giuseppina-torregrossa

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Arturo Safina

Ha toni pacati e modi gentili. Un sorriso dolce. Giuseppina Torregrossa, medico e scrittrice, ama profondamente la sua terra, e in particolare Palermo, lasciata da piccola per trasferirsi nella capitale dove si è laureata e ha messo su famiglia. Nonostante viva a Roma da tanti anni, il legame con la sua città natale è rimasto forte, tanto che traspare in tutti i suoi romanzi. «La Sicilia è la mia radice solida e un albero può dispiegare i suoi rami solo se è ancorato a una terra attraverso le sue radici. Scrivo soprattutto in Sicilia, ma anche a Roma. Ho bisogno però della mia casa. Porto con me tutta quella sicilianità che il mio cuore può contenere».
La passione per la scrittura è iniziata a cinque anni ma solo in tarda età, quando ha smesso di fare la ginecologa, ha pubblicato il suo primo romanzo esordendo con “L’assaggiatrice”, ma il successo è arrivato con “Il conto delle minne” (tradotto in dieci lingue), “Manna e miele, ferro e fuoco”, “Panza e prisenza”, “La miscela di casa Olivares”, “A Santiago con Celeste”, “Il figlio maschio” e “Cortile Nostalgia”, attraverso cui ha anche ricevuto prestigiosi premi come “Donne e teatro”, il Premio Letterario Internazionale Nino Martoglio e il Baccante. Per quanto possano sembrare distanti il mondo della medicina con quello della scrittura in realtà «C’è un’antica tradizione di medici scrittori. Forse il medico ha bisogno di scrivere per contenere le emozioni della sua professione. E la letteratura attinge alle profondità dell’animo emotivo. La passione accomuna i due mondi». E a proposito di passioni Giuseppina Torregrossa ci rivela cos’altro ama «la lettura, il teatro, il nuoto, i viaggi, ahimè sempre di meno».
Le sue storie, con uno stile molto fluente, raccontano di sentimenti, di personaggi, delle loro storie, di amore, di cibo e di sesso dov’è possibile percepire la vita e gli umori della Sicilia. «La mia è una scrittura sensoriale e con i miei romanzi voglio trasmettere il mio sentire, tutti i sentimenti, attingendo al mio vissuto. Lo scrittore è un militante che non può permettersi scivoloni».
Nei suoi libri c’è un forte legame con il cibo e la sua terra, «Le parole sono gli ingredienti della letteratura. La lingua siciliana è quella che mi ha cullato da piccola, ovvio che scrivo, parlo e cucino in siciliano. Il cibo è un bisogno primario, la cucina un modo di declinarlo attraverso la cultura. Il mio piatto preferito è la caponata».
Le protagoniste dei suoi libri sono donne dai caratteri forti, decise, determinate ma anche femminili e sensuali ma quasi relegate a ruoli subalterni quando in realtà «la donna potrebbe salvare il pianeta se glielo permettessero».
Anche il suo ultimo romanzo “Il basilico di Palazzo Galletti” è ambientato nella sua Palermo, in un palazzo gotico di Piazza Marina, delimitata da edifici storici come Palazzo Chiaramonte o Steri, l’antica Vicaria o Palazzo delle Finanze, Palazzo Notarbartolo di Villarosa Dagnino, in cui racconta la storia di un omicidio della Palermo bene, «è un giallo, la mia commissaria Marò indaga su un caso di femminicidio». E con la sua eleganza, finita l’intervista, accende un sigaro avvolgendo così altri pensieri e nuove storie.

 

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