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Bianca Magazine N°21 Le antiche tradizioni di Bianca

Il Carnevale, una festa antica 4000 anni

Articolo di Alessia Giaquinta

“A Carnaluvari ogni scherzu vali e cu s’affenni è un maiali”.
Così recita un motto della tradizione siciliana in merito ai festeggiamenti del Carnevale.
È il periodo più allegro che ci sia, quello in cui si può essere burloni, spiritosi e provocatori oltremodo.
Gli antichi latini dicevano “Semel in anno licet insanire”, una volta durante l’anno è lecito fare pazzie, dunque.

Ma… dove e come nasce il Carnevale?
Torniamo indietro con la macchina del tempo fino alla civiltà egizia, 4000 anni fa. Questa popolazione dedicava riti e manifestazioni alla dea Iside con canti e balli in suo onore. La Dea, secondo il mito, navigò per tutti i mari del mondo pur di trovare il corpo smembrato dell’amato fratello, Osiride, e ricomporlo. Si parla dunque del “Navigium Isidis” che pare avere legami con l’etimologia della parola Carnevale: carrum navalis, infatti, potrebbe richiamare non solo l’imbarcazione usata dalla dea per le sue ricerche ma anche la successiva rappresentazione utilizzata nel rito, diffuso poi anche tra i Romani.
Lo scrittore latino Apuleio, nelle sue Metamorfosi, racconta che si trattava di un corteo in maschera che trainava un’imbarcazione di legno decorata con fiori dove “c’era uno vestito da soldato con tanto di cinturone, un altro da cacciatore in mantellina, sandali e spiedi, un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca”.
Insomma, nessun limite alla fantasia e nessun giudizio per l’occasione: tutti, a prescindere dalla condizione sociale, persino gli schiavi, partecipavano alle lunghe processioni dietro al carro.
Anche i “Saturnali”, feste in onore del dio Saturno, erano celebrati nell’antica Roma, con manifestazioni simili all’odierno Carnevale. A loro volta, pare che queste si rifacessero alle Dionisiache greche, gare teatrali che terminavano con banchetti e feste, in cui l’eccesso di cibo, vino ed euforia potevano sfociare in momenti licenziosi.

Con l’avvento del Cristianesimo, l’etimologia della parola e il significato della festa mutò, sebbene sostanzialmente continuò a essere l’occasione per fare baldoria, usare travestimenti e costruire carri.
Il Carnevale divenne così il periodo del carnem vale ossia “addio carne”, o ancora carnem levare, cioè eliminare la carne dai pasti, come previsto dal digiuno quaresimale.
La festa, caratterizzata da divertimenti e atteggiamenti burleschi, infatti, è collegata con la Pasqua, diventando preludio dei quaranta giorni di astinenza e digiuno che iniziano il giorno successivo al Carnevale, il Mercoledì delle Ceneri insomma.

In Sicilia, il Carnevale è tempo di divertimenti, festini e di miniminagghi, indovinelli spesso caratterizzati dal doppio senso con cui ci si divertiva – e in qualche modo, ci si diverte ancora – prima del rigore quaresimale. Oggi, sicuramente, i bambini – e non solo – sono attratti più da altro: dall’impazzata ricerca del costume da sfoggiare agli accessori più innovativi agli scherzi più esilaranti.

Se diciamo “Davanti m’accurza e darrieri m’allonga”, qualcuno riuscirà a indovinare di cosa stiamo parlando? Ovviamente è “la strada” la risposta esatta.
Le miniminagghie tramandate sono veramente tantissime: chiedere a qualche anziano è il metodo giusto per conoscerle e preservarle dall’oblio.
Immancabili sono i coriandoli che sostituiscono l’antico lancio dei confetti contenenti un seme di coriandolo e dunque, per questo, così chiamati.
Le tradizionali maschere siciliane sono Peppe Nappa, Nofriu, Lisa, Nardu, ossia personaggi della farsa palermitana Vastasata. E poi ancora: picurari, l’ammuccabbadduottili (il credulone) e u dutturi che si faceva largo esclamando “fazzu lavanni i spini i rizzi!”, ossia clisteri a base di aculei di riccio marino.

Brucia Re Carnevale, entro la mezzanotte del martedì grasso. Il fantoccio di cartone e legno – che simbolicamente è costruito e rappresenta quest’antichissima festa – diventa un rogo. Tutto diventa cenere. Ed è… Quaresima.

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