’avrebbe riconosciuta. A fine di ogni ballo, il reuzzo – che si era già innamorato – le regalò una spilla, un orologio e infine un anello. La quarta sera, però, la giovane non partecipò alla festa perché non aveva più vestiti a disposizione. Il reuzzo intanto si era ammalato, talmente il dispiacere di non vederla più. Betta allora approfittò della situazione per rivelarsi. Avrebbe messo in campo altre doti: la scaltrezza e la passione per la cucina. Preparò così tre focacce per il reuzzo all’interno delle quali nascose i tre doni ricevuti alla fine di ogni ballo. E mentre cuocevano, in forno, le altre la deridevano. Come poteva pretendere una servetta ambire a guarire il re?
E più l’invidia delle altre cresceva, più le sue focacce apparivano belle e appetitose.
Quando il reuzzo mangiò le focacce di Betta, trovò la spilla, l’orologio e l’anello. Immediatamente guarì e mandò a chiamare la donna che le aveva preparate.
Non poteva immaginarlo: era la bellissima fanciulla con cui aveva ballato, celata in un mantello d’orso. L’apparenza lo avrebbe ingannato. Betta però fu intelligente e trovò il modo per farsi apprezzare dal reuzzo che, finalmente guarito, la sposò.
I due vissero così felici e cuntenti e a niautri nun ni lassaruu nenti.

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