Articolo di Omar Gelsomino

Daniele Bongiovanni è un artista di origini palermitane operante sul territorio internazionale. Laureatosi presso l’Accademia di Belle Arti oggi lavora tra Italia, Svizzera e Stati Uniti. È stato protagonista con novanta mostre in tutto il mondo ed ha esposto nei principali eventi di arte contemporanea, tra cui due edizioni della Biennale d’Arte Venezia. Le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti di numerosi musei.

Chi è Daniele Bongiovanni?
«È un uomo che osserva. L’unico modo per non perdersi il meglio delle cose, è l’attenzione verso i particolari. Mi sento un ricercatore di dettagli, utili a rendere il lato emotivo dell’esistenza, che è il motore del nostro approccio universale con il mondo: dai fatti alle cose, pulsante. Ecco mi piace osservare le cose che pulsano, avvicinandomi il più possibile al caso, una visione quantistica a occhio nudo».

Qual è l’etica dell’arte?
«L’arte è una disciplina formale e informale allo stesso tempo, qualsiasi disciplina si basa su un fattore etico. Quello dell’arte è sfumato, ma comprensibile; si passa dal fascino della figura ai percorsi pedagogici didattici, fino al chiarimento del bello, utile a maturare il senso della vita ordinaria. Il bello, sembra una motivazione estremamente diretta, ma la ragione primaria di questa disciplina è quella di raccontare la storia, di educare alla storia del mondo tramite le manifestazioni dei simboli che ci rappresentano e delle immagini descrittive, nel bene e nel male».

Sappiamo che sarà ospitato all’interno dello storico Palazzo Broletto di Pavia con una grande personale, a cura di Claudio Strinati. Come nasce un progetto di tale spessore?
«Dal punto di vista del concept i progetti nascono per esigenza creativa, questo fa parte del mestiere. Poi i riconoscimenti arrivano perché c’è un percorso che li attira. Quando una città ospita una mostra è perché c’è una richiesta, anche da parte delle istituzioni. Il progetto ”Exist” nasce da una mia intesa con il curatore, con cui si è deciso di aprire sipario a Pavia, città storica, che sta omaggiando la mia pittura».

Lei lavora a livello internazionale cosa percepisce dei diversi ambiti culturali?
«Cambia il linguaggio, la forma apparente, ma il lessico dell’arte unisce i punti, riuscendo a creare forme di comunicazione che s’intrecciano. Per un artista contano molto le influenze, basti pensare che già nei primi anni del ‘900 ci sono stati maestri occidentali che hanno cercato esperienze visive lontanissime. Oggi gli stilemi sono quasi globali, ciò che rimane inattaccabile è l’iconografia, – la nostra è quasi sempre cristiana – che è l’identità da preservare per risultare sempre leggibili nei confronti di chi ci segue».

Cosa raccontano i suoi quadri?
«I miei quadri non raccontano storie, questo lo dico perché ci sono artisti narrativi e artisti che lavorano sull’impatto. Io mi affido al soggetto unico, dal volto, metafora e guscio dello stato d’animo, al paesaggio, che trasmette il vuoto della distanza e il fascino del viaggio. Spesso ho detto che i miei quadri sono il manifestarsi di teorie. Ci sono volte che dipingo gli stati di grazia, almeno dal mio punto di vista, anche altrui. Ogni mio quadro ha sempre qualcosa che ha a che fare con la base teorica. I miei interessi variano dall’estetica generale alla dinamica, fino a quelle che sono le motivazioni più note del fare arte, la ricerca di una bellezza oggettiva e il racconto antropologico. Bisogna dire che ogni ciclo è figlio di un periodo, di recente per dei progetti futuri, sono stato chiamato a interpretare in un museo il tema storico de la Grande Guerra, qui il nesso è diventato emotivo quanto antropologico».

Qual è il suo rapporto con la Sicilia? Come la vede?
«La Sicilia è il mio primo mondo, per questo ancora oggi la guardo con ammirazione. Credo che ogni cosa che accada in Sicilia, negativa o positiva, dipenda anche da una reazione a catena. Se va qualcosa male a Roma per esempio, la Sicilia ne risente tantissimo. Da un punto di vista culturale Palermo ha molte realtà, e per questo motivo ha raccolto dei frutti; dall’essere stata nominata Capitale della Cultura fino a Manifesta».

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