Filippo Randazzo: “Nessun obiettivo è irraggiungibile”

di Samuel Tasca   Foto di Giancarlo Colombo


Sei volte campione italiano assoluto del salto in lungo, finalista ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020, Filippo Randazzo, classe ‘96, è sicuramente uno dei giovani talenti sportivi a cui la Sicilia ha dato i natali. Con un curriculum del genere restiamo ancora più colpiti quando, all’altro capo del telefono, durante la nostra intervista, scopriamo una persona umile e gentile, un ragazzo che ancora si emoziona parlando del suo sogno appena vissuto: partecipare alla sua prima Olimpiade.

Filippo cos’ è per te lo sport?

«Lo sport è tutta la mia vita. È il mio lavoro, ma rappresenta tutto, costituisce praticamente tutta la mia giornata. È una parte fondamentale della mia realtà che mi ha dato tanto e continua a darmi tanto. Senza lo sport non saprei proprio cosa fare insomma».

 

Com’ è iniziato il tuo percorso sportivo?

«Ho cominciato circa dieci anni fa praticamente per caso. In un piccolo comune come San Cono (CT), l’atletica non è uno sport molto praticato e non ci sono nemmeno le strutture adatte per allenarsi. In terza media, durante le gare studentesche, mi distinguevo parecchio rispetto ai miei coetanei, per cui il mio professore di educazione fisica consigliò ai miei genitori di farmi intraprendere questo percorso. Iniziammo ad informarci e siamo finiti a Valguarnera Caropepe (EN), dove mi alleno tutt’oggi insieme all’allenatore Carmelo Giarrizzo. Aver avuto la possibilità di poter fare atletica leggera è una cosa che mi ha da subito entusiasmato. L’ho sempre visto come uno sport nel quale potevo divertirmi e al contempo fare di me stesso il mio più grande orgoglio».

 

Com’ è stato vivere un’Olimpiade?

«In realtà ancora non ho realmente metabolizzato. Quando gareggi a questo livello non hai realmente il tempo di riposare la mente e capire cosa ti sta succedendo. Non hai il tempo di riflettere perché sei sempre concentrato a dare il 110%. Conclusi gli impegni che mi terranno impegnato ancora con altre gare, sicuramente prenderò un paio di settimane di riposo e allora potrò veramente realizzare e godermi il fatto di aver partecipato ad un’ olimpiade e di essere arrivato in finale».

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Qual è uno dei ricordi più belli che ti porti dietro da questa esperienza?

«Sicuramente il giorno della finale quando sono entrato in pedana: mi sono sentito veramente un atleta di livello internazionale ed è stato bellissimo. Per la prima volta in tutta la mia vita ho realizzato di essere parte dell’élite mondiale del salto in lungo».

 

Sappiamo che la tua città, San Cono, ti ha riservato un caloroso benvenuto…

«È stata una sorpresa e un segno di affetto che mi ha fatto un enorme piacere. Non mi aspettavo un’accoglienza così calorosa da parte della mia città. Tornavo dopo un viaggio interminabile ed ero veramente stanchissimo però, nel momento in cui sono arrivato in piazza e ho visto tutta quella gente che era venuta lì per me, è stata davvero un’emozione. Dai miei ricordi ho visto tutte quelle persone fuori solo per le feste patronali! Questa è sicuramente una delle cose più belle di quest’esperienza. Il loro supporto è qualcosa che mi rende veramente fiero e orgoglioso, un privilegio che non so quanti altri possono avere».

 

Cosa vuoi dire ai ragazzi che coltivano un sogno legato allo sport?

«Io sono l’esempio vivente che non importa dove nasci o cresci, se hai delle qualità e metti il giusto impegno puoi arrivare ovunque, anche a una finale o a una medaglia olimpica. Ovviamente bisogna fare dei sacrifici: io da dieci anni continuo a viaggiare tutti i giorni da San Cono a Valguarnera per allenarmi, ma questo spero possa servire da stimolo motivazionale per tutti. Mi auguro che qualcuno possa trarre esempio dalla mia storia e da quella degli altri atleti e capire che nessun obiettivo è irraggiungibile».


 

Cosa ti aspetta adesso?

«Comincerò a programmare i prossimi tre anni che mi porteranno alle Olimpiadi di Parigi, sicuramente per migliorare il mio ottavo posto e magari arrivare anche a qualcosa di inimmaginabile. Nel frattempo, però, testa bassa e pedalare. Sognare sì, ma lavorare tanto pure».

 

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